Susanna Schimperna

DI SUSANNA SCHIMPERNA

Nel mondo dello spettacolo è considerato “l’architetto”, per i suoi colleghi è “quello che fa radio e televisione”. Ha inventato personaggi di culto come Aristogitone o la Sgarambona, e oggetti d’arredamento che sono stati venduti in tutto il mondo. Oggi è scontento e annoiato, ma sempre surreale, imprevedibile. Un “pupetto” che vuole essere vezzeggiato, fa i capricci e, tanto per tenersi in allenamento, si produce quotidianamente in strane esibizioni per la strada.

UN URLO, UN GRUGNITO, UN MORSO ALL’AVAMBRACCIO

E’ proprio in un periodo scombinato, Mario Marenco. L’umore è giù, nel lavoro non riesce a portare a termine niente, Roma gli è sempre più antipatica. Non gli piace nemmeno più il posto in cui abita, uno di quei centri residenziali con piscina e campo da tennis che ormai da un bel pezzo è impossibile comprare o prendere in affitto perché bisogna mettersi in lista d’attesa. E’ lo stesso centro in cui vivono Boncompagni e la Carrà, sue conoscenze storiche ma ultimamente poco frequentate.

«L’altra mattina sono sceso dal portiere, c’era un operaio polacco». Lunga pausa. Guarda il soffitto. Rabbrividisce accorgendosi del tipo  di luci che ci sono e dice che sono fatte apposta per provocare la scoliosi. Poi continua: «Ho pensato che l’operaio polacco potesse essermi utile per fare un certo lavoretto in casa. Gli ho parlato: era Raffaella Carrà».

SIGNORA ZOCCOLA, E’ CHIUSO IL MERCATINO?

 Non è cambiato per niente, l’architetto prestato alla“Raitibbù”, e neppure è diverso dal personaggio che l’ha reso famoso: surreale, imprevedibile, bislacco. Avrà tra poco sessantasette anni, e continua a fare scherzi.

«A fare lo scemo», precisa Marenco.

L’ultimo quand’è stato?

«Mah, proprio mentre venivo qui. Ho abbassato il finestrino della macchina e ho cacciato un urlo dentro l’orecchio di un paio di persone che passavano. Niente di che, una cosa così».

Routine. Non gli pare ci sia molto da raccontare, o da spiegare. Io insisto, vengono fuori altre provocazioni strambe.

«Sto a Napoli, e chiedo dove si va per Venezia. Oppure chiedo semplicemente: “Dove vado?”. Poi metto in moto e non aspetto la reazione, la vedo dal finestrino retrovisore. Se c’è una donna, domando:“Signora zoccola, è chiuso il mercatino?”. E lei elimina dalla testa “zoccola”, come se non l’avesse sentito, e si concentra sul mercatino, cerca di capire… strano, no? Al supermercato… sì, faccio qualche urlo anche lì. Al Coin di Milano, all’uscita, passavano delle ragazze e io gli facevo un grugnito nelle orecchie, quelle saltavano da terra. C’era in Sardegna Samantha de Grenet, io le feci il mio solito grugnito fortissimo, lei reagì male e mi diede un pugno,oltre a farmi una piazzata… ci sono infatti quelli che s’incazzano e cercano di menarmi, ma io non le prendo mai, perché scappo».

E anche perché sa designare le sue vittime con attenzione: mai giovincelli ben piazzati. Cosa dicono gli amici?

«Se sono presenti alle mie esibizioni, ogni tanto si divertono; ma quasi sempre si scandalizzano, si preoccupano e cercano di nascondersi sotto qualunque cosa. Naturalmente sono tutti sicuri che io sia un po’svitato».

L’aria veramente non è tanto da adulto svitato, quanto piuttosto da bambino superdotato. Un “pupetto” che si annoia. Che fa i capricci. Che vuole essere coccolato.

«Qualche settimana fa, andai a una trasmissione di Chiambretti, in un teatro di Bari. Avevo promesso a Chiambretti di fare una cosa, gliene feci un’altra. Lui credeva che mi sarei prodotto in cose da pazzi, invece feci una roba così… e ne fu molto deluso. Ma stavo annoiato, abbandonato. Era un uggioso pomeriggio. Gli umori miei sono uno spavento, mi affliggono e affliggono gli altri. Se godessi di umore passabile costante, già sarebbe una bella cosa. Poi in realtà basterebbe poco, per tirarmi su… che tutti si mettessero intorno a me, e allora tintin tantan gnamin gnaman yommeyomme ya… essere vezzeggiato. Come i pupi, sì».

