Corrado Giustiniani

DI CORRADO GIUSTINIANI

Avanzavano barcollando, lo zaino strattonato dal vento gelido dell’inverno polacco. Arrivarono allo scalo merci senza attraversare la città. Erano le  14 dell’11 gennaio del 1944, quinto mese di prigionia, quando li chiusero dentro i carri bestiame, 45 per vagone, per il viaggio più lungo di quei due anni d’inferno. Una settimana, per spostarsi dal lager di Przemysil a quello di Deblin, sempre in Polonia. “Si partirà domattina alle 4.30. Si viaggia, Jaroslaw, Rzeszow, Tarnovo. Già da stamane alle 10 ci hanno buttato in vagone un terzo di pane a testa e un pezzo di salame. Non ci hanno più aperto. Si comincia a sentire il desiderio di bere e di defecare. Per orinare ci si arrangia con un barattolo, con un complicato turno. A sera si attraversa Cracovia. Si passerà la notte fredda in un crescente nervosismo, su di un binario morto di uno scalo a 15 km da Cracovia”. Dopo 48 ore il vagone viene aperto: “Ci lasciano scendere e defecare. A sera baratto di pane in cambio di oggetti col personale tedesco della scorta. La sete ci tormenta”.

Il viaggio non è ancora finito. Dei ragazzini polacchi assicurano finalmente il rifornimento d’acqua. Ma sarà acqua di cattiva qualità, che li farà stare male la notte. Finalmente, dopo quei sette giorni, si arriva al campo di Deblin. Dove verrà chiesto loro di optare per la Repubblica di Salò. Ma tutti rifiuteranno. Sono citazioni, queste, tratte dal diario di prigionia del capitano d’artiglieria Vito Giustiniani, mio padre. Uno dei 600 mila ufficiali, sottufficiali e militari semplici, catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943, perché rimasti fedeli alla patria e al re. Protagonisti di un’altra Resistenza rispetto a quella partigiana. A lungo misconosciuta, forse perché un esercito sconfitto non meritava rispetto. Alessandro Natta, che poi sarebbe diventato deputato del Pci e addirittura segretario, dopo Enrico Berlinguer, era uno di loro, deportato in divisa assieme agli altri. Nel 1954 voleva pubblicare un libro per ricordare quella esperienza e nello stesso tempo riabilitare le nostre Forze armate. Ma non ci riuscì. Il suo lavoro sarebbe andato alle stampe, per EINAUDI, soltanto nel 1997. Con il titolo, appunto, “L’altra resistenza. I militari italiani internati in Germania”.

Mio padre venne preso l’11 settembre del 1943. Aveva 28 anni e lasciava a Bra, in provincia di Cuneo, una moglie di 23 anni, una bimba di tre anni e un bimbo di due. Io sarei nato alcuni anni dopo la fine della guerra. Fu uno degli ultimi ad essere restituito al suo paese e alla sua famiglia, perché varcò il Brennero, in treno, la notte del 4 settembre 1945, dunque diversi mesi dopo la Liberazione. Trascorse tutto questo tempo nelle baracche di cinque diversi Lager: prima Mühlberg in Germania, poi i due polacchi, quindi ancora in Germania Sandbostel, per finire poi nel vicino campo di Wietzendorf, assieme a Giovanni Guareschi. Vito non decise subito, ma dopo qualche mese di tenere un diario. I suoi appunti ordinatissimi, allineati al millimetro, benché i foglietti dove scriveva, con una penna a inchiostro celeste, non avessero righe di sostegno, vennero poi trasferiti in 270 pagine battute a macchina, molti anni dopo il suo ritorno in patria.

Più volte gli proposi di pubblicare il diario. Ma lui non ne voleva sapere. “Ci sono nomi e cognomi qui dentro – mi diceva – . E quando gli uomini perdono la libertà, capita che perdano anche la loro dignità. Costretti nel perimetro di una baracca, affamati, si litiga per un nonnulla…No, questo diario, così com’è, non uscirà mai”. Anche Guareschi, lo scrittore che fondò il celebre  settimanale umoristico “Candido” e ideò i personaggi di don Camillo e Peppone, la pensava allo stesso modo. Tornato dai Lager batté a macchina, meticolosamente, tutti i suoi appunti. Per poi farne un grande falò. Ma si dimenticò di distruggere diversi documenti e Rizzoli, nel 2008, pubblicò postumo e a suo nome “Il grande diario”, con prefazione di Giampaolo Pansa. E’ stata un’operazione corretta? I sessant’anni e passa che erano trascorsi da quei fatti storici legittimano, forse, la violazione della sua volontà. E’ una domanda comunque che mi sono posto anche io.

