DI ANDREA PROVVISIONATO

andrea provvisionato

Oltre 60mila persone, 50mila per la questura, hanno sfilato ieri per il centro della capitale belga per protestare contro le politiche di austerity messe in campo dal governo di centro destra guidato dal primo ministro Charles Michel.
Un corteo colorato e festoso ha invaso il centro cittadino all’urlo “La coupe est pleine” ( la misura è colma). I sindacati belgi accusano il governo di “una politica miope, che non tiene conto del futuro dei lavoratori con tagli inaccettabili al contratto nazionale di operai, lavoratori del settore pubblico, insegnanti e al welfare”. Ma soprattutto lamentano la chiusura totale da parte di Michel alla concertazione sindacale. I tavoli di trattativa con governo e industriali sono chiusi da oltre un anno. “Vogliamo una politica che abbia una prospettiva per la popolazione” – dichiara Marie-Helene Ska, segretaria generale del sindacato cristiano alla testa del corteo – “risparmiare miliardi di euro a danno della giustizia sociale è inaccettabile”.
La presenza nel corteo dei sindacati è numerosa, ma viene chiaramente superata da quelli che qui vengono chiamati gli “antagonisti”. Giovani disoccupati e precari. Lavoratori che non rientrano in nessuna categoria di quelle presenti ieri in piazza: scaricatori portuali a giornata, giovani operai senza un contratto regolare, insegnanti precari e studenti universitari disillusi che si trovano di fronte un futuro lavorativo senza prospettive. Sono tanti e arrabbiati. Al contrario dei rappresentanti sindacali non portano cartelli o striscioni con loro. Non urlano slogan, ma marciano compatti, incordonati, con i volti coperti. Passeggiando in mezzo ai loro spezzoni si ha l’impressione di stare in un vecchio corteo anni ’70. Si marcia ordinati, ma pronti allo scontro con le forze dell’ordine. Un’assurdità nel Belgio democratico e dialogante. Una cosa che non si vedeva, appunto, da oltre 50 anni. E’ però oggettivo che loro sono il futuro di un Paese che non li rappresenta più. In cui non si riconoscono più. Sono la nuova generazione europea. Senza prospettive, senza certezze, se non quella di un lavoro pagato male e senza diritti. Sono i figli delle politiche di austerity ed è chiaro dal loro marciare che non sono più disposti a subire.
Il corteo si snoda per le vie del centro senza problemi né tensioni. Fino ad arrivare alla sua destinazione finale, nel grande piazzale antistante la Gare du Midi. È a quel punto che accade qualcosa. Mentre la polizia in assetto antisommossa si tiene a debita distanza e la testa del corteo gira verso il piazzale della stazione, un folto gruppo di “antagonisti” si stacca dalla manifestazione e inizia una serie di provocazioni a danno dei poliziotti. Con lancio di palloncini pieni di china viola. Qualcuno lancia anche qualche sanpietrino che però non raggiunge gli spezzoni della polizia. La contrapposizione tra i due schieramenti, poliziotti da una parte e “antagonisti” dall’altra dura qualche minuto. Dopo di che la polizia tenta un lancio di una decina di lacrimogeni per disperdere la folla. Una mossa stupida e inutile perché i candelotti volano sopra lo schieramento dei più violenti e cadono in mezzo agli spezzoni dei sindacati che non la prendono bene. A questo punto al gruppo che fronteggia i poliziotti si unisce anche il servizio d’ordine dei sindacati. La tensione è alle stelle. Improvvisamente accade qualcosa che non si vede spesso nei nostri cortei. Un commissario di polizia (l’equivalente di un nostro questore) si stacca dallo schieramento dei reparti antisommossa e con la sua divisa blu con le quattro stellette d’orate sul bavero si avvicina ai manifestanti, armato solo di una bomboletta di gas urticante stretta nella mano destra. Il tentativo è quello di far ragionare le persone con il volto coperto e chiedergli di disperdersi. Da prima un’accesa discussione con un manifestante con il volto coperto da una mascherina antismog, poi improvvisamente il commissario viene circondato, spintonato, preso a calci, fino al momento in cui un manifestante gli arriva alle spalle e lo colpisce alla testa con un corpo contundente. Il commissario Pierre Vandersmissen cade a terra esanime. Una grossa ferita lacerocontusa sulla testa. Non riprende conoscenza. I primi momenti sono di grande sgomento. Verrà poi trasportato in ospedale e le sue condizioni verranno dichiarate guaribili in 20 giorni. Ma è l’inizio di una battaglia che proseguirà per oltre due ore. La polizia dà il via da subito a una serie di cariche di alleggerimento che però coinvolgono tutto il corteo. Gli arresti sono indiscriminati. In particolare viene caricato lo spezzone delle insegnanti, che viene travolto e manganellato. Arrivano anche gli idranti. Il fumo acre dei lacrimogeni invade tutto il quartiere. Esattamente come al corteo nazionale di un anno fa, il piazzale di fronte alla Gare du Midi diventa un campo di battaglia. I manifestanti non intendono lasciare il campo e la polizia si trova in grave difficoltà. Fino all’arrivo di un nuovo commissario che riesce ad aprire un dialogo con i manifestanti. Ordina ai suoi di togliersi caschi, maschere-antigas e riporre i manganelli. La tensione di piazza si scioglie improvvisamente come per magia. Ma le tensioni sociali di un’Europa in mano a politiche assurde e miopi, se non si cambia rotta immediatamente, sono destinate solo a crescere. Se non si spengono le braci sotto la cenere, episodi come quelli di ieri a Bruxelles o come nell’ultimo mese in Francia, si ripeteranno ancora e probabilmente il bilancio sarà molto più grave di un commissario di polizia e una ventina di manifestanti in ospedale.

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