DI GIOVANNA MULAS

giovanna mulas

Da sempre tollero poco l’esagitata ambizione, il soffio venefico sulla realtà, la seduzione del nulla, quel desiderare, ‘aspirare a’ che minimizza l’intellettualità dell’uomo. E ho imparato che alcune battaglie vanno combattute anche quando si sa di dover perdere la guerra: nella vita è necessario imparare a lottare senza paura e senza speranza ché servirà ai nostri figli,  e tutti i giovani sono figli nostri.
Mi chiedo, affacciandomi dal mio carro di buone intenzioni, -pure saltuariamente scivolandone- come si può concedere troppo alla stoltezza, in questo nostro Oggi dove l’umanità corre verso la rovina a causa di ‘idealità’ contrarie alla vita. Umanità paurosa, e la paura è la vera maledizione dell’uomo, si sa che non è la fame a provocare la rivoluzione, ma il fatto che al gregge, mangiando, è venuto l’appetito.
Popolo stanco dell’istinto, soddisfatto di sé e solo per sé, in infiacchimento morale, senza scopo, da telecomando.
Dico, è lapalissiano che quando un popolo tramonta, quando avvisa dileguarsi definitivamente ogni fiducia nel domani, quando radica nella coscienza la sottomissione e l’integrità del sottomesso come condizione primaria di sussistenza, quando presenta un’involuzione fisiologica; allora anche il Pastore di turno deve mutare: appare il Mago degli Oppressi, che reggendo se stesso regge i destini, metafora di madre protettiva diventa sornione, umile (dal vegetare come ombre nell’ombra recita il glorificare comunque se stessi), moraleggia, esorta all’amore per l’amico e il nemico, è un costruito cosmopolita con ansia da prestazione. Eppure mi domando come, nonostante la Storia, possa rifare capolino, nel Popolo, quella storica stupidità insita nella passione,  con la quale si congiura per annientare la passione stessa:  forse la cura è la castrazione, la disciplina di ogni idea. Solo castrando, si divinizza.
E il nostro Mago degli Oppressi viene, a torto o a ragione, divinizzato.
Vero è che mai, come oggi, si è attentato in modo così evidente alle conquiste della civiltà: democrazia, libertà, giustizia. Come si può parlare di ‘verità storica’, quando chi doveva trasmetterla ha manipolato tanto abilmente le fonti da impedire un minimo di chiarezza?. Ciò che si può e si deve fare in questi casi è affidarsi a una libertà di coscienza, essere per la scelta e non per il dover essere, non giustificare il vittimismo, mai avanzare l’idea illusoria che il vittimismo possa rappresentare un valore. Coi media controllati dall’imperialismo statunitense e dal sionismo israeliano, complici di crimini, di colpi di Stato, di rapina contro i popoli e le nazioni indipendenti, di artifici e inganni. Media a costruire opinioni favorevoli anche a una guerra; capaci di renderla, dopo aver conquistato l’opinione della Massa, un evento banale, e questa si, leggo come antitesi di ogni ingenua depravazione.
Ripeto: è fondamentale una radicale trasformazione della società, quindi la costruzione di una società di liberi ed uguali; l’Italia non può continuare a dividersi, come in effetti è, nei profetizzati pasoliniani Paese colto e Paese ignorante, Paese umanistico e consumistico. Per combattere l’individualismo libertario serve la moralità interna, la disciplina e il rispetto per gli altri prima ancora che verso noi stessi, serve stimolare le menti ad aprirsi, misurare le virtù. Una disciplina che non sopprimerà le caratteristiche di ogni uomo e la sua libertà, ma sarà elemento fondante di ordine democratico e libertà.
Serve pretendere spontaneità, sincerità: ancora più necessario quando le cariche, nella vita e in politica, si rivelano di forte responsabilità.
Per difendere la Repubblica e la democrazia, oggi, servono due qualità: l’onestà e il coraggio. La libertà senza giustizia sociale è conquista illusoria e debole, che continua a risolversi per troppi nel frugare nella spazzatura per nutrirsi. Nelle nuove generazioni occorre lavorare costantemente di cultura: quando si abbandona la cultura i giovani si rifugiano nell’anarchia, servono ingenuamente il sistema amorfo che vogliono combattere.
La domanda da porci ancora è: qual è lo scopo della vita? Diventare più umani o produrre di più per avere? Consumare è una forma dell’avere; la sete di denaro, fama e potere, è divenuta la tematica dominante della vita, l’uomo è alienato dal sistema che lui stesso ha creato. Il consumo calma l’ansia: io sono ciò che ho e che consumo. Io sono le cose che possiedo, se non possiedo nulla non esisto. Ma per dirla alla Fromm è vera la situazione inversa; sono le cose a possedere l’uomo.
In base a questo tristo quadro prevedo per l’Italia una successione rapida di esplosioni più o meno violente, alternate a fasi di calma più o meno manifesta.
La responsabilità di un Pensatore della Cultura deve consistere in un lavoro di sensibilizzazione perpetua, sia nei periodi delle esplosioni più violente, sia in quelli di calma completa, affinché la massa giunga a prendere consapevolezza. E’ un lavoro lungo per il quale è necessaria un’ esperienza politica delle masse stesse, nonostante lo schifo provocato da elementi sbagliati nel ruolo e nel tempo sbagliati,  mai indurre l’allontanamento, l’abbandono dell’utopia.
