Guido Melis

DI GUIDO MELIS

Io la maturità l’ho fatta nel luglio 1968, l’ultima edizione con tutte le materie e i terribili “riferimenti” ai due anni precedenti. Tre scritti, italiano, latino e greco, per noi del Classico. Poi due impegnative sessioni orali.

Tranquilissimo il giorno del tema. Era il mio forte. E poi eravamo alunni di Manlio Brigaglia che ci aveva dotati di un librino a testa che ancora conservo, con Snoopy in copertina, una specie di piccolo vademecum (allora non erano ancora di moda: ma lo sarebbero stati poi) su come studiare, cosa scrivere e con quale calligrafia, come vestirsi, come tagliarsi i capelli, come intervallare lavoro e riposo nei giorni della grande tensione. Persino cosa mangiare nei giorni torridi dell’esame.

Grande emozione però, questo sì, e da tremarti le gambe, il secondo giorno, quello del compito di latino (credo di essermi persino sentito male strada facendo). Sorpresa al greco (culo, direi):  il testo nazionale della versione, estratto per tutti i licei, è lo stesso appena svolto e corretto in classe sotto l’occhiuto controllo della nostra professoressa Graziella Fiori Loria.

Commissione esterna giudicata buona. Un certo professor Trebastoni, siciliano, temutissimo solo per il nome terrificante, non è venuto, sostituito da una sardo bonario, mi pare di Bonorva. Attento e preparato il docente di storia e filosofia. Simpatico il professore di italiano, un livornese che dicevano fosse comunista. E noi, nel ’68 sassarese, comunisti, anzi ultra-comunisti lo eravamo diventati quasi tutti, in odio al preside Mezzacapo e suggestionati dalle rivistine extraparlamentari. Orali sereni, comunque. Per me meglio nelle umanistiche (10 in storia dell’arte! “La luce in Caravaggio”..) ma anche nelle scientifiche non male. Quadri con medie altissime. Ricordo il senso di liberazione la sera della prova finale: cielo di scirocco a Sassari, caldo e umido. Ma superata l’interrogazione, ecco una brezza di maestrale levarsi dal mare, e il cielo tornare azzurro. Come se esistesse un dio per i ragazzi della maturità e avesse deciso di manifestarsi.

Il migliore in assoluto della nostra classe fu Piero Sanna, studiosissimo, capace di alternare tutte le materie allo studio del violoncello (si diplomò infatti quell’anno anche al Liceo musicale). Ma  c’erano nel gruppo anche altre eccellenze: Gianni Francioni, il più estoso di tutti, ora professore a Pavia, studioso massimo di Gramsci; Giovanni Maniga, che ora fa il notaio; Giuseppe Talu, farmacista; Angelino Cadoni, dentista;  Nino Molinu, studioso apprezzato di filosofia; Antonello Lai, ispettore dell’Inps; Giovanni Pala, uno che veniva da Cheremule e che sarebbe diventato un esperto di agricoltura e di credito agrario. E poi un indimenticabile Paolo Giganti, Fulvio Dettori, Francesco Baggi (che avrebbe guidato poi il gioiello di famiglia, “La Settimana enigmistica” fondata dal nonno Francesco Sisini); e Giuseppe De Martini, Gianni Padula…

Con alcuni di loro, finita la grande prova, ce ne andammo a Parigi, in quello che fu il primo viaggio all’estero della mia vita. Ma non senza passare per Torino, a respirare l’aria dell’università occupata, e a conoscere  amiche e amici tutti nuovi, nel grande mondo affratellato e solidale che era in quella irripetibile stagione il movimento studentesco italiano.

E a Parigi, in un angolo di Saint-Germain-des-Prés una piccola violinista forse boema suonava – e sembrava le suonasse solo per noi –  le note esaltanti dell”Internazionale

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