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DI BARBARA BIZZARRI

Incontro Gregory David Roberts a Roma: ha i capelli biondi, un cappotto nero, sembra una rockstar. Non sa che il suo libro è stato compagno di innumerevoli notti insonni, medicamento di una ferita profonda come lo sono tutte quelle derivate da una perdita. L’intervista è fissata alle 11 di mattina e mi sento nervosa; mentre mi avvio verso l’hotel dove vive durante la sua permanenza, incontro una bellissima sconosciuta che mi sembra di conoscere, facce felliniane e una bottiglia di vino rosso occhieggia dalla vetrina di un bar.

A un tavolo dell’hotel, mi aspetta con sua moglie e l’addetta stampa della casa editrice. In un lampo sento il profumo dell’India, dove non sono mai stata ma che ho visto con gli occhi di Lin, il fuggiasco che in uno slum di Mumbai scoprirà di essere un uomo di Dio: Shantaram. Un uomo di Dio evaso da un carcere di massima sicurezza in Australia e fuggito in India, che cura i malati, lavora per la mafia locale, va in guerra in Pakistan e si innamora perdutamente di chi non lo vuole. Quando ci si innamora perdutamente è sempre di un no sotteso da qualche parte. Tiro fuori il mio libro nell’edizione americana, l’addetta stampa è inorridita e io rimedio una delle mie migliori figuracce da fan, pazienza. A marzo dovrebbe arrivare The Mountain Shadow, il sequel di questa trilogia, ispirata al Quartetto di Alessandria di Durrell Lawrence; ma più ariosa, più limpida. L’attesa è stata lunghissima, come per il film. Resta la speranza, come nel vaso di Pandora, come per tutti noi, fratelli umani.

Mr. Roberts, la varietà di esperienze che ha vissuto sono dovute al temperamento o al destino?

Credo che sia stato più per temperamento che per destino. Però è importante chiarire la differenza fra sorte e destino, secondo me: sorte è ciò che si riceve geneticamente dai propri genitori; destino è il luogo, la società, il tipo di famiglia in cui si nasce. Non abbiamo alcun controllo sulla sorte ma il destino è diverso, possiamo plasmarlo accettando e comprendendo la situazione in cui siamo nati e soprattutto comprendendo chi siamo. Alcuni riescono a capirlo fin da giovani, altri impiegano molto tempo per avere una chiara comprensione della propria forza e della propria debolezza. Quindi, una volta capito chi siamo dobbiamo combinarlo con la determinazione di perseguire una direzione un obiettivo. Per me, è molto di più una questione di passione. Nel libro uno dei personaggi principali, Karla, dice: “la fortuna è ciò che ti capita quando il destino è stanco di aspettare”.

Quando sei un evaso, lasci una prigione per entrare in un’altra: la prigione della società, con le sue barriere, il suo controllo, le sue regole e nella prigione che crei tu stesso: la prigione della paura. Non sei più ciò che eri prima: hai perso il tuo Paese, i tuoi amici e la tua famiglia. Perdi tutto quello che definisce chi sei nel mondo. Vivi costantemente con la paura di essere catturato, di tornare in prigione o di essere ucciso. Ho conosciuto tante persone che vivevano sotto la pressione della paura e questo ti rende imprudente. Per esempio, quando ero un fuggitivo mi piaceva praticare lo sky-diving. In un giorno ho fatto venticinque lanci, dalla mattina fino a notte inoltrata. Saltare di notte senza paura, accettare di partecipare a una guerra senza esitazione: adesso non lo farei più, ma allora ero così sventato da non preoccuparmi di vivere sull’orlo del disastro. La mia sventatezza era in tutto ciò che facevo e non me ne importava niente. Diventi Il modo in cui guidi la moto, veloce come un missile tanto che nessuno può prenderti; il modo in cui guidi la macchina, il modo in cui ti innamori, il modo in cui vivi la tua vita, è tutto improntato alla sconsideratezza. Essere un gangster e un cantante rock nella stessa vita, passare da un estremo selvaggio all’altro nello stesso giorno è parte di questo ed è un modo assurdo di vivere.

