Gianfranco Isetta

DI GIANFRANCO ISETTA

L’aspetto positivo del pronunciamento referendario è che semplicemente con un SI o con un No ci si può esprimere su qualche argomento di interesse generale.

L’aspetto negativo è lo stesso,  perché normalmente questi  argomenti ,oggetto di quesiti referendari, sono complessi e quindi non liquidabili con semplici monosillabi.

Allora come se ne esce? Visto che comunque i Referendum restano uno strumento fondamentale in una democrazia, fondata sulla rappresentatività dei cittadini attraverso organismi chiamati a decidere per conto loro.

L’argomento chiama in causa un aspetto decisivo delle moderne democrazie:

come si  formano le  opinioni di ciascuno e che insieme agli altri concorre a formare la cosiddetta “pubblica opinione”  esprimendosi, in questo caso,  attraverso un  voto.

E qui ciascuno di noi è solo di fronte alla moltitudine di segnali che gli vengono proposti e ciascuno di noi deve poter scegliere tra varie possibilità, elaborare una idea  per poi poter decidere.

Ma il fatto è che a volte, per non dire spesso, un problema si presenta con più facce, perché ontologicamente complesso.

Ad esempio per la formazione scolastica dei cittadini  non si può pensare di guardare al tema come un dilemma tra scuola pubblica e scuola privata.

Intanto perché bisognerebbe intendersi sul significato dei termini:

cosa vuol dire scuola pubblica? Che sono di proprietà pubblica  i muri, le strutture, le attrezzature, le risorse finanziarie e il personale dipendente stesso  è pubblico? Oppure, come si potrebbe sostenere,  perché  l’utilizzo delle risorse a disposizione (vedi anche le retribuzioni del personale e i loro diritti nel lavoro) e l’indirizzo educativo rispondono  ad orientamenti generali definiti dallo Stato, garantendo l’autonomia dell’insegnamento ai docenti?

E cosa vuol dire scuola privata (nelle varie forme che conosciamo: parificate, convenzionate, private tout court, ad indirizzo laico o religioso)? Che, appunto, non risponde ad alcun criterio definito dallo Stato e autonomamente gestisce risorse proprie finanziarie e umane senza rendere conto a nessuno se non alle famiglie dei propri utenti?

Certamente in quest’ultimo caso, ammesso che esista in maniera così chiaramente definibile, il problema del finanziamento pubblico non si dovrebbe nemmeno porre, essendo a tutti evidente che la scelta di una famiglia è, in tal caso, consapevolmente coerente con l’idea di non avere alcun rapporto con il sistema educativo pubblico. Per quanto, almeno per la scuola dell’obbligo, pur rimanendo coerenti con il principio della libertà d’insegnamento e dell’autonomia , ci sarebbe da eccepire qualche cosa in proposito.

Ma il caso più complesso che si presenta è chiaramente identificabile nella prima situazione analizzata quando si tratti di Scuola di proprietà privata (laica o religiosa che sia) che, obbedendo ai criteri generali di indirizzo definiti dallo Stato, svolgendo una funzione sussidiaria nel territorio rispetto alla Scuola pubblica chiaramente identificabile come tale, chieda alle Istituzioni di poter usufruire di un contributo finanziario e/o di agevolazioni  all’utenza a livello fiscale rispetto alle tariffe che vengono pagate per la frequenza a tale tipo di scuola.

Qui il discorso come preannunciato si fa complesso e delicato perché chiama in causa per entrambe le eventuali parti sostenitrici di tesi opposte il rischio di ideologismo.

Io penso che un modo per evitarlo sia quello di entrare molto di più nel merito di quei rapporti tra scuola privata e istituzioni pubbliche richiamate sopra, tenendo anche conto della realtà territoriale in cui ci si trova in relazione ai servizi scolastici esistenti , alla loro tipologia, alla funzione che svolgono, al tipo di risposta dell’utenza e, non certamente ultimo come elemento da considerare (anzi),  il tema degli indirizzi scolastici seguiti e delle forme di controllo democratico attuabili in coerenza col rispetto della più volte richiamata autonomia dell’insegnamento docente che deve valere per tutti : pubblico o privato che sia.

Non so se nel dibattito per il referendum consultivo proposto dal Comune di Bologna su questo tema si sia cercato da parte di tutti di guardare all’argomento  in tutta la sua complessità, non fermandos i alla superficie col rischio di ridurre una occasione democratica importante in un puro, quanto inutile e infecondo scontro  ideologico. Mi auguro che in molti sia prevalso questo sforzo di capire bene la materia del contendere e riguardante qualche cosa di estremamente rilevante, molto più delle prese di posizioni a priori in un senso o nell’altro, e cioè la formazione educativa dei propri figli

 

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