LA FACOLTA’ DI ARCHITETTURA DI VALLE GIULIA? UNA COSA DA PAZZI

Questo pupetto è anche un designer di gran talento, un architetto che se avesse voluto intraprendere la carriera universitaria avrebbe avuto il quadruplo dei titoli dei suoi colleghi che sono docenti. Avrebbe: perché anche se insegnare gli piace (l’ha fatto per vari seminari e per corsi di disegno industriale del III livello alla Sapienza di Roma), non sopporta le questioni di gerarchia, ordinamento, antagonismo, rivalità.

Nato a Foggia quasi per caso («i quarti sono Calabria, Bari, Campania e Piemonte»),trasferito con la famiglia a Bari («dove abbiamo fatto la guerra, non si mangiava niente. E ho un po’ di campanilismo verso questa città, seguo la squadra, mi piace il dialetto: le ho dedicato anche il personaggio della signora barese»), studente a Napoli («laureato in architettura a ventidue anni»), progettista in Scandinavia («avevo preso una borsa di studio e piripì piripì piripì me ne sono andato lì, c’era una combriccola di architetti che sapevano il fatto loro, e poi nei giardinetti, un giorno, ho conosciuto Gianni Boncompagni»)e nello studio di Weese a Chicago («c’erano molti professionisti da strapazzo, leggerini, troppo eclettici, bravi più che altro a procurarsi lavoro»), finalmente eccolo a Roma, nella facoltà di architettura a Valla Giulia. La mitica Valle Giulia. Quella delle prime lotte studentesche italiane. Lui c’era arrivato un po’ prima, nel ’61. Ma già l’aveva trovata poco rispondente ai suoi gusti.

«Mi faceva vomitare. Non mi piacevano né le facce dei miei colleghi, né le facce degli studenti, né i muri e nemmeno Valle Giulia. Una cosa da pazzi. Mi sembravano ignoranti e supponenti. Non è un buon modo di guardare alle cose, la supponenza. Tanto più che la maggior parte dei miei colleghi erano e sono più cretini di me. Purtroppo».

Il Sessantotto, più che una cosa da pazzi, gli sembra una cosa poco simpatica.

«Facevo l’assistente, e non mi sentivo per niente a mio agio. Della contestazione non capivo niente, pensavo che ci fossero vagamente alcuni che girellavano con questi eskimi e si picchiavano con la polizia. Mi dicevano che c’era la lotta-la lotta-la lotta, e un collega, col quale familiarizzavo, lottava anche lui e poi, il giorno dopo, mi raccontava. E io non mi trovavo in simpatia con questa cosa politica».

Qualcuno che stimava? Bruno Zevi. Che definisce «un bravissimo docente, un animatore, un benpensante, un eccentrico». Ricorda che era «un po’ spigoloso» e che, con lui «non è stato sollecito quanto avrebbe potuto». Gli è piaciuto però tanto quando, al Maurizio Costanzo Show, ha praticamente insultato l’architetto Portoghesi.

«Se quella sparata fosse durata altri dieci minuti, sarei stato ancora più contento. Portoghesi è un fetente. E in larga misura un incompetente. I suoi argomenti sono strumentali, dice le sue fesserie sulle piazze pensando soltanto a quale vantaggio potrà derivargliene. Di cento cose che fa, forse una sola è fatta bene. Chissà perché. Credo per combinazione».

Altri che ritiene sopravvalutati sono Aldo Rossi («con tutti ‘sti timpani e ‘ste cose, un veleno per gli allievi e uno strazio per chi gira per le periferie, c’è la periferia di Roma che è intasata dai timpani») e Sottsass («ha segnalato che l’immagine è importante, e allora?»).E’ molto interessato dall’evoluzione della matematica e della fisica, e puntualizza:«Questo sì che è un fenomeno di rilievo, non starsi a occupare di fesserie e scarabocchi, che poi non si sanno nemmeno costruire». Tecnica, costruzione:gli sembrano trascurate in nome di uno sperimentalismo cervellotico. Qualcuno che gli piace però c’è. A parte la stima per i grandi del passato (a cominciare da Michelangelo e Leonardo, i suoi numi tutelari, quelli i cui disegni copiava e ricopiava da piccolo, affascinato), e poi per Aalto e la scuola scandinava, per Wright, per molti americani(«quelli che stavano nei luoghi che non ho frequentato io»), trova bravissimi i milanesi, Mangiarotti («gli faccio sempre tanti complimenti ma lui pensa che lo prenda in giro»), Magistretti,  Bellini,  Castiglioni.

