DI LUCIO GIORDANO

«La sera, prima di addormentarci, mia moglie  mi chiede: “Nino, sei stanco?” Io le rispondo sempre di no. Lei allora apre il libro che avevamo chiuso il giorno prima  e, mentre le stringo la mano, inizia a leggerlo, capitolo dopo capitolo, con la sua meravigliosa voce».

No, non è pigrizia , quella di Nino Castelnuovo. Ma necessità. Il popolare protagonista de I Promessi Sposi televisivi, da anni infatti  non vede quasi più. L’uomo che una trentina d’anni fa saltava allegramente  la staccionata per la pubblicità di un noto olio da cucina, ora fatica anche a camminare: «Si – ammette Castelnuovo – ho completamente perso l’uso dell’occhio destro e con il sinistro vedo al 50 per cento delle possibilità.  Mi muovo con circospezione, attento a non inciampare. E leggo con l’aiuto degli occhiali. Spesso penso che questa non sia vita. A volte  mi è balenata  anche l’idea di farla finita. Capita soprattutto la mattina, al risveglio. Dura giorni e mi chiedo: che senso ha tutto questo? Poi per fortuna passa. Anche se ho superato la boa dei  75 anni, ho tre buoni motivi per andare avanti: mio figlio Lorenzo ,  avuto 20 anni fa  da Danila, la mia ex compagna. Maria Cristina, la mia giovane moglie di 42 anni che ho sposato quasi tre anni fa. E infine  il lavoro, che mi tiene vivo. Tra pochi giorni inizierò le riprese  di Accabadora,  un film tratto dall’omonimo romanzo di Michela Murgia, vincitore del premio Campiello 2010,  la storia ambientata negli anni 50  di una donna sarda  che aiuta le persone a morire. Io sono il vecchio saggio del Paese, l’unico che prenderà le sue difese».

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Castelnuovo con Tino Carraro ne I promessi sposi (1967) di Sandro Bolchi

Erano diciassette anni che Nino Castelnuovo non tornava a lavorare per il cinema, dai tempi de Il paziente inglese. Diciassette anni nei quali ha dovuto innanzitutto  combattere la malattia degenerativa agli occhi. Tutta colpa di un glaucoma che lo colpì  tanto tempo fa. Ricorda. «Una quarantina d’anni fa, una  mattina, mi svegliai con l’idea che ci fosse del fumo in casa. Spalancai allora le finestre. Ma non bruciava niente intorno a me. Era la mia vista che si stava appannando. Ricorsi alle cure del dottor Apollonio, un  medico oculista che mi diede un collirio molto efficace: delle gocce di policarpina, due volte al giorno, che mi consentirono di continuare a vedere. “Non le cambiare mai”, mi avverti però Apollonio.  Poi, una decina d’anni fa, il mio oculista  morì e qualche tempo dopo la sua scomparsa  entrai in un negozio di ottica  per cambiare la montatura degli occhiali da vista.  Chiesi informazioni sulle gocce di Policarpina e  il proprietario mi indirizzò dal suo giovane oculista, il quale mi disse: “Le medicine che prende sono superate. Usi queste. E mi diede delle gocce di collirio di ultima generazione”. Due giorni dopo, mentre ero in tournèe teatrale a Novara, tirai fuori dalla sacca dei medicinali, il collirio appena acquistato. Lo misi  e cominciai a non vedere più. Cosi venni subito ricoverato in ospedale. Quel giovane, inesperto oculista, evidentemente non aveva capito il mio problema. Mi aveva dato delle gocce che dilatavano il cristallino, invece di stringerlo. Tornai  dunque alla policarpina ma ormai la metà delle cellule del nervo ottico erano andate. Progressivamente la vista calò fino a quando nel 2006 i miei problemi divennero evidenti. Mi muovevo a fatica, quasi trascinandomi e l’occhio destro vedeva ormai solo ombre. Non ero abituato alla menomazione, non sapevo come reagire a quella vita che non era più la stessa, che non era più la mia, quella di un uomo combattivo. Dunque,  i primi tempi fui costretto a ricorrere a un supporto psicologico per non cadere in depressione. Certo, oggi se volessi riavere l’uso  della vista, dovrei sottopormi a un’operazione di cellule staminali. Mi sono messo in lista d’attesa, nonostante la mia età e la ricerca sia ancora sperimentale. Ma a volte mi domando:  riuscirò mai a sottopormi a questo intervento? Magari morirò prima».

E riesce a lavorare anche con questo handicap, Nino?

«Sì. Posso farlo, seppure a fatica, imparando il copione a memoria  che leggo da solo o con l’aiuto di Maria Cristina. Ma soprattutto devo farlo. Per non lasciarmi andare. Sa, mi sono proprio  impigrito in questi ultimi anni. E se non fosse per quella santa donna di mia moglie, adesso me ne starei tutto il tempo seduto in poltrona a guardare la tv. Invece lei ogni giorno mi scuote dal torpore e mi ordina di uscire a fare una passeggiata insieme al parco della Caffarella, che si trova nel quartiere dove abito qui a Roma. Poi, dopo la passeggiata, torniamo e prepariamo la parte del nostro spettacolo teatrale intitolato L’Estate è già altrove. Anche Maria Cristina infatti fa l’attrice e ci siamo conosciuti anni fa proprio su un palcoscenico mentre recitavamo la commedia Una dozzina di rose scarlatte».

