DI ALESSANDRO GILIOLI

alessandro gilioli

La campagna elettorale per il referendum di ottobre – già abbondantemente iniziata da parte del governo anche per sgonfiare in anticipo i risultati delle amministrative – sembra basarsi su tre leve.
La prima è la ricerca dei “testimonial”. La seconda è l’effetto che una vittoria del No avrebbe sul governo. La terza è quella sui contenuti della riforma (l’innovazione della Carta e la presunta semplificazione che ne deriverebbe).
Quella dei testimonial è prassi lecita e da tutti spesso usata, che tuttavia a questo giro è partita con aspetti un po’ grotteschi.
Intendo dire: cercare costituzionalisti che argomentino per il Sì va benissimo, e sui contenuti di quelle argomentazioni ci si misurerà. Poi però c’è anche la vicenda dei “partigiani veri” – oggi l’Unità ne ha scovato un altro – branditi per la bisogna. In termini di ecologia del confronto la trovo una cosa tristissima, questa caccia al nonagenario. Anche se mi rendo conto che al premier serve per legittimarsi di fronte alle critiche di manomissione della Costituzione nata dalla Resistenza.
Ancora più penoso è il tentativo di scomodare all’uopo Berlinguer o Ingrao, ai quali viene assegnato d’ufficio un sì che non hanno mai detto.
Essendo sotto terra, non possono replicare.
Mi permetto tuttavia di ipotizzare che i suddetti esponenti del Pci – avendo studiato un po’ nella vita – avrebbero probabilmente mandato gli estensori di questa riforma alle scuole serali, per come è scritta male.
Ma soprattutto qui siamo ai limiti della truffa: l’estrapolazione di “titoli” da dichiarazioni di questi storici leader (tipo “bisogna superare il bicameralismo perfetto”) per giustificare un testo che contiene poi una serie di cose molto diverse.
Ad esempio, non credo di sbagliarmi nel ritenere che difficilmente Berlinguer e Ingrao avrebbero gradito le modalità di scelta dei senatori previste dalla riforma Boschi né il deficit di rappresentanza popolare determinato dal combinato tra riforma Boschi e Italicum (ci tenevano abbastanza alla rappresentanza, gli esponenti di cui sopra; ed erano proporzionalisti).
Transeat, comunque. Purché di qui a ottobre non ci spieghino che anche Spartaco, mentre veniva massacrato a Petelia, ha espresso il suo sì alla riforma Boschi. O che Cesare Pavese ha scritto Sì sul conto dell’hotel Roma, subito prima di suicidarsi. Grazie.
La seconda leva su cui si va impostando la campagna del governo è basata sulle dimissioni di Renzi in caso di vittoria del no. Probabilmente è la più funzionante.
Ovvio che si tratta di un ricatto: non sta scritto da nessuna parte, nella Costituzione, che un governo debba cadere perché una sua proposta di cambiamento della Carta viene bocciata dai cittadini. Né c’è alcun precedente in questo senso: anzi, quando gli elettori bocciarono le modifiche costituzionali proposte dalla ex maggioranza Berlusconi-Bossi, i due non fecero un plissé e si ripresentarono alle elezioni di due anni dopo, peraltro vincendole e governando altri quattro anni.
Tuttavia è la leva più funzionante, dicevo, perché la minaccia “dopo di me il diluvio” è molto sentita: non solo da una vasta parte degli elettori che non vede in giro un’alternativa a Renzi “affidabile”, ma soprattutto dall’establishment economico del Paese. Con questa mossa, Renzi si garantisce quindi un appoggio mediatico molto ampio nella campagna per il Sì.
In amore e in guerra è tutto lecito, per carità. Tuttavia questa è strategia della paura: un po’ contromano rispetto a un premier che da anni sostiene di voler far passare questo Paese dalla paura al coraggio.
E comunque, con rispetto, una democrazia non può dipendere dai ricatti di un solo uomo. Esisteva un premier, in questa legislatura, anche prima di Renzi. Un altro ne può esistere dopo. E se non si trova, una democrazia che crede in se stessa non ha paura di consultare i cittadini e di andare alle urne.
Insomma, forse sarebbe sano che tutti noi votassimo a ottobre senza sentirci una pistola alla tempia, ma solo giudicando i contenuti della riforma. Anche perché una Costituzione – in quanto legge fondamentale dello Stato che dura a tempo indeterminato – è molto più importante di qualsiasi premier, per sua natura pro tempore.
La terza leva su cui punta la campagna del Sì è, in teoria, la più “pulita” delle tre: perché finalmente si parla di contenuti, cioè di quello che c’è scritto nella riforma stessa.
Peccato che anche qui la polpetta sia avvelenata da una bugia o, quanto meno, da un approfondimento scarso degli scenari possibili nel medio-lungo termine.
Perché la principale argomentazione di merito – “finalmente si cambia dopo tanti anni di paralisi, ora tutto sarà più agile e più semplice” – rischia di rivelarsi drammaticamente falsa.
La quantità di rimandi, rimpalli, subipotesi, eccezioni e varianti previste dall’articolo 70 della riforma Boschi promette infatti un casino infernale di conflitti di competenze, altro che semplificazione.
E se (Dio non voglia) un domani l’Italicum dovesse dare la vittoria (con premio di maggioranza) a uno schieramento diverso da quello che ha in mano il Senato, la produzione legislativa rischia di trasformarsi in una guerra di trincea senza fine.
Probabile che prima o poi accada, sul lungo periodo, quando Renzi sarà solo un ricordo e la sua Costituzione sarà ancora lì. Ma non è un’ipotesi della fantasia nemmeno sul breve termine: il Senato infatti è saldamente in mano al Pd (essendo eletto dalle regioni) mentre alla Camera, con il doppio turno dell’Italicum, già al prossimo giro o a quello dopo può benissimo vincere un altro schieramento.
In altri termini, il mix tra Italicum e riforma Boschi sacrifica la rappresentanza in nome della governabilità, ma contiene in sé i germi di una paralisi degli iter legislativi, quindi della governabilità.
Un affarone, davvero.

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