MI SONO STABILITO A ROMA PER COLPA DI UNA PISCINA

E lui? Lui ha fatto un sacco di cose, alcune di successo: i cosiddetti divani trasformabili, che contenevano un sacco di spunti poi utilizzati ampiamente, soprattutto dai designer milanesi che sono bravi a capire le implicazioni e a concretizzarle in altri oggetti; una lampada dell’Artemide che è stata segnalata al «Compasso d’oro»; una scacchiera pieghevole che sembra una scultura; case e piscine belle e comode… Però quando gli si domanda se è soddisfatto del suo lavoro, risponde che avrà fatto sì e no un ventesimo di quello che aveva intenzione di fare, e la colpa è l’aver voluto fare due mestieri, perdendo tempo e restando sempre “l’architetto” agli occhi della gente di spettacolo e “il comico” per il mondo degli architetti. Risultato: «Mo’ mi tocca campare ancora quarant’anni per fare qualcosa». Un po’ di responsabilità ce l’ha anche Roma, questa città dove «non si combina niente» e in cui lui si è fermato non sa nemmeno bene perché.

«Andavo a scavalcare la cosa, il muro del centro in cui abitava Boncompagni. Oppure lui mi dava i biglietti. Come di che? Della piscina. E’ perché ho trovato quella piscina che sono rimasto a vivere e Roma,e poi mi sono anche comprato la casa lì. Prima abitavo nel ghetto, a piazza Mattei, avevo un bello studio rinascimentale che adesso hanno trasformato in magazzino. Andavo pure a passeggiare per il centro, alle diciannove di quasi ogni sera. Guardavo i negozi. Una bellezza. Da quando mi sono spostato a vivere in periferia non faccio più niente, devo stare attento agli orari per non trovare traffico, arrivo chissà come nei posti perché non mi orizzonto. Voglio cambiare casa. Lì non ho nemmeno tanti alberi… e pago un condominio esoso».

Questa Roma non gli va giù. Né la periferia, né il centro. Trova che il celebre “triangolo mondano” intorno a via della Pace sia una vera schifezza: «Per la maggior parte trovi giovanotti con le mani nelle tasche dei pantaloni e indumenti da sci addosso, che si guardano come cani e gatti». E le feste? In genere sono spaventose, anche quelle«roba da pazzi», lui ci sta poco e se ne va, non parla con nessuno. Però dice che ce ne vorrebbero tre al giorno «perché se c’è modo di non lambiccarsi io sono contento, so che ci sta quella festa, vado, mangio». Quando parla di Roma gli viene un nodo allo stomaco pensando a Renzo Piano, che sta passando i guai suoi per la costruzione dell’Auditorium.

«Caspita, se è bravo Renzo Piano. E anche i suoi colleghi, hanno fatto grandi cose. Ma qui a Roma, quando vai a finire in mezzo ai romani… il problema è che il Lazio è una regione povera, non ha risorse e quelle poche che ci sono, sono distribuite non si sa come. Quindi ci sono in giro pezzenti, molti. Non c’è un bel mercato prospero, di produzione, di scambio di trasformazione. Dato però che a Roma sono affluiti tutti, la questione era ed è: chi ci sta da spennare? Lo stato, la macchina dello stato, il governo, la chiesa, il cinema e la televisione. Questa roba qua. Allora c’è questa cosa delle tribù, l’amico del cugino che ti deve aiutare, tu che se sei stato aiutato e devi a tua volta aiutare, e ti senti scemo se non cerchi di fregare un po’. Ti parla uno, lo guardi in faccia e pensi “che posso ricavare da questo?”. E’ un modo cinico di guardare alle cose. Arriva un costruttore… non so, per esempio l’azienda costruttrice di questo auditorium… i costruttori hanno sempre queste abitudinacce congenite di fare un ribasso spaventoso e così non ce la fanno a proseguire, allora chiedono una revisione dei prezzi, poi aumentano ancora… insomma sono dei meccanismi conosciuti, io ho lavorato per l’Italia all’estero, ho fatto cose ad Algeri, a Colonia, e pure lì c’era della gente che si presentava così. Quindi bisogna dire che: un costruttore è uno che ha i soldi, se non ce l’ha li deve fare, per farli deve lucrare il più possibile, e se gli riesce di lucrare speculando è meglio, così guadagna senza troppo affaticarsi. Questa è l’abitudine ferrea, ed è chiaro che quest’abitudine ferrea serve anche per dare fastidi a Renzo Piano. Io non mi sono mai trovato in questi impicci perché ho sempre considerato Roma un posto dove abitare mio malgrado facendo chissà che e chissà come, un posto scombinato, dove era meglio non lavorare. Ciò nonostante, è inesplicabile come uno, pur con questi pregiudizi…»

“Uno” è lui. Che anche se si muove in continuazione, viaggia, torna, riparte, non ha pace, sempre a Roma torna, nel suo centro residenziale con la fatidica famosa famigerata piscina responsabile di averlo catturato e invischiato, ormai quasi quarant’anni fa. Nel centro dove ci sono Gianni Boncompagni, Raffaella Carrà…

