DI STEFANIA DE MICHELE
stefania de michele
Nella foto di gruppo del centrosinistra milanese, Basilio Rizzo figura in disparte, rigorosamente a sinistra della sinistra, perché così gli va. Come fare ad abbozzare un sorriso a Giuseppe Sala, candidato sindaco del Pd, ‘figura sovrapponibile’ all’altro manager in corsa per il centrodestra, Stefano Parisi? Impossibile. I fatti gli danno ragione, anche considerato che entrambi – Sala e Parisi – sono stati direttori generali a Palazzo Marino ai tempi di Letizia Moratti. O l’uno o l’altro, nulla cambia. “Con loro – ha detto Rizzo – finiscono per dominare gli interessi consociativi e non quelli dei cittadini”. Non ci sono affinità elettive neppure con il candidato del partito comunista del lavoratori, Natale Azzaretto, lontano per estrazione e percorso politico, oltre che per peso specifico. Basilio Rizzo dal Giambellino, quartiere della periferia milanese famoso solo per la canzone che Gaber gli ha dedicato, è fatto di altra pasta. E’ l’ultimo dei romantici ‘arancione’: l’alfiere di una sinistra schiacciata dalla politica imprenditoriale bipartisan dei due poli maggioritari. In Consiglio comunale ininterrottamente dal 1983, attuale presidente dell’Assemblea, Rizzo presta il fianco alla retorica del voto (in)utile e si candida a guidare Milano. La sua lista ‘Milano in comune’ mette insieme Prc Rifondazione Comunista, Pdc, Altra Europa con Tsipras e Possibile, il movimento di Pippo Civati. “Non diteci che chi vota noi fa vincere il centrodestra. Noi portiamo avanti valori che non possono essere abbandonati”. Gli stessi valori che l’hanno portato a scontrarsi anche con il sindaco uscente, Giuliano Pisapia, con il quale aveva condiviso il progetto arcobaleno nel 2011. Perché Milano, secondo Rizzo, non val bene una colata di cemento in più e di troppo, come quella che la giunta uscente voleva approvare per il recupero degli ex scali ferroviari, progetto funzionale in via esclusiva ‘agli interessi dei costruttori’. Stesso discorso per le dismissioni delle quote delle aziende partecipate dal Comune, che – sostiene lui – ‘non vanno privatizzate’. Concetti demodè per chi sta sopra la soglia del relativo benessere, sacrosante verità per l’agit prop della sinistra ambrosiana legalitaria, trasparente, a misura dell’ultimo dei cittadini. Al lato del ritratto, decentrato a sinistra ma bene in vista, Basilio Rizzo sorride frusto prima dello scatto del fotografo, se ne frega grassamente della comunicazione 2.0 e continua come fosse un mantra: “Il rapporto tra stipendi dei dirigenti di Palazzo Marino e dei dipendenti meno pagati non superi il 10 a 1”. E ancora: “Chi sostiene la necessità dei tagli non spiega che, dietro la sforbiciata, ci sono meno servizi per i cittadini”. Alla fine, nella foto, Rizzo appare con tre narici, come l’avrebbe visto nel dopoguerra il caustico Giovannino Guareschi; trinariciuto come ugualmente viene percepito dagli esponenti dell’attuale borghesia illuminata e progressista. Ma lui, abituato alla battaglia sin dai tempi delle giunte Psi-Dc di Pillitteri, negli anni che precedettero il fango di Mani Pulite, non se ne avvede. In fondo aveva denunciato (a ragione) il malaffare dei primi anni ’90, aveva urlato contro la Duomo Connection, che si stava spartendo Milano, ha continuato a lanciare i suoi messaggi ambientalisti e antinuclearisti, lui laureato in fisica nucleare. Se fosse letteratura, sarebbe forse il Don Chisciotte di Cervantes, paladino delle buone illusioni. Oppure il Marcovaldo di Italo Calvino, l’uomo qualunque, gentile, nostalgico, che si appassiona alla vista di un fiore nei fazzoletti di verde ritagliati tra le ciminiere. E’ però Basilio Rizzo e si candida a guidare la città di Milano. Cercatelo: lo trovate lì, spostato di molto a sinistra, nella foto di gruppo all’ombra della Madonnina.
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