Silvia Garambois

DI SILVIA GARAMBOIS

E neppure i salari o i diritti. Non sono merce di scambio, anche in tempi di crisi nera. Non c’è stata la ripresa annunciata, tutt’altro: giù i consumi, giù il Pil, cresce solo il debito pubblico. Il paese tracolla e qualcuno ne vorrebbe approfittare.

Cinquecentomila posti di lavoro persi in un anno. E visto che l’Istat calcola che in Italia ci sono 25 milioni di famiglie, significa che una famiglia ogni 50 nel 2013 ha subito un nuovo duro colpo economico, che c’è un altro stipendio in meno. Un altro, perché a questo punto sono tre milioni e trecentomila i disoccupati in Italia, e quasi altrettanti gli “inoccupati”, quelli che il lavoro non lo cercano proprio più. Il che significa uno stipendio che non c’è più ogni quattro famiglie…

Il 2013 è stato l’anno più nero della crisi. Non c’è stata la ripresa annunciata, tutt’altro: giù i consumi, giù il Pil, in impennata solo il debito pubblico. E quello delle famiglie.

“Fortunato te che un lavoro ce l’hai”: e così, come fanno a protestare tutti coloro – ma quanti sono? – ai quali il padrone ha detto “resti qui, ma la crisi, capisci: bisogna rivedere lo stipendio”. Lo fanno le multinazionali, e allora lo fanno anche le aziende con pochi dipendenti, dove il sindacato neppure c’è. Anche se i conti in azienda – è vero – soffrono, ma in rosso non sono.

E come fai a protestare, con l’amico che è in cassa e il vicino in disoccupazione? Anche se i conti neanche a casa tornano più, una doccia fredda, diritti in fumo. Già, i diritti. Rivendicati sottovoce. Adesso che è diventato un lusso tornare a casa morti di fatica.

Mettiamola così: lavorare non è un lusso, è una faticaccia, ed è un diritto e pure un dovere sociale. E non è un lusso neppure essere in pensione, dopo una vita di lavoro. E i diritti non sono merce di scambio, neppure in un Paese in crisi.

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