Qui con Claudia Cardinale, in Un maledetto imbroglio (1959), di Pietro Germi

Nino è stato un attore popolarissimo. Nel 1964, al fianco di Carherine Deneuve, una delle stelle del cinema francese, fu tra i protagonisti de Le parapluies de Cherbourg, Palma d’oro al festival di Cannes. Così per Castelnuovo  si aprirono le porte di Hollywood. Presto avrebbe dovuto interpretare il  seguito di quel capolavoro diretto da  Jacques Demy. Ma quando ormai sembrava proiettato verso una carriera internazionale, Nino virò la propria vita. Senza volerlo:

«È vero – conferma -. Senza volerlo. Io ero interessato al cinema, a Hollywood, ma proprio in  quel periodo mi proposero di interpretare Renzo Tramaglino nello sceneggiato Rai I Promessi sposi. Arrivò una telefonata da parte del segretario del leader politico  della democrazia cristiana Giulio Andreotti. Una telefonata  alla mia agenzia. “Lui deve esserne il protagonista. Andreotti ci terrebbe moltissimo”. Questo era la sintesi del “colloquio”. Volevo rispondere no. Però quella telefonata suonava  come un ordine. E poi la tv dell’epoca regalava una popolarità incredibile. Me ne accorsi la mattina dopo la prima puntata dei Promessi Sposi. Per strada tutti mi fermavano, tutti si congratulavano con me. E anche Papa Paolo VI volle conoscermi. Insomma, avevo rinunciato a Hollywood, Demy mi aveva tolto il saluto, ma non potevo lamentarmi. Ormai il mio successo era inarrestabile».

Gli domando di quanta  nostalgia abbia del passato, di quanto  la malattia gli abbia tolto da un punto di vista professionale. Lui sorride, sospira prima di rispondere: «Che vuole che le dica. Ho avuto una bella vita e  anche per questo la nostalgia è tanta. La gente per strada mi riconosce e mi chiede subito che fine abbia fatto».

Poi,  immancabilmente, cita la   pubblicità dell’olio da cucina, interpretata dal 1977 al 1984, per sette lunghi anni. Quella della staccionata, per intenderci. «Però sarei disonesto a dire  che la malattia mi abbia tagliato le gambe, da un punto di vista artistico. In fondo a settant’anni anche io mi sarei incamminato verso il viale del tramonto. È inevitabile. Lo è per tutti. Lo è stato anche  per Gassman, Mastroianni, Sordi, Tognazzi, i più grandi attori della mia generazione. Ma invecchiare è davvero brutto per uno come me. Prima, ai tempi d’oro della mia carriera, ricevevo almeno cinquanta telefonate al giorno da amici e colleghi. Adesso si contano sulle dita di una mano, anche perché il 90 per cento delle persone che conoscevo non ci sono più».

C’è stato un episodio che le ha fatto capire che le cose non giravano come un tempo?

«Sì, è legato proprio alla malattia. Nel 2006 avevo firmato un contratto per interpretare il film tv, di Canale 5, Questa è la mia terra. Ma si era sparsa la voce che avessi pochi mesi di vita. È vero, per strada mi muovevo incerto, mi trascinavo quasi nei ristoranti, ma addirittura pubblicizzare che non sarei arrivato al Natale, la trovai una cattiveria gratuita.  Il male agli occhi, insomma, per le malelingue era diventato qualcosa di molto più grave. E allora mi tolsero il ruolo. Appena venni a saperlo smossi tutte le conoscenze, chiamai il mio amico Maurizio Costanzo e per fortuna dopo settimane riottenni la parte. Ma non seppi mai chi si fosse “divertito” ad annunciare la mia prossima scomparsa. Però in quei precisi momenti ebbi la convinzione che la mia carriera si stava spegnendo: ma allora è proprio finita? Mi chiedevo. Anche se alla fine, poi,  non ci si abitua mai. E io non voglio abituarmi, perché ripeto, il lavoro per me è importantissimo e  mi aiuta a tenermi in vita. Come mi aiuta la presenza di mio figlio. Che adoro ma che mi fa sempre arrabbiare. Ieri ci siamo visti qualche ora, lui è arrivato tardi all’appuntamento e ho iniziato a urlargli contro: sono vecchio e invalido, devi rispettarmi, non ti posso attendere per strada. Sei tu a dover arrivare prima. L’ho trattato male tutto il tempo, perché ho un caratteraccio. Poi, come mi capita spesso, sono stato travolto dal rimorso.  Un minuto dopo averlo salutato  ho iniziato a tempestarlo di telefonate per chiedergli scusa».