La prima pagina del diario di Vito Giustiniani, riferisce di un pomeriggio particolarmente triste, quello dell’ultimo dell’anno 1943. “Arriva la posta: c’è una lettera di mamma, Dio sia lodato. Leggo con commozione i suoi caratteri, le parole di conforto. La firma di babbo è scritta con mano tremante, perché?” Una domanda che il capitano si continuerà a porre in altre pagine del diario. In realtà quella lettera, convogliata dalla Croce Rossa, era stata scritta cinque settimane prima. E proprio il 31 dicembre, in cui Vito commenta quei caratteri tremolanti, suo padre muore. Ma ancora. Il 5 febbraio del 1944: “Nevica. Bene! Così i russi faranno strada. Finalmente ci danno la paglia: erano 15 giorni che dormivo sul tavolaccio”. Qualche giorno dopo gli capita per le mani un numero di gennaio de “La Stampa”: “Sembra che tutto sia normale, in Italia. Campionato di calcio, stagione cinematografica in pieno sviluppo…Questa è la nostra patria che non sa nulla di noi”.

Va alla messa detta dal cappellano militare tutti i giorni, Vito. E tutti i giorni  si comunica. Tiene anche conferenze per gli altri internati. Una, molto applaudita, dedicata all’Abruzzo, un’altra sull’impero britannico. Aggiusta le calze, lava la biancheria, stende, scrive lettere struggenti a Cina, sua moglie. E, assieme agli altri, continua a patire il freddo e la fame. Il 19 marzo del 1944 si lascia la Polonia e si parte, sempre in carro bestiame, per Sandbostel. “Notata Amburgo sotto le bombe inglesi: quale effetto!” Un episodio drammatico viene raccontato il 7 aprile, e sarà riportato anche nel diario di Giovanni Guareschi: “Stanotte verso le ore 3 è stato ucciso da una sentinella il capitano Antonio Thun, sulla porta di una baracca”. Dopo sette mesi di prigionia, finalmente, gli arriva il primo pacco da casa. E’ raggiante e lo descrive: “Contiene farina gialla, pasta, salsa, vitamine, marmellata, biscotti, antipasto, formaggio…” Il 21 luglio 1944: “Morale alto: hanno attentato a Hitler!” Ma ci sono anche notizie drammatiche. “Morto il capitano Plessi, nostra baracca”. E il 10 novembre: “I crucchi hanno ammazzato un maggiore polacco che, attraverso la rete, parlava con la moglie, anch’essa internata”.

Poco prima di trasferirsi nell’ultimo luogo di detenzione, Wietzendorf, il capitano Giustiniani decide di barattare il suo anello di fidanzamento con brillante: “Non voglio deperire in inverno e correre il rischio di ammalarmi”. Ed è sicuro che sua moglie, Cina, non direbbe nulla: “Lo faccio per tornare da lei sano”. Ma, colpo della malasorte, quell’anello verrà rubato e non potrà essere quindi barattato. A Wietzendorf, dove arrivano alla fine di gennaio del 1945, il rancio viene descritto come migliore che altrove. Tra gli internati circolano classici italiani e stranieri, e lui legge a più non posso: Leopardi, Ariosto, Pirandello. Passano i mesi, e arrivano buone notizie dalla guerra: “Cadute Norimberga e Kassel; aviosbarco a 100 km da Hannover, avanzata dei russi in Austria”. La guerra è vicina: gli internati sentono “bombardamenti e tuonar di artiglierie”.

Il colonnello tedesco parte per Amburgo, i suoi uomini fanno i bagagli e si allontanano. Radio Londra annuncia che stanno per arrivare gli anglo-americani. E questo accade il 16 aprile 1945. Il tenente colonnello Pietro Testa prende il comando del campo e scrive l’Ordine del giorno della Liberazione. “Le sofferenze di 19 mesi di un internamento peggiore di mille prigioni sono finite  – vi si legge – Abbiamo resistito nel nome del Re e della Patria. Siamo degni di ricostruire”. Si parte verso Bergen, città svuotata dagli abitanti per fare posto ai prigionieri italiani. Ma qualche settimana dopo, grande delusione, si tornerà al Lager di Wietzendorf. Il ritorno in l’Italia è programmato a scaglioni. Quello di Vito Giustiniani, al comando di una lunga tradotta, sarà soltanto, come detto, all’inizio di settembre. E in patria, anni dopo, davanti alla macchina da scrivere, l’ufficiale rivelerà: “Era stata programmata la nostra soppressione, cappellani compresi. A datare dall’11 aprile 1945. Ci salvò l’incalzare degli eventi nel settore di Hannover: diversamente, saremmo finiti in fosse comuni, a far compagnia – poveri ignudi resti, come i loro – ai prigionieri russi”.

Chiudo con questo ricordo, postato poche settimane fa su Facebook da Pierpaolo, nipote di nonno Vito. Siamo agli inizi degli anni ’70, e mio padre, generale, è a Padova, in via Altinate, nell’alloggio di servizio dell’Artiglieria contraerei dell’Esercito, che comanda. Pierpaolo è un bimbo, ed è lì, con la sorella Elena, sua mamma e suo papà: “Il nonno suonò il violino davanti alla nonna e poi si mise a leggere alcuni brani di queste memorie. Erano passaggi durissimi. Mentre leggeva non riusciva a trattenere lacrime e singhiozzi. Quel giorno scoprii un uomo completamente diverso dalla persona dura e severa che credevo di avere conosciuto con i miei occhi di bambino, e cominciai a volergli più bene di prima”.

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