10385309_474910279312138_6096409896406387978_n

DI GIANFRANCO ISETTA

 

 

Oggi non si può non entusiasmarci per il movimento di rivolta che percorre la Turchia: nato dalla protesta contro la distruzione di un parco, presto divenuto resistenza contro la deriva autoritaria del governo Erdogan, un misto d’islamismo bigotto, neoliberismo sfrenato e repressione brutale.

 

E’ scesa in strada una società civile enorme, fatta di operai, studenti, sfrattati, precari, moltissime donne, tanti, tantissimi giovani che non avevano mai partecipato a manifestazioni, né aderito a partiti politici; la sinistra e l’estrema sinistra; ma anche nazionalisti e kemalisti; gli ultras dei tre principali club calcistici di Istanbul, da sempre rivali, ma non questa volta; gli alawiti a fianco dei kurdi..

Fin dai primi giorni delle proteste, quando Sirri Sureyya Onder – una figura di spicco del BDP, il partito filokurdo legale – ha sfidato un bulldozer che si apprestava ad iniziare i contestati lavori in piazza Taksim, diventando uno dei simboli del movimento.

 

Si tratta di un movimento ampio e composito, che ha investito tutte le città della Turchia e che rivendica rispetto dei diritti umani, libertà di parola, partecipazione alle scelte, una nuova qualità della democrazia..

 

Forse, anche da qui, è possibile intravedere la speranza di una soluzione della questione kurda.

 

Ma non possiamo fare a meno di porre alcune domande ai media e agli osservatori occidentali che improvvisamente hanno scoperto il volto autoritario della “democrazia” alla turca: ma voi, dove eravate durante le migliaia di proteste e di rivolte kurde che hanno preceduto occupygezi?

 

I kurdi sono stati uccisi, picchiati, attaccati con gas lacrimogeni, arrestati, torturati per decenni in Turchia.

 

Perché i media hanno sempre nascosto quella sporca guerra tuttora in corso in Turchia, che dura ormai da trent’anni, una guerra costata finora 45 mila morti, 4.500 villaggi bombardati e distrutti, milioni di profughi cacciati dalle loro terre e andati ad ingrossare le bidonvilles delle grandi metropoli turche, persecuzioni, torture, incarceramenti?

Lo sapete che oggi nelle carceri turche ci sono oltre 12 mila prigionieri politici, in gran parte kurdi, tra cui 6 parlamentari, 34 sindaci, amministratori, sindacalisti, dirigenti di ong, ben 4 mila minori, oltre 2 mila studenti e il più alto numero di giornalisti di qualsiasi altro Paese del mondo, più della Cina, più dell’Iran.

 

Ma dov’era il mondo quando è avvenuta la strage di Roboski e quando la gente spariva per strada vittima degli squadroni della morte? E quando donne, bambini, anziani venivano bastonati in massa per le strade di Diyarbakir, di Van e di altre città e villaggi del Sud-Est, solo perché volevano celebrare il Newroz, il capodanno mesopotamico? E dov’era la Turchia quando i militari bruciavano gli alberi sulle montagne del Kurdistan per snidare i guerriglieri del Pkk?

 

E l’Europa dov’era? L’Europa dei governi e dei “summit” che oggi si dice preoccupata per quel che avviene in Turchia, lei a cui ha sempre importato poco o nulla degli sforzi dei kurdi per fare la pace, più preoccupata a trovare accordi rattoppati con la Turchia che le faccia dire che, in fondo, va bene, che i diritti umani e la libertà di espressione sono rispettate e, quindi, si può andare avanti, verso quel nuovo e vasto mercato, la porta dell’Oriente, l’Asia..

 

Oggi i kurdi stanno in piazza insieme ai turchi e a tutte le altre etnie e religioni di cui si compone il mosaico di quel Paese.

E’ solo attraverso questa strada che una reale e compiuta democrazia potrà finalmente far uscire la Turchia dalla spirale autoritaria che l’ha contrassegnata per decenni e avere riflessi importanti per la risoluzione del conflitto in corso nel Sud-Est.

 

Per questo, resisti Gezi Park, ma resisti per tutti!

 

 

Annunci