DI GIOVANNI PUNZO

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A volte la storia salda i conti rimasti sospesi con se stessa. Ateo dichiarato in un paese cattolico, fumatore incallito in mezzo ai salutisti del movimento ecologista, Alexander detto ‘Sascia’ tra gli intimi, è il nuovo presidente della repubblica federale austriaca con ottimi motivi per manifestare una forte sensibilità sulla questione dei profughi in Europa.
Olandese nella Russia zarista da metà 700, altri Alexander scappano dai bolscevichi prima in Estonia, poi dai nazisti, via via scendendo sino a Vienna. Percorso all’incontrario dei migranti oggi. Del russo, terza generazione ormai, conosce solo ‘imprecazioni molto forti’

VAN DER BELLEN COPERTINAS
Ateo dichiarato in un paese cattolico, fumatore incallito in mezzo ai salutisti del movimento ecologista e chiamato familiarmente ‘Sascia’ nella cerchia intima, il nuovo presidente della repubblica federale austriaca Alexander van der Bellen ha degli ottimi motivi per manifestare una forte sensibilità personale sulla questione dei profughi in Europa.
La storia della famiglia, a partire dalle vicende del nonno, è stata segnata infatti dagli eventi avviati dalla rivoluzione russa e dalla seconda guerra mondiale e si tratta di una storia di rifugiati.
Di origine olandese la famiglia van der Bellen si era trasferita in Russia intorno alla metà del Settecento per esercitare un’attività commerciale. Il nonno Alexander, nato nel 1859 e morto nel 1966, poco prima della rivoluzione d’ottobre, nella città di Pskow aveva retto il governo provvisorio della città dopo la caduta dello zar.
Il neo presidente austriaco mostra il suo documento da profugo
Il neo presidente austriaco mostra il suo documento da profugo
Con il crollo russo seguito all’armistizio di Brest-Litovsk la città era stata occupata dai tedeschi fino al 1918, ma Alexander era stato confermato nell’incarico al vertice dell’amministrazione locale. Nel 1919, ufficialmente per motivi di salute, il nonno aveva abbandonato la Russia ormai in preda alla guerra civile tra rossi e bianchi ed assieme alla famiglia (composta dalla moglie russa e da tre figli) era riparato in Estonia a Tallinn.
Qui, nel 1928, una prima tragedia aveva segnato la cronaca familiare: una zia dell’attuale presidente era infatti scomparsa tragicamente assassinata. Fino al 1940 l’Estonia rimase indipendente e l’attività familiare consisté nel commercio di legnami.
Dopo il patto di non aggressione tra Germania nazista ed Unione Sovietica le tre repubbliche baltiche furono occupate dai sovietici. Tappa successiva dell’esodo familiare divenne l’Austria.
Ancora iscritto all’università di Tartu, dove studiava lingue ed economia, il padre dell’attuale presidente austriaco -anche lui di nome Alexander- ripara dapprima in Prussia Orientale. Dopo una tappa in un campo profughi nel dintorni di Würzburg, si stabilisce con il resto della famiglia e la moglie russa nei dintorni di Vienna dove nel 1944 nasce il terzo Alexander van der Bellen, attuale inquilino della Hofburg.
Per la terza volta però i russi si avvicinano. Una famiglia mezza russa partita da Pskow nel lontano 1919 e che ha fatto due complicati traslochi in vent’anni potrebbe sicuramente destare l’interesse dell’NKVD (la polizia politica poi diventata KGB) e allora la destinazione finale diventa il Tirolo, che dopo la guerra sarà infatti occupato dai francesi.
Nel 1948 infine, quando il nonno è ancora vivo, la situazione sembra rasserenarsi, ma arriva un secondo evento doloroso: l’altra zia, sorella dell’assassinata di Tallinn, muore all’ospedale psichiatrico dello Steinhof nei pressi di Vienna dove era stata ricoverata probabilmente per una malattia dovuta ai disagi passati.
Se dunque esiste una divergenza profonda con chi non vorrebbe accettare profughi o rifugiati sul proprio territorio, ciò è perfettamente comprensibile: è la storia stessa dell’Europa orientale e centrale che nell’ultimo secolo ne ha prodotti in grande quantità e bisognerebbe ricordarlo più spesso.
Alexander van der Bellen oggi non parla russo e si dice che conosca solo un paio di imprecazioni molto forti, residuo del lessico di una famiglia che non ha mai voluto raccontare i dettagli dei lunghi viaggi di tre generazioni, ma ha comunque trasmesso un messaggio di civiltà.
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