Questa intensità di vita le ha permesso di descrivere le situazioni di cui parla nel suo libro, anche quando si tratta di una donna?

Forse. Credo sia una componente: quando cerchi di essere uno scrittore e vuoi descrivere per gli altri come artista, ci sono due aspetti: uno più pratico che riguarda la tecnica, lo stile. Se scrivi continuamente migliori la tua tecnica, quindi un aspetto è dato dalla tecnica e dal mestiere che evolve nel tempo, l’altro è un’appassionata interazione con le persone attraverso l’esperienza. Se non sei mai stato innamorato in questo modo non puoi descriverlo. Se non hai mai sofferto atrocemente, non puoi scriverne. Durante un Congresso Letterario, tempo fa, ho incontrato altri scrittori e uno di loro mi ha detto, nel libro la relazione del protagonista con Karla, il modo in cui scrivi dell’amore per questa donna, è eccessivo. Nessuno amerebbe così. Ma io so che semplicemente lui non ha avuto questa esperienza e se non la conosci, non puoi scriverla. Quindi, si tratta di una combinazione della tecnica dello scrittore, della sua esperienza e del tentativo di comunicarla.

Nel suo libro espone una teoria filosofica molto interessante. Che tipo di scrittore ritiene di essere?

Nel mondo ci sono due tipi di scrittori: gli scrittori che hanno qualcosa da dire e quelli che non ne hanno. Il 98% non ha nulla da dire. Questo non significa che non possano essere bravi scrittori, anzi, possono essere ottimi intrattenitori e raccontare storie molto belle. Sono storytellers e c’è una lunga e meravigliosa tradizione al riguardo. Una piccola percentuale ha qualcosa da dire: hanno imparato qualcosa dalla vita e dall’universo e vogliono condividerlo. Io faccio parte di questo gruppo. Il libro è una sorta di cavallo di Troia e dentro c’è la filosofia. In Shantaram c’è un aspetto della filosofia, una definizione universalmente accettabile e oggettiva di bene e male: perché nessuno te la dirà mai. Il libro non lo farà, il Dalai Lama nemmeno, nessuno lo fa e tutti dicono sempre, la nostra religione dice questo. Universalmente accettabile per me significa che è aperta a tutti, a qualsiasi credo appartengano: cristiani, musulmani, hindu. Il mio obiettivo era scrivere un libro con una definizione accettabile. Il secondo aspetto è la distinzione importante fra le azioni, che possono essere buone o cattive, le intenzioni e l’accettazione delle conseguenze, che possono far provare rimorso o senso di colpa. A volte la ragione è giusta ma l’azione è sbagliata. Pensiamo a chi voglia utilizzare un’arma di distruzione di massa sapendo che ucciderà dieci milioni di persone. Diremmo che è il caso di intervenire per fermarlo. La mia interpretazione è differente: intervenire è sempre sbagliato, uccidere è sempre sbagliato, ma a volte lo sia fa per un motivo giusto. La ragione è giusta, l’azione è sbagliata.

Nel libro descrive gli Italiani come il popolo della Madonna. Una definizione curiosa.

Gli Italiani sono gli Indiani d’Europa. Venerano la femminilità e hanno creato una divinità anche se la religione non gliela procura. Prima del Concilio di Nicea non c’era una divinità femminile.

Cosa pensa della religione?

Io sono fortemente critico verso la religione. Secondo me, più credi in Dio, meno credi alla religione. Ho passato la mia vita a studiare l’universo. Ho studiato filosofia all’Università e non ho mai smesso: ho sempre cercato di capire. Ho avuto molti insegnanti e ho sempre pensato che quando l’allievo è pronto il maestro arriva. Quando vivevo a Mumbai ho coabitato per tre anni con un fisico. Il mio insegnante di psicologia era un ricercatore universitario. Sono stato molto fortunato, ho incontrato persone interessanti, ho continuato e continuo a studiare. Se mi chiede in cosa credo, le dico che credo debba esserci un Dio. Ma non lo immagino come un uomo nel cielo: credo a un principio organizzatore dell’Universo, per cui le cose debbano andare in un modo e non in un altro e a cui possiamo decidere di connetterci, oppure no.

