DI RITA A. CUGOLA
rita a. cugola
Pesanti nubi di tempesta si stanno addensando sulla campagna presidenziale statunitense. Nell’occhio del ciclone i candidati maggiormente accreditati alla guida dei 50 stati federali, ossia la democratica Hillary Clinton e il  miliardario repubblicano Donald Trump. Su entrambi gravano episodi del passato che inevitabilmente – a pochi mesi dalla sfida finale per l’accesso alla Casa Bianca –  riaffiorano dalle nebbie del tempo e si trasformano in armi micidiali a beneficio degli avversari.
Sull’ex first lady della politica a stelle e strisce si è abbattuta la scure dipartimentale. In un rapporto poi approdato al Congresso, l’osservatorio indipendente della struttura ha evidenziato alcune gravi lacune a carico dell’allora Segretario di Stato: l’utilizzo arbitrario di un server privato di posta elettronica innanzitutto, a cui va aggiunta l’inspiegabile carenza di  informazioni inerenti alcuni mesi del suo operato.
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Avrebbe dovuto lasciare tutte le mail vertenti sugli affari del Dipartimento stesso prima di terminare il proprio incarico governativo“, recita il documento, “ciò non è avvenuto e quindi sono state violate le norme interne stabilite in conformità con il Federal Records Act“. L’agguerrita signora avrebbe continuato  a usufruire del medesimo account  anche oltre la scadenza naturale del mandato (2009- 2013), all’ombra delle rassicuranti mura  domestiche e senza alcuna accortezza in merito a potenziali intercettazioni da parte degli hacker. Le  22 mail estremamente riservate reperite all’interno del computer ne costituirebbero conferma.
Del resto, la stessa interessata si era spinta ad ammettere “di aver appositamente conservato la propria corrispondenza” e di essere incline a “discuterne con chiunque, in qualsiasi momento“.  A nulla sono servite le rassicurazioni fornire dallo storico supporter Paul Begala (“Hillary ha riconosciuto di aver sbagliato e si scusa molto“) o dal portavoce Brian Fellon (“Come si evince dalla relazione del Dipartimento, il ricorso a e-mail personali era alquanto diffuso già da tempo e i funzionari  erano perfettamente al corrente di tale abitudine“): la vicenda rischia inevitabilmente di intaccare l’immagine di affidabilità e integrità che Clinton  sta cercando di proiettare sullo scenario statunitense.
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Ciò che  quelle carte rivelano avvalora la tesi che non sia una persona affidabile“, è stato il laconico commento di Paul Ryan, Major Leader della Us House of Representatives. Se dalle indagini ufficialmente in corso da parte del Federal Bureau of Investigation (Fbi) dovessero emergere elementi a favore di un rinvio a giudizio, il percorso verso la presidenza dell’illustre signora (attualmente in leggero vantaggio nelle preferenze popolari) potrebbe risultare seriamente compromesso.
Una circostanza incresciosa di cui ancora una volta Trump ha saputo approfittare per denigrare l’agguerrita rivale (tacciata in termini di “crooked“, storta): “Non le sono giunte buone notizie, lo sapete”, ha ironizzato rivolto ai sostenitori. “Certi documenti dell’ispettorato  riportano fattori negativi: e questo è sbagliato“.
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Evidentemente ignorava di essere al centro di un’inchiesta condotta dal quotidiano britannico Daily Telegraph: diversamente non avrebbe forse ostentato un simile cinismo nei confronti altrui.  La vicenda oggetto di tanta attenzione risalirebbe al 2007.
All’epoca il tycoon aveva creato  una sorta di partnership con gli immobiliaristi del Bayrock Group impegnati nella realizzazione di alcuni consistenti piani edilizi (in primo luogo il grattacielo Trump SoHo) sotto il cielo di New York. Grazie a un accordo siglato in modo fraudolento con gli  islandesi del Fl Group (fallito l’anno successivo a causa della crisi  che aveva investito le banche dell’isola), l’impresa aveva potuto beneficiare di un versamento (definito “prestito“)  pari a 50 milioni di dollari, confluiti poi in  quattro diverse consociate.
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L’intento non dichiarato era infatti quello di evadere circa 20 milioni di tasse mediante la vendita mimetizzata di partecipazioni. Un escamotage che secondo i dipendenti aziendali avrebbe consentito ai vertici di eludere il pagamento degli 8o milioni di dollari dovuti al fisco e calcolati in base alle valutazioni effettuate sui proventi futuri del presunto investimento.
Trump non è mai stato coinvolto nella transazione“, ha precisato Alan Garten, legale di fiducia del magnate. “Firmando le lettere si limitò ad avallare l’intesa in veste di socio accomodante“. Ma la realtà sarebbe diversa. L’aspirante presidente degli Usa deteneva il 15% delle quote di partecipazione del progetto inerente la costruzione del palazzo a lui dedicato ed era uno dei soci principali nelle operazioni finanziarie condotte dal gruppo: impossibile dunque decretarne l’estraneità ai fatti contestati.

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