Lucio Giordano

DI LUCIO GIORDANO

“ Conservo l’urna con le ceneri di Mariangela, nello studio dei miei due figli, di 22 e 16 anni.

proprio su uno scaffale di una  libreria piena di volumi, che mia sorella consultava tutte le volte che veniva a trovarmi a casa. In questo modo ho esaudito il desiderio di Mariangela. Prima di morire  me lo ripeteva spesso: ‘ Quando sarà, il più tardi possibile, voglio essere cremata e starti vicina, come sempre. L’aveva deciso lei, insomma, di essere cremata. Non le piaceva l’idea di sentirsi soffocata dentro una bara di legno. Purtroppo i tempi si sono maledettamente accorciati”.

Parla con tono di voce sereno, Anna Melato. Il dolore c’è tutto. Ma

è come se fosse ammorbidito dalla consapevolezza che sua sorella, la sua sorellona di undici anni più grande di lei,sia ancora lì, al suo fianco”.

Mariangela Melato, la grande attrice italiana, scomparsa a 71 anni, alle cinque del mattino dell’11 gennaio scorso, era malata da tempo. L’interprete di film che hanno fatto la storia del cinema italiano, come Mimi metallurgico, travolti da un insolito destino e di opere teatrali come Medea  aveva subito un’operazione per asportare un tumore al pancreas, quattro anni fa. “ Ma si era ripresa benissimo, con la sua solita forza caratteriale, ricorda ora Anna. Dodici  ore di intervento chirurgico e la voglia di ricominciare subito a lavorare, perchè  amava immensamente recitare. Ma anche perchè si sentiva responsabile della sarta che lavorava in teatro, degli elettricisti. ‘Senza di me chi darà loro da mangiare’, ripeteva nell letto d’ospedale . Del suo mestiere di attrice ne parlava spesso anche nei suoi ultimi giorni di vita. Progettava già il debutto al fianco del regista Gabriele Lavia ne Il Giardino dei ciliegi. Anche stavolta sembrava si potesse riprendere in tempi record. Ma cosi non è stato. Gli ultimi due giorni prima di andarsene mi ripeteva: ‘Anna mi sento stanca, molto stanca. E non mi parlava più del debutto. Un brutto segno. Come se quella prostrazione, più mentale che fisica, l’avesse spinta a decidere di chiudere i conti con la vita”.

Al suo fianco , quando Mariangela ha chiuso gli occhi per sempre, mentre il respiro si faceva sempre più corto, Anna c’era. E con lei anche la sua assistente personale e l’infermiera che aveva accompagnato i suoi ultimi giorni. Poi nella clinica romana sono subito  arrivati gli amici più cari: Pippo Baudo, la regista Lina Wertmuller, con la quale aveva lavorato in diversi film e Renzo Arbore. Il grande amore della sua vita. Una storia lunga 42 anni, durante i quali, come ha sottolineato nella messa funebre il conduttore, ‘ Non abbiamo mai litigato’.

“ Renzo era tutti i giorni al fianco di Mariangela. Contribuiva a renderla allegra. Ricordo che prima che la situazione precipitasse facevamo tutti insieme  il gioco delle canzoni. Mariangela, che aveva una memoria alla Pico della Mirandola, riprendeva bonariamente il suo compagno: ‘ Ma che razza di dee jay sei, se non ti ricordi nemmeno i testi delle canzoni. E giù risate”.

Anna parla di compagno. Perché in effetti i due, che erano stati insieme otto anni, quattro anni fa si erano riconciliati in un momento in cui, come ha ricordato Arbore, ‘ci sentivamo soli’.

“ Renzo ora  è affranto, mi dice Anna. Li chiamavamo i due vecchi fidanzatini, in famiglia. Perché avevano quelle attenzioni, l’uno per l’altra, di due piccioncini minorenni. Ma non vivevano insieme. Preferivano stare in case separate, per evitare litigi. Mariangela aveva un carattere forte, determinato. Rigoroso. E se una cosa non le stava bene era pronta a dirtelo senza tanti giri di parole. Quindi meglio evitare convivenze”.

E anche con lei litigava spesso, signora?

Uh, quante litigate ci siamo fatte. Almeno una volta l’anno c’era la sfuriata in cui giuravamo che non ci saremmo mai più viste. Discutevamo su tutto. Una volta, 5 anni fa, ricordo, Mariangela si offese perchè io quell’estate ero andata al mare, lasciandola sola . Io le risposi: la colpa è tua che te ne stai tutta sola a Roma. Qui il posto ci sarebbe. E lei niente. Mi attaccava il telefono in faccia. Poi mi richiamava  con una scusa. Alla fine mi telefonò di nuovo. Sto arrivando, prepara la stanza degli ospiti. Prese a noleggio un’auto, si fece accompagnare dalla sua assistente e due ore dopo era al mio fianco sotto l’ombrellone.

