DI FABIO BALDASSARRI
fabio baldassarri
Per scrivere quest’articolo ho aspettato di conoscere l’esito del voto per la presidenza della repubblica in Austria non perché lo pensassi particolarmente rilevante dal punto di vista dei numeri (gli austriaci superano di poco gli otto milioni, quanto Londra, ovvero circa un centesimo della popolazione continentale se si considerano anche i turchi e i russi europei). Tuttavia è innegabile che l’Austria ha avuto un gran peso nella storia dell’epoca moderna e contemporanea con la casata degli Asburgo, gli inquietanti collegamenti con l’espansionismo dell’impero ottomano, e la creazione dell’impero austro-ungarico tra popoli di origine slava (dal 1867 al 1919) nonché la nota presenza in Italia.
Un ruolo centrale nella storia d’Europa, dunque, è stato quello dell’Austria: nel corso del quale si è formato il mito di una burocrazia efficiente e autorevole (se non addirittura autoritaria), di una cultura mitteleuropea che a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento è parsa persino egemonica e, nella fase successiva alla sconfitta della prima guerra mondiale, un pangermanesimo su cui si fondò l’infausto tentativo di riscatto della Germania nazista. Conseguenza: un’altra sconfitta nella seconda guerra mondiale e il ruolo marginale dell’Austria nelle vicende del dopoguerra.
Non a caso nel 1957, quando venne firmato il trattato di Roma, vennero a far parte della Comunità economica europea (Cee) Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo. L’Austria, invece, rientrò in ballo solo quando due anni dopo nacque l’Associazione europea di libero scambio (Aels o Efta) tra Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera e Regno Unito cui si aggiunse, in seguito, la Finlandia. E fu solo nel 1995 che l’Austria aderì all’Unione europea (Ue) di cui erano entrati già a far parte Danimarca, Irlanda, Regno Unito, Grecia, Portogallo e Spagna. Cosicchè, adesso, l’Austria è nella Ue a 28, e persino tra i paesi dell’Aels o Efta che, a differenza del Regno Unito, della Danimarca e della Svezia, fanno parte dell’Eurozona.
Ho fatto questo breve excursus non per pedanteria, ma per porre in rilievo come intricata possa essere ancor’oggi la situazione in Europa e, dunque, come l’Austria possa fare da indicatore per ciò che si muove laddove la situazione creatasi con la suddivisione in blocchi del secondo dopoguerra non ha sempre significato un processo unitario, omogeneo e scontato neppure a occidente, a testimonianza di quanto la storia e la geopolitica prima o poi bussano alla porta con effetti che si dimostrano più forti di tutte le scelte che vengono compiute a tavolino. Detto in altre parole: nel 1999 non a est, dove si stavano ricomponendo le spoglie degli ex paesi socialisti, bensì a ovest (con i risultati del partito xenofobo e razzista austriaco di Jorg Haider) il moderato Wolfang Schussel si trovò a dover reggere, per la prima volta nel dopoguerra e sia pure per poco, una coalizione di nuovo spostata sul versante politico della destra estrema.
Ebbene: in un prossimo futuro la situazione potrebbe ripetersi considerando i risultati per le presidenziali che, seppure con una leggera maggioranza del candidato progressista, al ballottaggio hanno registrato una parità sostanziale. Se a questo si aggiunge la scadenza del prossimo 23 giugno in cui un referendum potrebbe sancire l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue, non c’è da stare allegri perché, anche in questo caso, lo scontro non è solo fra conservatori e laburisti ma all’interno dello stesso partito conservatore, laddove il premier Davide Cameron propende per il NO, e il suo competitor Boris Johnson per il SI (con l’esponente della destra estrema Nigel Farage che ha già messo il cappello del suo incondizionato appoggio sopra al secondo). Mettiamoci, in tutto questo, anche il lepenismo sconfitto alle ultime elezioni in Francia, ma pronto a risorgere nel rimescolio delle carte che provocherà il rientro sulla scena di Nicolas Sarkozy, e ne avremo ben donde su cui riflettere.
Che dire poi del referendum olandese che respinse circa un mese fa l’ipotesi di accordo con l’Ucraina costruito sul filo (per alcuni malinteso) di certo europeismo, o delle destre populiste che hanno avuto recenti affermazioni nei lander tedeschi del Baden-Wurttemberg, della Renania-Palatinato e della Sassonia? E in ultimo: come regolarsi di fronte all’affermazione delle destre nei paesi del nord-Europa (vedi la Danimarca) o all’accordo fra forze politiche antagoniste necessitato in Svezia lo scorso dicembre per contrastare un partito che si dichiara espressamente nazionalista, euroscettico e “social-conservatore”?
Questo succede a occidente. Ma nell’est europeo? Qui la situazione pare ancor più pesante: gravata dalla pressione dei migranti e dei profughi che provengono dal Medioriente, dagli echi di scontri etnici e religiosi non del tutto sopiti nei Balcani e, più a nord, dall’Ungheria al Mar Baltico (passando per la Polonia) con regimi che si vanno consolidando sul terreno di un identitarismo religioso e nazionalistico (l’ungherese Orban e il polacco Kaczynski) che non lascia presagire nulla di buono.
Impossibile, infine, non pensare che così come i postumi dell’alleanza anglo-americana potrebbero pesare negativamente da un lato sull’Europa occidentale, qualora prevalesse la Brexit, dall’altro si possa non pensare ai postumi di una pressione che storicamente trova origine nella realtà eurasiatica. Credo, cioè, che tutto andrebbe traguardato con lenti fotocromatiche, capaci di cambiare colore alla luce degli avvenimenti più o meno creati ad arte, ma tali da consentirci di influire sulla distribuzione dei poteri da un lato, e sulla distribuzione delle risorse dall’altro. Da questo punto di vista, alcuni aspetti per niente risolti saltano agli occhi. Prima di tutto l’empasse del processo di unità europea che richiederebbe una cessione progressiva di sovranità sulle cose che consentono di svolgere una funzione di governo a trecentosessanta gradi, per esempio sul piano della politica estera e dell’immigrazione.
Ed ecco, allora, il primo punto d’incontro tra le destre. Le destre puntano sulla valorizzazione dell’identità nazionale, sono ostili a qualsiasi cessione di sovranità e, per ottenere questo risultato, agitano un senso di paura che si alimenta col pregiudizio ed è incapace di dare quelle risposte che, da sola, nessuna nazione può dare. Da sola, ogni nazione, può solo rinchiudersi in un orto, lo spazio ristretto che sarà facilmente travolto dalla pressione di chi ha bisogno, perché chi ha bisogno potrà reggere fino a un certo punto ma poi esploderà. E quando esploderà, l’effetto sarà clamoroso, travolgente, devastante.
La sinistra socialista, democratica e laburista, insomma, che vinca o che perda, ha bisogno di una politica a dimensione europea che per ora sembra lontana da venire. Non deve accontentarsi di vincere per il rotto della cuffia, com’è successo oggi in Austria, convogliando i voti sul verde Van der Bellen. Devono, gli uomini e le donne di sinistra, rimboccarsi le maniche e sforzarsi di andare oltre.

norbert-hofer

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