DI PIPPO GALLELLI

pippo gallelli

Un gol segnato all’ultimo minuto con una rovesciata perfetta: un gesto artistico più che sportivo. E’ il finale del film “Fuga per la vittoria” di John Huston che nel 1981 fece conoscere, anche alle generazioni che non ebbero la fortuna di vederlo giocare, la poesia pedatoria di Edson Arantes do Nascimento, per tutti Pelè, O Rei do Futebol o La Perla Nera. Non sono certo finzione cinematografica i gol di Pelè, alcuni capolavori immortali dell’arte del gol. La bellezza assoluta, tanto per citarne uno, di quel gol di testa segnato nella finale di Mexico 70 rende meno amaro il ricordo di noi italiani che quella sfida la perdemmo. La legge di gravità, e il malcapitato Burgnich, si arresero per qualche interminabile istante alla leggerezza di O Rei che si elevò, in maniera sovrumana, per colpire di testa e battere il nostro Albertosi. E il gol contro la Svezia nella finale Mondiale del 1958, capolavoro di classe e palleggio che svelò al mondo l’ineguagliabile talento della Perla Nera. Il mito di quello che è considerato il più grande calciatore di sempre torna al cinema con “Pelè”, opera biografica dei fratelli Jeff e Michael Zimbalist. Lo stesso Pelé, che è anche uno dei produttori, in questi giorni sta promuovendo il film a Milano con una serie di eventi e incontri con la stampa. La pellicola inizialmente doveva essere presentata in occasione dei Mondiali brasiliani del 2014, in realtà, ha avuto poi una gestazione più laboriosa e qualche lungaggine di produzione. Racconta l’ascesa di Pelé, la storia del riscatto di un ragazzo che dalle favelas di Bauru, grazie al calcio, è salito sul tetto del mondo, fino a essere osannato come il più grande di sempre, in un’eterna disfida con il mito geniale e maledetto di Maradona. Con Diego O Rei ha in comune un’infanzia per nulla dorata. Il piccolo Dico, così lo chiamavano da bambino, lustrava scarpe per arrotondare i magri guadagni di famiglia e dava sfogo al suo precoce talento con un calzino, o degli stracci pieni di carta, al posto del pallone. Waldemar de Brito, l’ex calciatore nazionale che notò per primo il suo talento cristallino, disse ai dirigenti del Santos che quello sarebbe diventato il più grande calciatore di sempre. Forse inizialmente sorrisero quei dirigenti, ma non ci volle molto per capire che Waldemar aveva visto giusto. A 15 anni Pelé indossava già la maglia del Santos, a 16 era capocannoniere del campionato paulista. O Rei indosserà la maglia verde oro della nazionale a soli dieci mesi dal suo primo contratto da professionista e a 17 anni, nel 1958 in Svezia, alzerà al cielo la prima Coppa del Mondo vinta con il Brasile. Pelé, giovanissimo, aveva già costruito le fondamenta di una carriera leggendaria. Vincerà altre due coppe del Mondo nel 62 in Cile e, nel 1970 in Messico, in finale contro l’Italia. Calciatore del Secolo per la Fifa e Atleta del Secolo per il CIO e tantissimi altri riconoscimenti. Infinito il suo sodalizio, 20 anni, con il Santos. Pelé in realtà non poté lasciare il Brasile e la maglia bianca dei paulisti perché proclamato “Patrimonio nazionale” e quindi incedibile, nonostante le offerte stratosferiche provenienti dall’Europa, anche da club italiani. Lascerà il Brasile, si, ma solo a fine carriera per l’avventura USA con i Cosmos di New York. «Nella mia carriera ho fatto 1283 gol, ma quello più importante è stato sicuramente il millesimo – ha detto ieri il settantacinquenne Pelé in una conferenza stampa organizzata dalla Gazzetta dello Sport -. Tirare un rigore è facile, però solo in quell’occasione al Maracanà mi sono tremate le gambe. Il gol più bello? Quello che ho fatto con il Santos contro la Juventude a San Paolo: ho fatto quattro sombreri uno in fila all’altro». Il momento più importante: «Sicuramente è stato il mondiale del 1970 in Messico. Avevo molta esperienza, ed ero cosciente che quello sarebbe stato il mio ultimo Mondiale. La partita più bella? Il 5-2 nella finale contro la Svezia del Mondiale ’58. Ero matto, avevo 17 anni. Quando arrivammo in Svezia pensavo ci conoscessero tutti, invece nessuno sapeva chi fossimo. Dopo quel Mondiale hanno iniziato a conoscerci tutti». O Rei confessa che Messi è il suo calciatore preferito del presente e sul film dice: «Non ho idea di che cosa possa succedere nel mio futuro, ma Dio sa che quello che faccio tutti i giorni e il mio sforzo è lasciare un messaggio a tutti. Il messaggio del film è dire ai ragazzi di strada che non hanno tanti mezzi che con impegno possono farcela».

foto di Pippo Gallelli.
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