DI CORRADINO MINEO
corradino mineo
Un barcone rovesciato, i bambini tirati via per i capelli dalla morte in mare. Un tratto del lungarno che cede, che sprofonda per oltre tre metri non lontano da Ponte Vecchio. Sono le immagini di oggi, le notizie della nostra impotenza. Si sapeva che gli sbarchi sarebbero ripresi, con il mare calmo e la chiusura della rotta dei Balcani. Si sa che non spendiamo abbastanza per la conservazione dei capolavori che abbiamo ereditato, della terra antica e fragile su cui abbiamo la fortuna di vivere. Colpa del sindaco di Firenze, Nardella, come suggeriscono il manifesto – titolo “La frana!” – e il Giornale, titolo “La rottamazione di Renzi”? Merito dei marinai italiani, che sono comunque riusciti a salvare 562 migranti, come scrivono Stampa, Corriere, Repubblica? Io sento l’inadeguatezza della classe dirigente allargata: politici, imprenditori, professori d’università, giornalisti. Credo che il mercato non ci salverà, non fermerà i migranti umiliandoli, lasciandone morire migliaia e salvandone altri per il rotto della cuffia, ma poi spedendoli lontano, non si sa dove, perché chi vota non li veda e continui a votare, o non voti ma se ne resti tranquillo a casa. Il mercato non può buttare tutti quei soldi che servirebbero per evitare crolli come quello del lungarno, perché sono soldi che non rendono subito, investimenti che non si ammortizzano per anni. La politica potrebbe, lei sì, pensare lungo. Ma non questa politica gridata, che vuol togliere allo stato per dare al privato, al futuro per drogare l’immediato. Vi chiedete perché il vecchio Sanders incanti così numerosi ventenni? Perché gli parla del futuro e delle sue radici nel passato.
Economia, una mina tra urne e riforme, scrive Massimo Franco. La notizia era attesa da tutti quelli che non credono alle balle che contano. “In frenata il fatturato dell’industria”, a marzo meno 3,6%. “Auto, giù per la prima volta da fine 2013”. Si sapeva che il rimbalzo dell’anno scorso era legato al boom dell’auto e del mercato interno -sostituzione di macchine vecchie che ci si era tenuti fino al limite del possibile- che non era vera ripresa. Si sapeva -quante volte l’ho scritto- che l’industria italiana è a due velocità, una parte che ha fatto di necessità virtù e compete, il grosso che paga tangenti per commesse pubbliche, vivacchia sugli sgravi, che divora senza lasciare niente per il domani. Oggi lo dice al Corriere anche l’industriale bresciano Marco Bonometti. Ma il racconto di Renzi e Poletti diceva altro, piegava i dati per dimostrare l’indimostrabile: che il jobs act stava costruendo la ripresa.
Nessun compromesso con la CGT – la Cgil francese – è il titolo di Le Monde. La Francia sprofonda nel conflitto sociale. Hollande sceglie la linea Renzi, vuole “un sindacalismo del compromesso”, che accetti la contrattazione aziendale e rinunci ai diritti, che subisca una riforma del Code du Travail che consenta agli imprenditori di licenziare per motivi economici e di pagare meno le ore di lavoro straordinario. Ma la Francia è giacobina, o almeno ha anche un’anima giacobina. I lavoratori delle centrali nucleare scioperano – c’è persino un rischio sicurezza -, sindacalisti stanno bloccando i ponti in Normandia, a Nantes fumo denso di lacrimogeni per le strade e molotov contro la polizia. Il sindacato non può vincere una battaglia persa in tutta Europa. Hollande non può che perdere a un anno dalle presidenziali.
Umiliare la politica a favore della tecnocrazia, secondo Zagrebelsky è “il sogno di ogni oligarchia”. Sogno ora realizzato dalla “riforma del Sanato sommata all’Italicum”. Perciò, l’ex presidente della Consulta annuncia a Ezio Mauro e a Repubblica il suo “No a Renzi e al referendum per evitare una democrazia svuotata”. Ma è così grave, dunque, l’abolizione del Senato? Gli chiede il giornalista. “Il Senato è un dettaglio, o un’esca – risponde – meglio se lo avessero abolito del tutto. È all’insieme che bisogna guardare: rappresentanti che non rappresentano, partiti asfittici e verticistici e, dall’altro lato, cittadini esclusi e impotenti. L’umiliazione della politica a favore di un misto di interessi che trovano i loro equilibri non nei Parlamenti, ma nelle tecnocrazie burocratiche. La conseguenza è che viviamo in un continuo presente. Il motto è “non ci sono alternative”, e così il pensiero è messo fuori gioco”. In Italia come in Francia, come negli Stati Uniti, dove i fautori del “non c’è un’alternativa” preferiscono Clinton a Sanders, col rischio di consegnare la Casa Bianca a Trump. A proposito, un documento ufficiale del Dipartimento di Stato rimprovera Hillary per aver usato la mail privata per affari di Stato. È il titolo di International New York Times.
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