DI SILVESTRO MONTANARO
silvestro montanaro
” L’anno prossimo ci sarà un nuovo presidente a dover rendere conto del suo operato al nostro amato paese”.
Il dado è tratto. Raffael Correa, presidente dell’Ecuador, protagonista assoluto della straordinaria stagione di cambiamento in Sudamerica dell’ultimo quindicennio, ha scritto ieri la parola fine ad ogni polemica su una sua possibile nuova e terza elezione.
Ed ha lanciato una sfida a tutte le componenti politiche del paese, un patto che sarà difficile a chiunque non onorare. Il prossimo presidente dovrà essere un uomo del popolo e per il popolo. Non potrà essere un miliardario magari con conti all’estero e nei paradisi fiscali. Un vero grattacapo per la brutta destra ecuadoriana da sempre nelle mani di poche famiglie dalla ricchezza smisurata e di dubbia origine. Una opportunità perché se la destra venezuelana accetta la sfida, dovrà rinnovarsi profondamente e diverrà spendibile per il futuro democratico del paese andino.
Correa è stato, per me da sempre, l’anima più’ intelligente ed innovativa della stagione del cambio. Il suo paese in mano a veri predoni e alle grandi compagnie multinazionali, specie quelle petrolifere americane, era a livelli da quarto mondo in ogni campo, con una miseria dilagante ed antica. Il decennio Correa ha cambiato molte cose. Ha liberato il paese da un debito estero odioso ed insostenibile, ha visto una ricontrattazione delle royalties con le compagnie petrolifere che ha favorito le esauste casse dello stato, una montagna di investimenti in infrastrutture, centinaia di nuove scuole e università,ospedali, anche nelle regioni più’ remote, una redistribuzione di redditi a favore della povera gente l’inizio faticoso di una diversificazione produttiva in una terra condannata a produrre solo materia prima energetica dalla divisione del lavoro internazionale disegnata dal potente vicino americano.
La democrazia ha cominciato a costruire le sue casematte ed il paese ha oggi una società civile che cresce, donne in testa.
Anche Correa ha sofferto la sindrome dell’accerchiamento. Più volte si è provato a destabilizzarlo e a buttarlo giù con la forza. Negli ultimi anni, dopo esser stato ferito fisicamente e psicologicamente, in un tentativo di colpo di stato, e’ sembrato soccombere all’idea del corpo a corpo con le destre ed i loro interessi. Il terremoto del mese scorso, le tante vittime e le immani distruzioni subite dal suo paese e dalla sua gente, gli hanno ricordato i perché del suo fare politica. Un presidente al servizio del suo popolo, di un popolo intero, quindi interessato all’evoluzione democratica ed economica di tutti possibile solo nel rispetto più pieno della democrazia.
Ben diverso il discorso per ciò che avviene e, peggio ancora, si annuncia in Venezuela.
Gli epigoni di Chavez hanno scelto una strada ben diversa. Sconfitti alle ultime elezioni, con un paese in coma dove manca l’essenziale, l’inflazione galoppa a livelli da paura, la corruzione e la microcriminalità sono stellari, mancano le medicine per trattare i pazienti in ospedale, si e’ dovuta razionare l’elettricità nonostante il Venezuela sia un colosso energetico, dove ci si sfama sempre più a fatica nonostante una quantità incredibile di terre fertilissime, Maduro ed i suoi non hanno il pudore dell’autocritica. Peggio ancora si arroccano intorno all’unico potere rimasto nelle loro mani, la presidenza, e si affidano alla retorica dell’aggressione imperialista cui bisogna resistere in ogni modo per salvare la patria. Si nega il referendum revocatorio del presidente, previsto dalla costituzione, si impongono d’autorità, esautorando il parlamento eletto, leggi speciali, si militarizza il confronto politico. Centinaia di migliaia di venezuelani sono stati protagonisti di una due giorni di esercitazioni militari antimperialiste.
Nessuno nega che la destra venezuelana sia in tanta e larga parte golpista e serva di interessi stranieri, nessuno nega che sul Venezuela gli interessi di potentati americani siano altissimi e che negli anni abbiano puntato in ogni modo a destabilizzare il paese, ma pensare che la catastrofe che il paese vive sia figlia solo delle politiche si settori dell’amministrazione americana e’ davvero una menzogna. Il fallimento del socialismo del terzo millennio ha ragioni anche interne fatte di mancanza di progetto politico, di scelte di politica economica ed industriale fallimentari, di incapacità e malversazione.
Il Venezuela corre seriamente il rischio della guerra civile. Lo corre perché le sue due anime sono incapaci di democrazia e di rispetto reciproco. Chavez, è bene ricordarlo, non si sottrasse al referendum revocatorio promosso dalla destra per mandarlo a casa. Erano ann difficili, ma si sottopose al giudizio della sua gente. E vinse.
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