È un Nino Castelnuovo diverso, quello che ho davanti a me,  nella casa che divide con la moglie. Un uomo molto più  saggio, simpatico, ora. Quando lo intervistai, una quindicina d’anni fa,  mostrò invece  il lato meno bello di sé: era scontroso, chiuso in se stesso, presuntuoso. Glielo faccio notare: «Ha ragione. Ero uno stupido, nel periodo di maggior popolarità. Mi sentivo un dio. Il successo mi aveva dato alla testa. Credevo di poter fare quel che volevo.  Ma ho capito che non è così, per fortuna. Mamma me lo ripeteva sempre, quand’ero bambino. “Regola numero uno: Abbi rispetto del prossimo”.   La sogno spesso mia madre, la notte. Sempre lo stesso sogno:  lei che si avvicina con una tazza di  latte, mentre sto giocando. Ho capito che quando vai avanti con gli anni i ricordi più belli non sono quelli legati al successo, ma alla tua infanzia.  Cosa darei per tornare indietro nel tempo».

Nella sua vita ha altri rimpianti?

«Di essermi fidato troppo delle persone. Di una in particolare. Un consulente di banca che sottrasse a me e ad alcuni clienti tutti i risparmi di una vita».

A quanto ammontava la cifra?

«A 180 milioni di lire. Oggi sarebbero circa 1o0 mila euro ma negli anni 80 valevano molto di più. Era il prezzo di una casa di almeno duecento  metri quadri al centro di Roma».

Ingenuo.

«Vede, all’inizio con i suoi investimenti guadagnai un bel gruzzolo. E così a quel punto gli affidai tutto».

Come venne a sapere che non aveva più una lira sul conto?

«Una mattina mi telefonò il direttore della banca. “Signor Castelnuovo, dovrebbe venire urgentemente qui, da me, in sede”. Quando mi disse cos’era successo mi sentii svenire. Fu un dolore incredibile. Pensai che non sarei più riuscito a riprendermi».

E invece si riprese.

«Ricominciai da zero. Ma ormai, lo sapevo già,  grosse cifre non ne avrei più guadagnate. La parte migliore della mia carriera era alle spalle. Mi rassegnai. Oggi non muoio  di fame ma devo accontentarmi  di vivere con quello che mi serve. In fondo per me è stato più facile di altri accettare questa condizione:  sono nato povero. Miserabile. Dopo i soldi e il successo del passato ora sono tornato alle origini. Con rassegnazione. Eppure le confesso che  per essere felice, più dei soldi, mi basterebbe riuscire a saltare ancora la staccionata». Vedendo bene l’ostacolo.

30 GENNAIO 2012

DA WIKIPEDIA

Nato a Lecco il 28 ottobre 1936. Primo di quattro fratelli (due maschi ed una femmina), inizia a lavorare ancora bambino per provvedere alla famiglia[1]. Dopo aver praticato la ginnastica artistica ed il ballo, nel 1955si trasferisce a Milano, dove diventa allievo della scuola del Piccolo Teatro di Milano di Giorgio Strehler.

Inizia quindi a lavorare per la televisione nel 1957, anno in cui partecipa come mimo al programma Zurlì il mago del giovedì, di Cino Tortorella; esordisce poi al cinema come protagonista in Un maledetto imbroglio (1959, regia di Pietro Germi), e prosegue interpretando ruoli secondari da attore giovane in numerose pellicole, alcune delle quali anche di rilievo quali Il gobbo (1960) di Carlo Lizzani e Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti.

L’occasione internazionale arriva con il musical francese Les Parapluies de Cherbourg (1964, regia di Jacques Demy), un film interamente cantato, in cui interpreta la parte del protagonista accanto a una giovane Catherine Deneuve. Il film ottiene all’estero consensi di critica e di pubblico e vince la Palma d’oro a Cannes, ma passa quasi inosservato in Italia per la idiosincrasia del pubblico italiano nei confronti dei musical, ancor più se sottotitolati.

In compenso, qualche anno più tardi Castelnuovo diverrà uno degli attori più popolari in Italia grazie al ruolo di Renzo Tramaglino nellariduzione televisiva de I promessi sposi, andata in onda sul primo canale della RAI nel 1967.

Nino Castelnuovo con la moglie, l’attriceDanila Trebbi, nel 1993

Le sue scelte successive hanno privilegiato la televisione, dove ha preso parte a numerosisceneggiati che hanno fatto seguito al primo grande successo; da ricordare Ritratto di donna velata, con Daria Nicolodi, del 1974. Nel 1976 subisce una grave perdita familiare: il 5 settembre estremisti di destra picchiano a morte suo fratello Pierantonio, militante del Partito Comunista Italiano, che si trovava a Lecco per organizzare la festa dell’Unità[2]. Nel 1994 ha un’altra grave perdita: il 26 luglio muore in un incidente stradale l’altro fratello Clemente, travolto da un camion mentre si trovava in sella ad un ciclomotore.

Il pubblico di oggi lo ricorda ancora per la sua lunga carriera di atletico testimonial nella pubblicità dell’Olio Cuore, dal 1977 all’1982, in cui veniva ripreso nell’atto di saltare una staccionata. Ha ripreso questa attività nel 1987. Colpito da glaucoma, dal 2005 è quasi cieco da entrambi gli occhi[1]. Castelnuovo nel 2013 interpreta lo spregiudicato giudice Savio nella serie televisiva Le Tre Rose di Eva 2.

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