Marco Cucchi

DI MARCO CUCCHI

C’ è un male oscuro che si sta impadronendo di questa società, un male che sta colpendo tanta gente intorno a noi, e forse anche noi stessi: la depressione, o stati ansioso-depressivi.

Una volta era un male “di elite” perchè, dopo una giornata di lavoro e con una famiglia a casa ad aspettarti eravamo automaticamente tutti contenti ed appagati, senza avere troppo di più da chiedere alla nostra vita.

Ma la società moderna è una società complessa, una società subdola, una società in cui tutti dobbiamo correre per guadagnarci qualcosa, che quando è stato raggiunto non da appagamento ma diventa desueto, insufficiente, e bisogna incominciare a correre per qualcos’ altro, perchè c’ è sempre un nuovo traguardo, un nuovo specchietto per le allodole che ci aspetta, senza avere il tempo di godere un po’ di quello che si è appena conquistato.

I più forti si consumano in vite da maratoneta, sempre a rincorrere qualcosa che non sanno e che, probabilmente, non raggiungeranno mai.

I più deboli si accasciano e si rompono.

Magari dopo un periodo d’ oro della loro vita: bene con i rapporti personali, bene col lavoro, bene con la famiglia, e per questo ci si sente forti, invincibili, orgogliosi come Dei (come intitolava una canzone dei Guano Apes).

Ma giunge un qualche evento improvviso e negativo: si interrompe un legame affettivo, il lavoro non va più bene come prima o viene perduto, oppure un problema di salute in famiglia, e quello che prima era il tuo punto di forza. il tuo “nido” in cui accoccolarsi ora diviene fonte di paura, di insicurezza, ti pone di fronte all’ inesorabile.

Si inizia ad avere paura, a sentirsi deboli, incapaci di gestire gli eventi: rapporti sociali, il lavoro divenuto difficoltoso, gli sforzi della vita.

E sicuramente una società in cui chi vince e ottiene i suoi specchietti per le allodole è “in”, chi è debole e resta indietro è “out” aiuta molto ad emarginarsi dalla vita, al chiamarsi fuori da una competizione che ci  vuole vedere solo come sconfitti.

E questa debolezza, questa incapacità di reagire ci rende frustrati. La frustrazione ci fa sentire ancora più deboli, innescando un circolo vizioso senza soluzione.

Si perdono gli amici, o più spesso sono gli amici che, quando eri utile e sciccoso ti adoravano, ora che sei “un problema”, sei out, sei solo, sei solo un inutile bagaglio a mano da portarsi dietro.

Perdi il lavoro, e se vivi da solo perdi la tua autonomia nella vita.

E si innesca un meccanismo in cui ci si isola, ci si chiama fuori da ogni competizione, relegando se stessi in una NON VITA.

Se ci sono genitori che possono mantenerti, una crisi ansioso depressiva è, per i disonesti intellettualmente, la migliore soluzione per i problemi di lavoro, di vita, e in generale di tutto ciò che NON ci piace e NON vogliamo affrontare.

Ma se sei solo, o peggio, con una famiglia da dover mantenere o un mutuo da pagare o altri impegni di vita, la depressione è come la SLA, la sclerosi laterale amiotrofica, solo che non mangia i tuoi muscoli, mangia la tua voglia di vivere, la tua voglia di reagire, la tua socialità e, anzichè invalidarti a letto, ti lascia solo ai margini del mondo.

Come reagire? Il suicidio? Cattolici o no, non è la soluzione giusta: finisce col dar ragione a chi aveva scommesso contro di te, “lo vedi?  lo dicevo che era un debole”, è una soluzione che non ammette soluzioni alternative (forse si potrebbe anche ricominciare a vivere, se ci si provasse) e poi, dome diceva il compianto Gianfranco Funari, “c’è sempre un buon motivo per vivere: ficcare un dito in culo alla malasorte e a chi ci vuole male”.

Psicofarmaci? Ti stordiscono nei momenti di difficoltà, di crisi “acuta” ma non risolvono il problema, anzi, forse ne creano un altro, quello della dipendenza, se non fisica, mentale, perchè senza di loro non ce la puoi più fare.

Lo psicologo? Può essere di aiuto solo se NON lo si ritiene un santone, lo sciamano che cura tutto.

Lo psicologo è un esterno al tuo problema che può aiutare a percorrere le tappe del proprio indebolimento, il momento in cui qualcosa si è rotto, aiutando a capire quali dei fili della vita riprendere, aiutarti in un percorso di pensiero e di riesame della propria vita obbiettivo, non viziato dai dolori che si portano dentro.

Non serve un laureato: un buon amico, quello “vero”, può fare altrettanto.

Ma la vera cura alla depressione siamo noi stessi.

Cosa non fare: non gettarsi a riempire la propria vita di gadget e specchietti per allodole: riempirsi il guardadroba inutilmente, spendere capitali in cellulari, prendersi una bella macchina a rate; questi sono solo riempitivi, solo estetica.