Non posso concepire, perdonatemi, una legge dettata da una classe proprietaria organizzata nello Stato, fatta per l’isterilimento di coloro i quali la brutale necessità non permette di rispettarla, seppure occorre stare attenti a non essere ‘disobbedienti’ sempre e verso qualsiasi autorità: si scade nella ribellione sterile, nell’anarchismo adolescenziale.
Solo verso quei sistemi che non rispettano giustizia sociale e libertà degli individui. Continuamo ad avere un’Italia divisa in due: in una vi è penuria di ricchezza, nell’altra vi è il superfluo, lo sperpero. Se un produttore vende molto o troppo caro, e con enorme guadagno, l’altro non vende o vende in perdita. L’esistenza della proprietà privata pone la minoranza sociale in condizioni di privilegio, rendendo comunque impari la lotta.
Una società, la nostra, Re Mida: cambia tutto ciò che tocca in una fonte potenziale di progresso e di sfruttamento, e la sessualità non fa eccezione.
Un Governo che addirittura osa, forte di nichilismo e incoscienza nella massa, mettere mani sulla Costituzione, tra le cui righe vige la coscienza della scissione intrinseca alla società capitalistica ”…e la indicazione di un programma di ricomposi­zione sociale, che sposta le basi di classe dello Stato” (P.Ingrao). Invito a resistere attivamente: la resistenza passiva annunciata ne “Un decreto di Eichmann” con, alla base, una fisiologica resistenza attiva: lupi vestiti da agnello, ché l’alternativa è da misere bestie da soma, da macelleria.
E’ interessante inoltre valutare attentamente l’aspetto della protesta, quando questa si presenta: la massa è confusa, isolata dalla Nazione (panico e incertezza vengono diffusi ai fini della disgregazione della sollevazione stessa), è immersa nell’ indifferenza e l’ostilità. Ricerca leader, non sa valutare il nemico, non sa valutare esattamente la propria forza. Ai giovani inesperti e gli anarchici vanno a mescolarsi i rozzi, i senza motivo, i nuovi fascisti, gli infiltrati delle Forze armate di Stato.
Nonostante questo, a mio vedere le cose, non c’è vergogna nella sconfitta annunciata della massa, al contrario: Essa continua a scontare l’inettitudine e la cecità altrui, e mai resta senza conseguenza per la compagine dello Stato.
Ora, non è questa ribellione allo Stato-Padre che mi avvilisce -la storia umana è iniziata e si è evoluta, si riporta, con atti di ‘disobbedienza’-, quanto la mancanza di disposizione nella massa, voglio dire…pensiamo alle figure politiche che, alla massa, dovrebbero mescolarsi, che sulla massa dovrebbero lavorare di sensibilizzazione e ascolto, preparazione al domani: in realtà queste stesse, tristi figure non hanno niente da proporre, non hanno compiti da assegnarsi quindi assegnare alle forze produttive del Paese.
Le ingiurie, le scomuniche di quella larga fetta di “cretinismo parlamentare” contro le proteste della massa non servono a niente: il fenomeno è ancorato a profonde cause economiche e politiche; è nell’antagonismo sociale che l’emarginato s’incattivisce e disumanizza. Dunque il problema sta nel trovare le varie forme di organizzazione per inquadrare la massa e dirigerla. E’ processo di sviluppo in perenne movimento; in divenire. Si presuppone un lungo lavoro preparatorio di sistemazione e propaganda: in una società che ha perso consapevolezza tra vero e falso (e la realtà in sé, essendo umana, non è mai univocamente decifrabile), per sopportare il peso della verità o almeno ciò che più avvicina alla verità, occorre una grande maturità che può svilupparsi solo con l’accettazione del diverso. Ricordiamo che quanto più è forte la mancanza della libertà, tanto più è forte l’insofferenza verso chi dice la verità; un livello profondo di verità implica un livello ugualmente profondo di libertà. E’ fondamentale saper dosare la verità in base alla capacità di ricezione altrui: nella reciprocità sta il segreto della disponibilità ad accettare i rapporti basati sulla verità.
Qui deve lavorare un Partito: l’unità di metodo e contenuto garantiscono alla verità relativa di essere “vera”. La dialettica, il confronto delle opinioni risulterà di debole impatto se non ci si avvale anche del confronto delle esperienze.
Durante i diversi momenti di un’evoluzione economica e in base alle diverse condizioni politiche, culturali-nazionali e sociali, differenti devono essere le forme di resistenza, pronte a correggersi quindi a correggere le forme di opposizione marginali.
L’Arte come può sostenere i tempi e gli eventi?
Sono convinta che occorre rivolgersi verso le componenti progressive della società, provare a stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita:
che l’Arte sia denuncia coraggiosa. Sapendo anche di perdere la battaglia, ma non per questo rinunciando a combatterla.

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