Torniamo a Shantaram. Il film tanto annunciato si farà?

Sì, i diritti sono stati acquistati da Johnny Depp. Quando ho ricevuto l’assegno, per me è stata una gioia immensa telefonare al mio patrigno e dirgli che non avrebbe più dovuto lavorare.

Colpa e redenzione sono temi molto importanti nel libro. Il protagonista si sente indegno dell’amore di Karla per tutto ciò che ha commesso. Karla è uno dei personaggi che amo di più e…

Bene! Sono contento.

Perché?

Perché volevo renderla affascinante ma non ero certo di riuscirci. Sono completamente contrario all’idea di scrivere come una donna se sei un uomo o viceversa. Se sei una donna non puoi scrivere storie come se fossi un uomo. “Io sono un uomo”: no, non lo sei ed è solo un trucchetto che fa perdere tempo alla gente. Quindi, come uomo e scrivendo da uomo, con una prospettiva maschile, ho cercato di creare una donna che fosse misteriosa e particolare ma anche attraente e interessante per le donne. Mi scrivono tantissimi uomini che dicono, mi piace moltissimo, voglio andare a cercarla: credono che sia reale e questo è bello. Pensano che una donna simile esista da qualche parte e vogliono trovarla, ma sono ancora più contento quando le donne mi dicono di trovarla affascinante. Il suo personaggio si svilupperà nel sequel.

Colpa, famiglia, redenzione: nel libro ne parla spesso. Permettere il suo arresto a Francoforte è stato un riposizionamento nei confronti della sua famiglia di origine?

Precisamente. Quando sono stato catturato di nuovo, ho immediatamente cominciato a pianificare un’altra evasione da quel carcere. Ci è voluto un anno e quando era tutto pronto, in due o tre minuti ho pensato che stavo per evadere: se mi avessero visto mi avrebbero sparato e ucciso, altrimenti sarei stato di nuovo libero e sarei scappato nella città. Mentre stavo riflettendo, ho avuto la visione del volto di mia madre. L’ho vista come in un sogno, ho visto la polizia bussare alla porta di casa in Australia e dirle che ero evaso in Germania o che ero stato ucciso e non mi avrebbe mai più visto. L’ho vista rifugiarsi in casa. Mi sono riscosso dal mio sogno e ho saputo all’istante che non avrei potuto farlo mai più. Onestamente, stavo uccidendo mia madre con la vita che conducevo. Per dieci anni aveva pianto per me tutti i giorni: nel secondo in cui ho preso la decisione di tornare indietro e servire la mia condanna, tutto è stato chiaro, sapevo che davanti a me c’era un tunnel. Era il 1991: ho saputo che avrei scontato la condanna, che sarei tornato in Australia e che avrei scritto un libro; che avrebbe avuto successo e toccato milioni di persone. Era tutto dinanzi a me: avrei badato alla mia famiglia, li avrei ripagati e resi sicuri economicamente e sapevo che sarei tornato a Mumbai. E’ stato velocissimo ma perfettamente nitido e una voce nella mia testa ha detto, è tutto tuo se lo vuoi e se combatti per ottenerlo. Tu sai cosa fare. E lo sapevo davvero. Così ho smesso di fuggire e ho cambiato il mio modo di essere nel mondo: la sventatezza di bere e drogarmi, di svegliarmi la mattina in cerca della bottiglia. Mi svegliavo, andavo a fare una doccia e contemporaneamente bevevo, poi prendevo la moto e andavo a drogarmi. Da quel giorno ho smesso con le sigarette e con l’alcool e con la droga e con i crimini. E tutto si è aperto nel modo in cui sapevo che avrebbe fatto.

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