Sono come il polistirolo dentro lo scatolone: riempiono ma non fanno sostanza, perchè se c’è il vuoto dentro di noi, restiamo vuoti anche se vestiti da aranciata (come Susanna nella canzone di Vasco Rossi), ma avendo sprecato risorse utili.

Stare lontano da rapporti sociali o affettivi “strampalati”, perchè, come diceva San Tommaso d’ Acquino, “le grandi scelte della vita vanno prese nei momenti di serenità o di indifferenza, mai in quelli di turbamento” perchè, tutto quello fatto nei momenti di instabilità quasi mai finisce col concretizzarsi in qualcosa di buono e concreto.

Occorre fare un buon esame di coscienza alla propria vita: qualcosa non va, sicuramente, ma ci sono cose buone, cose che con fatica hai costruito e che sono tue, e di cui poter essere fiero, e questo è l’ unico caso in cui fare del revisionismo è positivo per l’ uomo.

Ci si danno piccoli step, piccoli traguardi. Non impegni colossali, ma piccole cose, piccole sfide.

Ai corsi di formazione del personale commerciale insegnano che per motivarsi occorre imporsi traguardi POSITIVI, IMPEGNATIVI ma RAGGIUNGIBILI, perchè altrimenti potrebbero essere impossibili e quindi controproducenti e frustranti.

Piccoli step: miglioro un po’ il mio ambiente di lavoro, miglioro qualcosa in casa mia o nel mio ambiente circostante. Mi dedico ad interessi a cui non si ha mai avuto il tempo di dedicarsi, nel mio caso l’ informatica. Oppure riprendo interessi abbandonati per mancanza di tempo, nel mio caso la musica e il cinema.

Piccole sfide che, vinte, ci caricano.

Ieri ero 0, oggi ho vinto la mia sfida e sono a + 1. Domani tenterò qualcosa di un po’ più impegnativo, e se vincerò, andrò questa volta a +3. E cosi via, di piccoli passi sempre un po’ più lunghi, che ci porteranno a ricominciare a credere in noi stessi, a darci fiducia, a provare, se non l’ impossibile, a rimetterci in competizione per qualcosa di vero e importante.

Tentiamo qualche nuovo rapporto umano: un sorriso, uno scambio di battute positive, una nuova amicizia sincera sono la panacea per tutti i mali, perchè, se io non ho stima di me stesso ma qualchedun’ altro sì, forse mi sto sbagliando e dovrei avere più fiducia in me stesso.

E di piccoli passi, di piccole gratificazioni, ricominciamo ad avere coraggio, a non volere più sfuggire alla vita e, anzi, ad avere voglia di qualcosa e di andarcelo a conquistare.

Perchè investire in noi stessi è un investimento sempre vincente e redditizio.

Non è un passo breve, non esauribile in poche righe e in poco tempo: io ci ho duramente investito 4 anni della mia vita, in cui, apparentemente e per chi non conosceva il mio stato, sembravo strano, mentre in realtà stavo ricostruendo me stesso, le mie idee, la mia vita, lanciandomi in sfide puerili per gli altri, ma importanti per ridarmi orgoglio e farmi risentire competitivo nella vita.

E un giorno ci si sveglia provando una nuova sensazione: che il mondo sia fuori ad aspettare solo te e che tu non debba farlo aspettare.

E’ vero. Mi sono perso che era l’ anno 2002. Mi sono ritrovato che era l’ anno 2006. E ora, nell’ anno 2012, mi sono guadagnato l’ affetto della miglior donna che abbia conosciuto nella mia vita, ho costruito una famiglia meravigliosa e ho quasi ultimato la casa dei miei sogni.

E neanche essere stato messo malamente alla porta dal mio ex datore di lavoro, lasciando la mia famiglia senza reddito, mi ha scomposto o ferito.

Piccoli step: ordine mentale; fai quello che è sensato e produttivo per te; non piangere, è inutile e non risolutivo.

Ho provveduto alla mia famiglia, ho trovato un nuovo lavoro e ho mandato il mio ex padrone a rispondere del suo operato di fronte ad un magistrato (prima che di fronte al sottoscritto), perchè ho una famiglia a cui pensare e a cui consacrare la mia emotività, che certi fatti non meritano di turbare.

Perchè sentirsi forte delle volte è essere spocchiosi, perchè sentirsi forte dopo aver attraversato le difficoltà della vita (“attraversare le traversie con occhio sereno” diceva Paperino) e non aver ceduto ti da un senso di forza interiore che non ti abbandonerà mai più nella vita.

Perchè IO, NOI, siamo il centro, e la depressione e ciò che ce l’ ha cagionata solo fatti incidentali, in una vita lunga che dobbiamo rendere tutti unica e meravigliosa, per noi e per chi ci vuole bene.

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