DI VIRGINIA MURRU
virginia murru
Il petrolio, senza tanti colpi di scena, ha ripreso la sua ascesa, e oggi si attesta, nelle contrattazioni, poco sopra i 50 dollari al barile. E’ il risultato conseguito dal Brent, mentre il Wti (West Texas Intermediate), è proprio sulla soglia, poco sotto i 50.
Sembrano lontani i mesi in cui il petrolio era scivolato così in basso nelle quotazioni, da acquistare, pari pari, lo stesso valore dell’acqua minerale. Si parla solo dei primi mesi di quest’anno, quando le contrattazioni del greggio, erano finite su un fondale di appena 25 dollari al barile: un quarto degli standard di un anno e mezzo prima, quando Brent e Wti, venivano scambiati intorno ai 100 dollari (al barile).
Nei mercati è stato forse il bene che ha manifestato più instabilità, per via della sua stretta dipendenza con una serie di variabili, non solo di carattere economico e finanziario, ma anche politico e geopolitico. L’oro nero è stato sempre in balia delle correnti; non ultime, le rivalse e i contrasti nei rapporti internazionali tra i paesi dell’Opec, e il lungo contenzioso tra Iran e Arabia Saudita, che ha raggiunto, sul piano diplomatico, attriti anche pericolosi nelle relazioni tra i due paesi islamici.
I loro assetti interni, infatti, presentano divergenze di orientamento religioso, e questo ha il suo peso per la principale fonte di ricchezza di queste nazioni. Inutile si è rivelato fissare prezzi target, che nemmeno dopo tentativi di accordi tra i paesi dell’Opec, sarebbero stati rispettati: di fatto, nessuno è riuscito a controllare le oscillazioni camaleontiche del prezzo del greggio, troppo forti le influenze che ne hanno determinato il valore, sempre più diretto verso il basso. E non si può nemmeno ragionare a prescindere dall’Opec, l’Organizzazione internazionale rappresenta da sola il 35% della produzione e offerta di greggio; a livello globale naturalmente. Le basse quotazioni, da un anno a questa parte, hanno messo in seria difficoltà i conti pubblici dell’Arabia Saudita, che si è dovuta confrontare anche con l’entrata in scena dell’Iran, dopo la quarantena di un embargo che l’aveva costretta a bloccare le trivelle e a ‘congelare’ milioni di barili, in seguito all’interdizione delle esportazioni.
Insomma, dietro le rivoluzioni dei mercati, ci sono ragioni che li rendono ipersensibili, proiettando insicurezza nei risultati delle contrattazioni, e perdite colossali ai danni dei paesi produttori. Inutile si è rivelata anche la combutta – nemmeno tanto in ombra – dell’Opec ai danni dello Shale oil prodotto negli USA, che ha costi di estrazione e di mercato ben più alti, rispetto ai normali idrocarburi. Situazione che non è passata inosservata nel finissimo vaglio del governo americano.
A dicembre scorso, infatti, per impedire le strategie dell’Opec, volte a danneggiare la produzione di Shale oil, a Waschington si è raggiunto un accordo nel congresso, le cui conseguenze sono state di carattere storico, visto che si è deciso di mettere fine al bando nell’export di petrolio. Il bando era stato istituito 40 anni fa, per fini di protezione interna, per rendere gli States indipendenti nel settore energetico. Ma visto e considerato lo strapotere dell’Opec e le sue mire non troppo nascoste, l’Amministrazione americana ha deciso di liberalizzare il mercato, aprendo le porte alle esportazioni. Forti nella produzione di shale gas, gli Stati Uniti, sul versante energetico, avevano voluto questa sorta di ‘autarchia’, riducendo parecchio a livello internazionale, la forza contrattuale dell’Opec.
Per le cosiddette ‘big oil’, comunque, le difficoltà esistono e sono destinate a diventare più critiche. A frenare i profitti ci sono le pressioni derivanti dagli accordi per la salvaguardia del clima e dell’ambiente a livello globale, e da qui la corsa verso le energie rinnovabili, molto più compatibili con le esigenze climatiche e l’equilibrio naturale dell’ambiente. Sono realtà in crescita, che non vanno a favore delle fonti fossili, ma il pianeta non ha alternative.
Il prezzo del petrolio, dopo le scornate varie, anche all’interno dell’Opec, come si è visto, sta riprendendo quota, anche se è ben lontano (esattamente a metà), dai migliori traguardi raggiunti. Tuttavia, nonostante l’esubero dell’offerta di greggio sui mercati, sia ancora una delle cause che hanno determinato il calo del prezzo, poche sono le manovre, quando l’Iran dichiara l’intenzione di aumentare la produzione ai livelli precedenti l’embargo, e anche superiori, ossia di 2,5 milioni di barili al giorno. E l’Iraq che fa notare la potenzialità delle sue trivelle, che potrebbero arrivare a produrre circa 10 milioni di barili al giorno..
Intanto, comunque, ad aprile scorso, l’Iran ha raggiunto livelli produttivi record, con 3,6 milioni di barili al giorno.
L’ascesa del prezzo del greggio si è rafforzata negli ultimi giorni anche in seguito ai dati diffusi dagli USA sulle scorte del greggio, in netta flessione ultimamente, e la carenza degli stock ha pertanto contribuito a sensibilizzare i mercati, i cui risultati hanno confermato la tendenza al rialzo (del prezzo al barile), che ha sfiorato ieri i 50 dollari, appunto. E oggi li ha superati.
Non estranei motivi di carattere geopolitico, gli attacchi terroristici in Nigeria, che hanno indotto un calo notevole nella produzione, portandola a livelli minimi da 20 anni a questa parte. In queste emergenze ci sono anche gli incendi in Canada, che a loro volta hanno contribuito ad una diminuzione della produzione.
Produzione di greggio che viaggia in modo stentato anche in Venezuela, tutti parametri che hanno influito sugli umori dei mercati. Oggi il Brent ha superato i 50 dollari al barile (50,11), e il Wti (West Texas Intermediate), lo ha quasi raggiunto (49,84); è comunque in lieve costante aumento.
Il prossimo 2 giugno, è in programma una riunione dei vertici Opec a Vienna, allargata anche all’Iran, che continua a sostenere di non avere intenzione di congelare la produzione per favorire l’ascesa del prezzo del greggio. Gli analisti non si aspettano grandi novità dal vertice, difficilmente si riuscirà a fare ragionare l’iran, che mira al riscatto dopo il lungo digiuno dovuto alle sanzioni, e pertanto non sono in vista tagli consistenti nella produzione.
Tutto questo mentre l’Agenzia Internazionale Intergovernativa dell’Energia (AIE), ha dichiarato, nei giorni scorsi, che l’offerta del greggio si sta contraendo sul piano globale, e nel 2017 è addirittura previsto un deficit nelle scorte, tali da causare una riduzione drastica delle eccedenze di approvvigionamento di greggio, che si farà già sentire entro la fine dell’anno in corso.
Tutte previsioni che dovranno essere sottoposte al vaglio delle vicende riguardanti l’oro nero, come si è visto, in balia di tante, troppe variabili, le quali, paradossalmente, se si considerano le potenzialità estrattive di Iran e Iraq, sembrano teorie in contrapposizione. Vedremo quali sviluppi avranno queste previsioni nell’autunno prossimo.
foto di Virginia Murru.
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