Mariangela non guidava?

 No. E se per questo non stirava, non andava a fare la spesa, non sapeva cucire. Alla conduzione domestica pensava il filippino che aveva in casa, uno dei lussi che mia sorella si permetteva in una vita molto parca. Mariangela, tra l’altro, non sapeva nemmeno cucinare. E su questo ironizzava molto: “ Come faccio il risotto alla milanese in busta io, non lo fa nessuno. Nelle rare volte in cui si metteva ai fornelli preparava cibi precotti.  Mariangela era cosi. Non ha mai puntato ad avere una famiglia. La sua vita era il lavoro. In fondo è sempre stata cosi. Sin da ragazzina le piaceva l’ambiente artistico. Ricordo che quando guadagnò il suo primo stipendio da vetrinista in un grande magazzino, ventimila lire degli anni 60, li spese per iscriversi ad un corso di recitazione. Poi, con il resto, acquistò un libro del grande pittore Monet. A casa si presentò con quello e mia madre la rimbrottò. Ma come, hai smesso di studiare perché volevi guadagnare, essere indipendente, e ti compri un libro. “ Dei vestiti non mi importa niente. E lo sai. Per me la cultura è tutto”, rispose. Mamma e Mariangela avevano personalità contrastanti e per questo non perdevano occasione di litigare. Una una era pratica e concreta, l’altra era artistoide. Ricordo che a sedici anni a Brera, il quartiere degli intellettuali milanesi dove abitavamo, si infilava  tra pittori, musicisti, artisti. Quello era il suo mondo, mai e poi mai  ci avrebbe rinunciato. Per frequentarlo portava  me ed Ermanno, l’altro mio fratello  che purtroppo da anni vive in un mondo tutto suo. Lo faceva con la scusa di una boccata d’aria   ai giardinetti.

E dunque non andavate al parco.

No, i giochi non li ho mai visti, in quel periodo. Io però avevo cinque anni, parlavo come avrebbero parlato tutti i bambini del mondo. Dicevo la verità. E cosi una volta  dissi a mia madre dove mi portava Mariangela, tutti i giorni. Mamma naturalmente si arrabbiò e allora, per farmi tacere, mia sorella mi promise un cartoccio di castagne ad ogni uscita. E rimasi in silenzio.

E con suo padre che rapporti aveva?

Mariangela e papà erano simili. Per capirsi non avevano bisogno di parlare: bastava uno sguardo. Non le dico la sofferenza quando papà venne ricoverato per una leucemia. Cinque anni di via crucis. E lei, in ospedale, non riusciva proprio ad andarci. Tutte le volte che varcava la soglia della sua stanza sveniva per l’emozione. Per il dolore. Era la cocca di papà. Era stato lui a convincere mamma che Mariangela dovesse continuare con la recitazione.

 Anche lei, signora, ha lavorato nel mondo dello spettacolo.

E’ vero. Ma  dopo la nascita del primo dei miei due figli  decisi di puntare sulla famiglia. Mia sorella non era d’accordo. tu ti trastulli con i figli e sbagli. mi ripeteva. Perchè se uno ha talento deve regalarlo al mondo. Lo diceva con un tono di voce irritante, che non sopportavo. Non capiva che io stavo bene cosi. Che non ero convinta di non avere le sue stesse qualità artistiche. Che i registi non facevano la fila per farmi lavorare. e di quella scelta  non ho mai avuto rimpianti.

E Mariangela ne ha avuti in vita sua? Magari l’assenza di un marito, dei figli.

Di un marito no. Mia sorella era una donna troppo indipendente per desiderarne uno. Della mancanza di un figlio me ne parlava spesso. Ma poi dopo aver sospirato mi diceva. In fondo i miei nipotini sono la mia famiglia. I tuoi ragazzi mi sono troppo simpatici e io credo di essere una brava zia per loro. Dopo la morte dei nostri genitori e la malattia di Ermanno, noi e Renzo eravamo davvero la sua famiglia. Anche quando partiva per le tournèe tetrali ci sentivamo tutti i giorni, per un saluto, una parola di conforto.

Quale immagine ricorderà di sua sorella in queste settimane prima di spegnere la luce e andare a dormire?

E quella che ricordo da giorni. E’ la foto del mio matrimonio. In quello scatto siamo allegre, sorridenti. Abbiamo una gamba per aria  a mimare  una mossa di ballo. Sembriamo le gemelle Kessler. E naturalmente anche quella foto per me cosi importante si trova nella libreria dello studio dei miei figli. Proprio  al fianco dell’urna con le spoglie della mia amatissima sorellona.

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