«Come dicevo prima, Gianni lo conobbi a Stoccolma, ci presentarono ai giardinetti. In Italia cominciai a fare delle cosette alla radio per lui, per tenergli compagnia, quando faceva Chiamate Roma 3131 e Radio Ombra, insieme a Riccardo Pazzaglia, e poi Per voi giovani,con Renzo Arbore. Lui dava una mano a Renzo, Renzo dava una mano a lui… Gianni credeva che io fossi… magari brillante, che so… e allora mi stava appresso, un tempo… si annoiava e io andavo là a Radio Ombra, chiacchieravamo. Poi Gianni creò con Renzo Alto Gradimento, che con diversi nomi andò avanti quindici anni, e io e Bracardi – che ogni tanto se ne andava, perché non lo pagavano – inventammo dei personaggi. Io facevo il colonnello Buttiglione, l’insegnante Aristogitone, la Sgarambona, l’aviere, l’astronauta, i mercati generali, lo chef, i grandi magazzini… a volte si rideva e altre volte, di fronte alle fatiche e alle preoccupazioni, si rideva meno, anche se non è che ci si strappasse proprio i capelli… Era in parte una trasmissione improvvisata, non ci vedevamo prima ma io e Bracardi, ciascuno per conto suo, ce ne stavamo a casa a fare i compiti, a prepararci le nostre cosette. La base era comunque una grande libertà. In televisone poi ho fatto L’altra domenica, qualche programma pomeridiano per i ragazzi, una specie di serie fiction con Dino Risi, E la vita continua, e Indietro tutta. Quando stava finendo Indietro tutta dissi be’, vediamo che altro posso fare. Andai da Sodano, che dirigeva Rai 2, per vedere se si potessero escogitare delle cose, e lui fece battute incomprensibili: “Ehi, il nostro architettoooooo!!!”. Io poi mi secco facilmente, quindi smisi di andarci. Se uno deve andare a cercare l’interlocutore in una compagine di uffici ostili, dopo tre volte smette. Certo io non ho il carattere adatto per essere un buon manager delle mie cose. Però bisogna anche dire che l’interlocutore mi sembrava un interlocutore da strapazzo, e forse lo era».

 

LA DONNA IDEALE: PIATTA DAVANTI E ROTONDA DIETRO

 

Ammette di non essere un tipo facile. Per di più, come gli disse una volta Fellini, è pessimista, si annoia tanto, non legge niente, non si fida di nessuno o si fida di tutti… insomma, una vitaccia. Sarà il segno zodiacale della Vergine, accoppiato in maniera sconcertante a un ascendente nei Pesci? «Forse. Io mi sento un capriccioso con ascendente baccalà». Capriccioso anche con le donne, che ama piene di charme, simpatiche e pronte a vezzeggiarlo («credo chee ssere vezzeggiato sia una buona cosa, per un pupetto»), ma che spesso lo fanno arrabbiare («mando giù e me la prendo con le cose, col muro, gli sportelli… posso anche dare morsi e qualche pacchero leggero, morsi agli avambracci, compresi gli avambracci miei, mi sono fatto pure male»).

Sublime la descrizione del suo ideale erotico: «Dunque, ci sta ‘sta ragazza girata di spalle… non ha quasi niente addosso… nuda? Uhm… sì, diciamo nuda… può essere ferma o in movimento… è che lì ha la cosa, sopra le gambe, alla fine della schiena…».

Ah, il sedere!

«Sìììììììììì!!!!».

Curvilinea dappertutto?

«No, tutt’altro. Davanti… meglio di no. Dietro sì, davanti no».

Un po’ di nomi: Meg Ryan, Gwyneth Paltrow, Nicole Kidman, e tra le italiane giusto Alida Valli, perché tra quelle di oggi non vede un granché.

Un sogno erotico?

«Allora ci sta questa che è senza vestiti di dietro eccetera, si mette con un’amica sua, mi girano intorno… di sedere… e allora in questa specie di sandwich triplo o quadruplo o che, allora può anche darsi… che esco da questo momento poco allegro».

Un momento che lo porta, quando gli chiedono «come va?», a rispondere «una chiavica». Un momento in cui sente di essere in un vicolo cieco.

«Siccome non guadagno una lira avendo fruito e goduto di un’efferata campagna di emarginazione finalizzata a mettermi sul lastrico; siccome non faccio niente per la televisione e faccio ben poco nella professione; siccome devo pur uscire da questo spiacevole stato di cose… tutto questo detto, sto preparando una striscia comica di gran successo, Marenco itinerante. Esco per la strada e faccio il cretino, mentre vengo ripreso da qualche amico. Dato che questa striscia avrà, come credo, risonanza nazionale, mi rilancerà anche nella professione di architetto sul piano internazionale. Se invece non mi riesce questo colpetto, mi butterò dal 5° piano».

Mangia un po’ di gelato, beve un po’ di limoncello.

«Il problema è che non mi crede nessuno».

(mia intervista pubblicata su Blue nel 2000)

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