daniele garbo

DI DANIELE GARBO

Lo sguardo diretto, limpido non è quello di un assassino. E’ una sensazione, non una certezza. Ieri sera, mentre cercavo di trovare un motivo per guardare la televisione, mi sono imbattuto casualmente su Rai 3 in “Storie maledette”, la trasmissione di Franca Leosini, che da anni intervista in carcere gli autori di omicidi clamorosi.
Questa volta il protagonista era Rudy Guede, l’ivoriano unico condannato per la morte di Meredith Kercher, la studentessa inglese uccisa a Perugia il 1° novembre 2007.
Appena ho visto lo sguardo di Guede e l’ho sentito parlare mi sono inchiodato.
Mi aspettavo un uomo disadattato, incerto, rassegnato, ridotto male. Mi sono trovato invece di fronte una sorta di Denzel Washington: elegante, pulito, vestito bene, sicuro di sé, che parlava un italiano eccellente, con una proprietà di linguaggio e una varietà di vocaboli sconosciuta alla maggior parte degli italiani.
E poi quello sguardo: profondo, aperto, limpido. Così diverso da quello di tanti assassini intervistati in questi anni dalla bravissima Leosini. E questo mi ha destabilizzato, colpito, disorientato.
Per due ore Guede risponde alle domande della giornalista, ribadendo di essere totalmente estraneo all’uccisione di Meredith e raccontando la sua verità. Naturalmente diversa da quella processuale, che non intendo qui discutere, non avendone titolo. Ma un dato di fatto è incontrovertibile: Guede è stato giudicato col rito abbreviato e condannato in primo grado a 30 anni di carcere, ridotti poi a 16 in sede di appello, per concorso (con chi, non è stato e a questo punto non sarà forse mai stabilito) nell’omicidio della Kercher. Ma il giudice ha escluso che sia lui l’assassino, perchè sull’arma del delitto non ci sono le sue impronte.
L’ultima sentenza della corte di Cassazione, che il 27 marzo ha assolto in via definitiva Amanda Knox e Raffaele Sollecito, ha escluso che i due abbiano preso parte all’omicidio di Meredith per l’assenza di loro tracce sulla scena del crimine, ma ha dato per certa la presenza dei due ragazzi sul luogo del delitto. Insomma una sorta di assoluzione per insufficienza di prove, che mette il dito sulla piaga di un’indagine piena di buchi e contraddizioni.
L’unico condannato rimane Rudy Guede, che lucidamente usa proprio questo termine, correggendo la Leosini quando lei gli dice di essere stato riconosciuto come l’unico colpevole. E naturalmente la precisazione non è di poco conto.
Nelle due ore di intervista registrata nel carcere di Viterbo, dove sta scontando la pena, Guede risponde con precisione a tutte le domande, senza mai abbassare lo sguardo, tranne in un’occasione. E’ quando la Leosini gli chiede: “Ma lei acchiappava, insomma piaceva alle ragazze ?” E lui sembra quasi arrossire, si schermisce, sorride nervoso, balbetta e alla fine ammette: “Ho avuto un po’ di fidanzate, come tanti ragazzi di vent’anni”.
La Leosini appare disarmata davanti alla sicurezza di Rudy, ma soprattutto davanti alla sua serenità, alla sua lucidità, all’assenza di momenti di nervosismo. Al punto che dà la netta sensazione di prenderlo in simpatia. Gli sorride, si lascia andare a qualche battuta. Come quando Guede racconta che la sera del delitto, dopo un po’ di “petting”, è stato sul punto di avere un rapporto sessuale con Meredith. Ma tutto è naufragato di fronte alla domanda della ragazza: “Hai un profilattico”. Non ce l’aveva e allora la cosa è finita lì. E la Leosini, col sorriso sulle labbra, lo bacchetta: “Eh, ma Rudy, come si fa ad andare in bianco per non aver pensato a portare un profilattico ?”
L’intervista prosegue in un’atmosfera rarefatta, con Rudy che si erge a protagonista assoluto, senza avere mai un’incertezza, sviscerando con una logica difficile da confutare i vari passaggi della vicenda. Sostiene di aver cercato di tamponare il sangue che sgorgava dalla gola di Meredith in quantità “copiosa”. Un aggettivo che solo chi conosce molto bene l’italiano può usare. Ma perchè poi è fuggito ? “Perchè ho avuto paura – spiega – e perchè un nero sul luogo del delitto è automaticamente un assassino”.
Ripeto: non voglio entrare nel merito della vicenda giudiziaria, ma soltanto esprimere delle sensazioni. Non so se Guede abbia detto tutta la verità o soltanto una parte (per coprire chi, eventualmente ?). E se ieri sera ha recitato il ruolo del bravo ragazzo incastrato dalla polizia e dalla magistratura italiane, meriterebbe la nomination per l’Oscar come miglior attore non protagonista (di un delitto che il giudice ha escluso che l’ivoriano, oggi ventinovenne, abbia commesso).
Mi ha colpito la testimonianza del criminologo Claudio Mariani, che segue da 6 anni Guede nel carcere di Viterbo. Parla di un ragazzo equilibrato, attivo, collaborativo e spiega di credere sostanzialmente alla sua totale estraneità all’omicidio di Meredith.
La Leosini alla fine sembra pensarla come lui. Lo si intuisce durante tutta l’intervista, anche se cerca di incalzarlo per aprire delle falle nel suo racconto.
Lo congeda con l’ultima domanda: “Dove vede il suo futuro ?”. E qui il colpo da maestro, che appare sincero, non studiato: “Lo vedo nel mio paese. Che è l’Italia, dove vivo da quasi 25 anni, dove ho tanti amici, dove la gente mi vuole bene e mi rispetta. La Costa d’Avorio è il mio passato. L’Italia è il mio presente e il mio futuro. Mi sento totalmente italiano”.

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