DI ANTONELLA CORI

Francesco Giuffrè e Alfredo Angelici rimettono in scena al teatro Argot studio di Roma  L’uomo tigre, riaprendo nelle nostre menti un’inquietante ma familiare ricordo, quello di chi gli anni ’80 li ha attraversati proprio con quegli occhi, quelli dei bambini.

Infatti basta un attimo perché l’immagine dell’uomo tigre, ritorni ad essere subito viva e presente nelle nostre menti. Un personaggio impensabile da associare ad un bambino di oggi.

L’uomo tigre nasce come lottatore violento e scorretto, per poi diventare leale, ma pur sempre crudele e spietato.

Il cartone animato ha un impatto visivo fortissimo, si vede in continuazione scorrere sangue, il messaggio è: la giustizia ad ogni costo, anche a costo della violenza. La malvagità un male da estirpare, anche a costo della vita.

La prima immagine dello spettacolo raffigura un uomo tigre forte, vincente e intramontabile, con una voce distorta e mostruosa, che incute timore e rispetto.

Subito dopo la scena ci riporta ad un’ambiente trasandato, privo di luce, squallido, dove vive l’uomo tigre, che riconosciamo solo per la maschera che indossa, dentro un corpo lasciato andare a se stesso, privo di muscoli e tutt’altro che imponente.

Un uomo tigre che vive del riflesso di se stesso, intrappolato dentro un ricordo di gloria dal  quale non vuole più uscire.

E’ lo stesso cartone animato che lo intrappola in questa figura, ma lo spettacolo  decide di umanizzarlo, attraverso le debolezze dell’essere umano ce lo fa vedere sotto un altro aspetto, puntando i riflettori sul dopo, su quello che succede quando la gente si stanca dell’eroe con la faccia da tigre e ne vuole un altro.

A distanza di 15 anni l’uomo tigre si esibisce su palchi scalcagnati, rimettendo in vita la sua gloria, ma lo fa in maniera goffa, il suo vecchio ed ormai zoppo ex allenatore Daigo, lo esibisce come fenomeno da baraccone, mettendolo in ridicolo davanti ad un pubblico annoiato, che vive di nostalgia.

uomotigre

La sua fidanzata Ruriko lo tiene sedato con delle medicine, e chiuso a tre mandate di chiave nello stesso buoi che è calato nel momento in cui i riflettori del successo si sono spenti,  ripetendogli in continuazione che fuori scorre tutto liscio e che non c’è più bisogno di un eroe come lui.

Il personaggio cult degli anni ’80 intrappolato in un teatrino sporco, dove per tutto il tempo echeggia nelle nostre orecchie un rumore di goccia che cade monotona, dove si svolge tutto: la finzione dello spettacolino squallido da due soldi, la vita buia e avulsa dal mondo esterno, e gli incontri notturni che vivono nelle allucinazioni dell’emaciato uomo tigre, con l’altro lui: il glorioso e forte uomo tigre.

Durante lo spettacolo, piccoli buchi di luce, tagliano il buio della lugubre stanza. Sono delle vecchie lettere di fan, che cadendo a terra aprono delle piccole fessure di luce. L’uomo tigre cerca di afferrare  la luce con le mani, cerca di raggiungerla, un lontano desiderio di libertà lo pervade attraverso quella luce, il desiderio di vivere una vita fuori, reale, quella vita dove non è necessario essere un eroe, ma l’unica cosa da fare è mescolarsi con essa.

Le lettere che cadono a terra, aprendo spiragli di luce rappresentano un po’ il simbolo della rinascita, attraverso il distacco del ricordo di qualcosa che è stato, si può riiniziare a vivere un presente, quel piccolo spiraglio di luce è il punto di partenza, di rinascita, la lettera che cade rappresenta un passato che se ne va, che va abbandonato per dare spazio al vero coraggio, quello di poter continuare a vivere una vita senza gloria, ma con dignità.

http://www.lospaccatv.it/2015/05/23/luomo-tigre-la-recensione/

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