DI RITA A. CUGOLA

rita a. cugola

L’ipotesi ventilata qualche tempo fa ha trovato conferma nel reale: la marcia su Raqqa è cominciata. I miliziani delle Syria Democratic Forces, addestrati dagli Usa e sostenuti da una coalizione estesa a 66 paesi (tra cui Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti) hanno lanciato quella che viene unanimemente ritenuta la più imponente offensiva diretta ai jihadisti.
Un’impresa di rilevanza incalcolabile: la perdita della capitale de facto in terra siriana infligerebbe un colpo davvero tremendo al Daesh. Lederebbe forse irrimediabilmente l’immagine di invulnerabilità e invincibilità che tanto ha contribuito a solleticare le meningi dei potenziali simpatizzanti sparsi ai quattro angoli del pianeta.
Offuscherebbe l’aura di vituperato carisma di cui ama attorniarsi il sedicente principe dei credenti  Abu Bakr al-Baghdadi, autoproclamatosi califfo il 29 giugno del 2014. Ma indubbiamente indurrebbe il mondo civile a respirare di sollievo.
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Del resto, gli ultimi mesi si sono rivelati abbastanza critici per i radicalisti. Una serie di significative sconfitte subite soprattutto a opera dei siriani affiliati al  Kurdish People’s Protection Units (frangia armata della potente entità politica nota in termini di  Democratic Union Party), estremamente qualificati nella lotta contro il comune nemico dell’umanità e tuttora componenti rilevanti delle Sdf, compagine ufficialmente stimata in oltre 20mila unità  (i diretti interessati accennano però a 50mila) estesa ai duemila uomini della brigata sunnita Liwa Thuwar al-Raqqa.
Un’esercito di combattenti abili e determinati che dai baluardi di Tal Abyad (a ridosso del confine turco) sono  confluiti in massa ad Ain Issa, distante soltanto 55 km dalla meta finale, dove sono stanziati circa quattromila integralisti affiancati da nuclei speciali di Jaysh-al Khalifatu Islamyia.
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La responsabilità delle operazioni (che verteranno inizialmente  sulla riconquista del circondario e in seguito sull’isolamento della roccaforte dal resto del paese) è stata affidata ai comandanti Abu Fayd (di etnia araba) e Rojda Felat, intraprendente guerriera curda già alla guida della Women Protection Unit (un fattore questo dalla valenza simbolica immensa: nell’ottica fondamentalista infatti, al mujaheddin caduto in battaglia per mano femminile – quindi disonorato – verranno eternamente precluse le delizie paradisiache del regno di Allah).
Non abbiamo mai rinunciato all’idea di sradicare l’Is dal territorio “, ha commentato il colonnello Steve Warren, portavoce della Combined Joint Task Force, “quindi continueremo a supportare l’Sdf  con un’adeguata copertura aerea“.
E proprio in virtù di un attacco imminente, anche il generale Joseph Votel (capo del  Us Central Command) ha ultimamente deciso di volare in Siria per conferire con i connazionali e i siriani coinvolti nella missione. “Hanno dimostrato capacità d’iniziativa e innovazione“, ha osservato al rientro, “la loro esperienza lascerà un marchio indelebile nella regione“.
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Un incontro breve, volto sostanzialmente a esortare un’accelerazione delle manovre e a ribadire la necessità di rafforzare la componente araba della struttura, dal momento nei  territori a forte maggioranza sunnita i curdi potrebbero incorrere nell”ostilità degli autoctoni.
Mi sembra chiaro: gli Usa stanno cercando di affermare che l’Is è ormai in crisi e che l’assalto in atto implicherà il tramonto dell’organizzazione“, ha precisato Joshua Walker, esperto del German Marshall Fund con sede a Washington. “Forse non hanno completamente torto. A livello simbolico si tratta  della battaglia di maggior rilevanza dopo quella occorsa a Kobane nel 2015“.
La mossa statunitense ha comunque suscitato una certa sorpresa nell’ambito del Cremlino, che solo pochi giorni fa – sebbene schierato con Teheran e Damasco nel conflitto civile siriano- aveva vanamente esortato la Casa Bianca ad azioni congiunte contro lo Stato Islamico. “Al pari di Mosul in Iraq, Raqqa è uno dei principali obiettivi dell’alleanza antiterrorista, “, ha ribadito il ministro russo degli Esteri Serghej Lavrov. “Siamo convinti che la liberazione di entrambe le città avrebbe potuto risultare molto più rapida ed efficace se solo i nostri eserciti (i russi stanno avanzando da sud, n.d.r.) si fossero coordinati in precedenza“.

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