DI SILVIA GARAMBOIS
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– In Italia un milione e mezzo di bambini è classificato come “povero” dall’Istat (il doppio rispetto a due anni fa). Per commuoverci, per scuoterci, per indignarci, bisogna proprio aspettare sul grande schermo Ken Loach e la storia di Daniel Blake?
“Sono un essere umano, un cittadino. Tutto quello che chiedo è di essere trattato con dignità. Niente di più, niente di meno”: così dice Daniel Blake, povero.
Ci voleva il film di Ken Loach (“I, Daniel Blake”), che ha dato uno schiaffo alla platea di critici di Cannes, e ha conquistato la Palma d’oro del più famoso Festival del cinema, per tornare a parlare di povertà? Il cinema può molto, può portare alla luce e far finalmente riflettere su fenomeni che altrimenti restano nel chiuso dei numeri e dei convegni (è successo anche con il film di Daniele Virzì, “Tutta la vita davanti”, con Sabrina Ferilli, che ha alzato il velo sui call center). Schiaffi che riportano alla realtà.
E Loach è un maestro: il falegname di Newcastle che ha perso il lavoro per un attacco di cuore, troppo poco malato per la pensione di invalidità, troppo giovane per la pensione, troppo vecchio per trovare una diversa occupazione, racconta una storia che può essere ambientata in una qualunque delle nostre città. Povero, in fila ai jobcenter, in fila alle mense dei poveri.
L’Istat ha rilevato in Italia 2milioni e 200mila famiglie di “jobless” (così è scritto nel rapporto: significa “senza lavoro”). I numeri non fanno così tanta impressione come la storia di mr. Blake alle prese con la burocrazia, costretto a diventare un “anziano digitale”, a farsi un curriculum, ad andare alla “banca del cibo” per avere qualche scatoletta e qualche pacco di pasta: eppure in Italia c’è una enormità di persone che fanno quella vita, in attesa del “pacco” – della parrocchia, dei volontari – e di una chiamata per lavorare. Persone che non vediamo, che sono diventare invisibili.
In Italia un milione e mezzo di bambini è classificato come “povero” dall’Istat (il doppio rispetto a due anni fa). Un numero che non si riesce neppure a visualizzare: per commuoverci, per scuoterci, per indignarci, bisogna proprio aspettare sul grande schermo la storia quotidiana dei due figli di Katie, la mamma single che fa la coda insieme a mr. Blake per un piatto di pasta?
A 80 anni Loach, che aveva da tempo deciso di lasciare il cinema ma che di fronte alla realtà dell’umanità dolente delle “food bank” ha ripreso in mano la cinepresa, ci regala la possibilità di continuare a essere umani: a non abbassare lo sguardo. Anche questa è la forza dell’arte.
Grazie, Ken Loach.
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