Francesca Lagatta

DI FRANCESCA LAGATTA

La storia che state per leggere è la preziosa testimonianza di un ex carcerato. È un racconto nudo e crudo della vita vissuta all’interno delle carcerari italiane, che va letto senza pregiudizievoli pretese. Il suo unico intento è  quello di raccontare cosa succede dentro e fuori le celle detentive e mostrare come a volte la reclusione finisce col danneggiare il detenuto, e di conseguenza la società, quando non svolge la sua funzione riabilitativa. Ecco la lettera, senza censure:

“La mia prima esperienza sul carcere risale alla detenzione presso il carcere minorile C. Beccaria di Milano. Parto col presupposto che il carcere per i minorenni è un boomerang, in quanto dopo quella esperienza si esci gasati per aver conosciuto quell’ambiente e automaticamente finisci in un vortice che ti porterà a ritornarci. Io ricordo quel giorno come se fosse oggi. Erano le 2 di notte, un Alfa civetta del commissariato e tre poliziotti in borghese condussero me e un mio coetaneo in quella struttura. Ricordo che ero molto spaventato. Dopo la schedatura in matricola, ci portarono su, nel braccio che allora si chiamava brevi permanenze. Ci sistemarono in due celle singole, separate, illuminate solo dai fari sul muro di cinta. Non chiusi occhio tutta la notte, poi alle 8 del mattino aprirono tutte le celle. Gli agenti erano rigorosamente in borghese, ma poi col tempo mi accorsi che quei poliziotti svolgevano la funzione di educatori.

Tutte le mattine ogni detenuto doveva obbligatoriamente pulirsi la stanza, poi vi erano altri compiti di pulizia impartiti dall’agente. Ai nuovi arrivati toccava pulire il corridoio, le docce o la sala tv, mentre i più anziani apparecchiavano per la colazione, il pranzo e la cena. Dopodiché bisognava svolgere obbligatoriamente il tirocinio al lavoro: falegnameria, elettrotecnica, manutenzione, giardinaggio, panificio, cucina. Dopo pranzo c’erano le lezioni scolastiche fino alle 16, poi sport fino alle 18, si cenava alle 19 e poi era possibile rimanere nella sala tv, nella sala giochi o in corridoio fino alle 22.30, orario in cui era obbligatorio tornare in cella. In alcuni giorni della settimana proiettavano un film, potevamo giocare a biliardo o ai giochi di società, mentre il sabato venivano a farci visita i boy scout. Nelle serate d’estate potevamo usufruire addirittura della piscina all’aperto.

Anche se si soffriva ugualmente, non si può dire che si stava male. Però il punto è proprio questo, l’arresto non ti fa più paura. Infatti quando uscii dopo appena 15 giorni, ero ancora più fuori controllo, tanto da tornarci altre quattro volte. Mi arrestavano per piccoli reati, ma io ormai mi sentivo un malavitoso e ogni volta che rientravo ero sempre più esperto e rispettato dagli altri detenuti. Ci passai in totale due anni della mia vita.

Raggiunta la maggiore età, conobbi il carcere duro a San Vittore, quello vero, a 20 anni. Fu un impatto bruttissimo quando il cancello della carraia mi si chiuse alle spalle, fuori avevo lasciato mia figlia, di appena un anno. Dopo il rituale della schedatura in matricola e i tragitti nei meandri squallidi di quel carcere arrivai alla famosa rotonda dove si collegano i 6 raggi. Maestosa e impressionante quella rotonda. Venni preso in consegna da un detenuto scrivano che si occupa dei nuovi arrivi, nella cella eravamo in 10 ma ci conoscevamo tutti. Ci misi poco a capire che qui la vita sarebbe stata molto più monotona. C’erano le ore d’aria dalle 8.30 alle 10.30 e dalle 13.00 alle 15.00. La domenica mattina il cappellano celebrava la messa in rotonda. Basta. Il resto si svolgeva tutto in quella cella affollata. Rimasi lì per un e otto mesi e poi fui trasferito al carcere di Opera.

Ebbi subito l’impressione che la mia vita carceraria sarebbe cambiata in positivo. Nelle celle rimanevano soltanto due persone, in ogni piano c’erano tre sezioni da cinquanta detenuti, due padiglioni da quattro piani, la sezione infermeria e la sezione attenuata. Si svolgevano molte attività scolastiche e sportive, tra le quali calcio, tennis e basket, l’organizzazione era efficiente nonostante l’enormità della struttura ed era diffusa la tendenza a tenere aperte le celle. Lì conobbi mafiosi e pluriassassini ben noti alle cronache, rimanevo per venti ore chiuso in una cella, per di più mia figlia cresceva fuori senza di me. E’ un’esperienza devastante a livello umano, ma ho cercato di rimanere forte. Mi sono concentrato sull’attività fisica maniacale, il famigerato callo del carcerato, aspettando che passasse il tempo. Dopo un po’ diventi un pezzo del carcere, la tua vita è lì, ti abitui a certe condizioni. Sopprimi desideri e sentimenti a forza di corsa, yoga, tennis, calcio, palestra. Anche se continuavo a ripetermi che avevo 29 anni, l’età più bella, e avrei voluto godermi mia figlia anziché in mezzo ai delinquenti più pericolosi d’Italia.

Eppure mi ero così abituato a quel mondo che esercitava una sorte di protezione nei miei confronti, che quando dopo cinque anni il ministero mi concesse la declassificazione, cioè tornare tra i detenuti comuni e ambire a misure alternative, non accettai . Tanto che furono costretti a portarmi via con qualche giorno di isolamento e la squadra punitiva.

Nel penale dovetti scontare gli ultimi tre anni di carcere. Le celle rimanevano aperte dalle 8 di mattina alle 8 di sera, si svolgevano tante attività sportive e culturali, i contatti con educatori e assistenti sociali erano continui e regolari. Qui fui il protagonista di evento storico. Per la prima volta una squadra di detenuti partecipava al campionato di terza categoria, la famosa squadra” free opera “, di cui televisioni e giornali si occuparono in lungo e in largo e sul quale fu scritto addirittura un libro dal titolo “Un carcere nel pallone”. I giocatori prescelti erano 25, ed io occupavo il ruolo di difensore. Avevamo tre ore di allenamento settimanali per quattro volte alla settimana. Avemmo degli incontri con arbitri e allenatori di serie A. Ci concessero addirittura delle interviste. Non era galera quella, mi era sembrato piuttosto un premio.

Poi arrivò il giorno in cui dovetti uscire, scontai la mia pena e mi rimisero in libertà. Ma io avevo quasi paura. Non volevo lasciare alcuni compagni, che poi sono diventati amici anche nella vita fuori da quelle mura, e dopo 10 anni di prigione non sapevo cosa mi aspettasse una volta fuori.

Ma è un circolo vizioso. Non bastarono neppure quegli anni di carcere a redimermi da tutti i reati. Passai in cella ancora per tre anni. Il passato continuava a perseguitarmi e io continuavo a fare il giro delle più disparate strutture di detenzione: Piacenza, Modena, Lodi, Pavia e Verona.

Per un totale di 15 anni di vita buttati al vento e una figlia che non potrò mai più veder crescere.”

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