landi266

DI FILIPPO LANDI

Per chi guarda all’Egitto per la politica mediorientale e per gli affari. E’ cattiva politica ignorare i fatti.

‘Cosa vuole da me lo Stato?’, chiede l’avvocato Abdel Aziz Youssef, detenuto senza imputazione in un carcere de Il Cairo. La domanda di tanti scomparsi e poi riapparsi nelle prigioni egiziane. In un paese dove la lotta al terrorismo ha sconfinato nella voglia delle autorità di avere mani libere.

E’ giunta una lettera ai colleghi ed amici dell’avvocato Abdel Aziz Youssef. L’ha scritta e firmata di suo pugno, in una cella di una prigione del Cairo, probabilmente il Belbees Centre nel quartiere di Sharqeya.

E’ lo stesso quartiere dove c’è la sua casa. Qui nella notte del 18 agosto è stato arrestato. Per 48 lunghissime ore Youssef è diventato per la famiglia un uomo “scomparso”.

Nel frattempo, era scattato il passa parola tra gli avvocati del Cairo. Qualcuno butta giù una lettera pubblica di protesta da inviare alle autorità. In cinquanta la firmano in poche ore. “Noi condanniamo – si legge nella lettera- la permanente politica del Ministero dell’Interno di terrorizzare gli avvocati e di cercare di dissuaderli dal fare il loro dovere di difensori delle vittime di violazioni”.

proteste-egitto notte

Gli stessi legali si rivolgono a chi dovrebbe “ufficialmente” tutelare gli avvocati e scrivono così al Sindacato degli Avvocati Egiziani affinchè cessi il suo silenzio e “agisca seriamente contro le violazioni della sicurezza degli avvocati”.

L’avvocato Abdel Aziz Youssef, nonostante la sua giovane età, 28 anni, è un uomo fortunato. Ha amici coraggiosi. Cessa di essere uno “scomparso”, al fratello viene comunicato il luogo della detenzione. Giunge anche una generica motivazione dell’arresto. Violazione della legge del 2013, quella definita come la Protest Law, che definisce le manifestazioni pubbliche ammesse e quelle vietate. Nessun riferimento specifico a proteste compiute da Youssef.

Un primo interrogatorio e poi alla famiglia viene comunicato che la “detenzione” è rinnovata per altri 15 giorni. Fermo di polizia? Detenzione giudiziaria? Il tempo ci dirà quali sono le intenzioni delle “autorità” riguardo al legale Youssef.

Intanto abbiamo in mano la sua lettera giunta dalla prigione. Youssef pone, subito, la domanda fondamentale: “Che cosa lo stato vuole da me?”

Il giovane avvocato che difende coloro che hanno subito violazioni dei propri diritti umani e civili, da parte della polizia o di altre istituzioni pubbliche, pone la domanda più semplice e disarmante che esista. Sorride Youssef ricordando la notte del 18 agosto. “Quella notte – scrive – ero circondato da un gran numero di forze speciali, c’erano auto della polizia e blindati dell’esercito. C’erano poliziotti di alto rango e ufficiali dell’esercito. Non ho mai saputo di essere così importante.”

Scrive ancora Youssef: “Sto aspettando il mio sconosciuto destino e tante domande senza risposte. Ma non riesco a pensare al perché di tutto quello che mi sta accadendo, a me, ad un uomo che pure ha deciso di stare lontano dalla politica. Ricordo, però, le parole e la forza di Esraa El Taweel, che ha tenuto forte nonostante condizioni molto peggiori.”

In prigione accade anche questo: si desidera la libertà, l’abbraccio dei propri familiari, ma si desidera anche essere fedeli alla dignità di chi ci ha preceduti.

La giovane studentessa e fotografa freelance egiziana, Esraa El Taweel, è stata arrestata nel giugno scorso, fatta scomparire per due settimane e poi “riapparsa” nella prigione di Al- Qanater. Le sue foto, quelle in cui si vede la violenza perpetrata dai poliziotti, l’hanno condotta in carcere, con l’accusa di propagandare notizie false e di appartenere al disciolto movimento dei Fratelli Musulmani.

Per Youssef c’è ora l’accusa di aver protestato, di aver compiuto violenze ed ovviamente di appartenere ai Fratelli Musulmani. “Un cumulo di accuse fabbricate”, le definiscono gli avvocati dell’Associazione per la libertà di pensiero e di espressione, che difendono il loro collega.

Intanto, c’è anche da commemorare il settimo mese dalla morte in carcere, sotto tortura, di Karim Hamdy, 27 anni, anche lui avvocato; è morto a febbraio, prima scomparso poi torturato ed ucciso. Due ufficiali della polizia, per questo delitto, sono stati arrestati. Il corpo di Hamdy forse proteggerà quello di Youssef.

proteste_egitto2 sito

“Che cosa lo stato vuole da me?” La domanda iniziale di Youssef ritorna allora come un macigno nell’Egitto di oggi. In un paese dove la lotta al terrorismo ha sconfinato nella voglia delle “autorità” di avere le mani libere. Questa domanda, che appartiene ai tanti scomparsi e poi riapparsi nelle prigioni egiziane, va ricordata anche a chi guarda all’Egitto per la propria politica mediorientale e per gli affari. E’ cattiva politica ignorare la domanda di Youssef.

http://www.remocontro.it/2015/09/07/gli-desaparecidos-nascosti-legitto-dei-poteri-forti/

Annunci