flavia perina

DI FLAVIA PERINA

Molti anni fa, nel 2005 o giù di lì, Pierluigi Battista scrisse sul Corriere un articolo intitolato “I figli dei fascisti non si vergognano più dei loro padri”. Si riferiva a Vincenzo Cerami, che aveva appena raccontato in un’ intervista all’Unità del padre volontario in Spagna «dalla parte sbagliata», e anche a Paolo Rossi, uno dei comici più amati a sinistra, che aveva rivelato la militanza di suo padre nella Rsi senza giudizi moralisteggianti. Pure Battista è figlio di un “fascista”, l’avvocato Vittorio, impeccabile missino. E ancora ricordo i casi di Giampiero Mughini, Darwin Pastorin o Marco Lodoli, che ha rieccheggiato la storia del padre fascista in un bel romanzo, “Italia”. «Per molti giovani di sinistra – scriveva Battista nel suo articolo – il padre fascista non pentito ha incarnato un segreto conturbante, una condizione da nascondere e occultare, un marchio socialmente inaccettabile e inaccettato».
Una generazione dopo sono, per la prima volta, i figli – anzi le figlie – dei comunisti a raccontarsi. Nella fattispecie Elena e Mariella Venditti, che in una doppia intervista per “Repubblica” a Concetto Vecchio raccontano di un padre comunista e giornalista famoso così indignato dell’adesione della sua secondogenita al gruppo di destra Terza Posizione, della sua relazione con Roberto Fiore prima e Luigi Ciavardini poi, del suo arresto nel contesto delle inchieste per terrorismo, da non pronunciare più per cinque anni il suo nome nelle conversazioni domestiche. Mariella mostra i messaggi degli amici comunisti di suo padre dopo l’arresto di Elena che «sembrano condoglianze», quasi che Elena fosse morta. Ed Elena racconta che solo quando suo padre ha perso la testa, travolto da una malattia dell’età, si è sentita in grado di parlare della sua esperienza in un libro (“Non mi abbracciare”, Wingsbert House): prima, non ci sarebbe riuscita.
Così, ascoltando l’intervista, si scopre che per paradosso forse è stato più facile essere figli di fascisti tra il ’68 e il ’77 che figli di comunisti tra il ’77 e il decennio successivo, perché se la generazione della guerra ha saputo essere silenziosa e sostanzialmente tollerante verso la prole che “la tradiva” facendo scelte di segno politico opposto, quella del dopoguerra si è regolata molto diversamente. Fa impressione sentire le Venditti elencare i film che si dovevano vedere (Fragole e sangue, Soldato Blu) e quelli che non si potevano vedere (La Febbre del Sabato Sera) mentre scorrono le immagini delle tessere Pci del papà Corrado. Mette tristezza ascoltare Elena che racconta della sua espulsione dalla Fgci, a 18 anni, perché si era fidanzata con un “nemico” e dice: «Mi sono sentita cacciata da casa». «Nel Pci non dovevi dirazzare», conferma la sorella. E chissà che anche questo racconto, come quello di Vincenzo Cerami, tanti anni fa, non apra uno squarcio di verità nel rimosso di una generazione facendoci capire meglio la nostra storia, oltre la retorica delle versioni ufficiali.

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