DI TONI CAPUOZZO

toni capuozzo

Le date, a volte, hanno un casuale e potente valore simbolico: Salvatore Girone rientrerà a casa, probabilmente, il 2 giugno. Non è solo la Festa della Repubblica, il giorno in cui ci si era malinconicamente abituati a un applauso più intenso quando sui Fori imperiali passava il reparto della Brigata San Marco, i suoi colleghi. E’ anche il giorno in cui, tre anni fa, nell’ormai rituale videoconferenza con l’ambasciata italiana di Delhi, Girone, che per carattere e grado era stato fino allora il più taciturno dei due fucilieri di marina, alzò la voce. “Abbiamo obbedito a un ordine”, disse, e si riferiva a quello impartito a nome del governo dal ministro della Difesa, ammiraglio Di Paola che, capovolgendo la decisione di far restare i due marò in patria, gli aveva comunicato il dietrofront verso l’India, tra intimazioni e lusinghe. “E siamo ancora qui” aggiunse Girone. Adesso, tre anni dopo quello sfogo, adempite alcune formalità burocratiche, sarà davvero a casa.
La notizia è giunta nel giorno del compleanno dell’altro marò, Massimiliano La Torre: “Non potevo ricevere regalo più bello”, ha scritto. Finisce per lui l‘afflizione di una semilibertà vissuta tra studi medici e il cruccio di essersi lasciato indietro il collega d’armi e di sventura.
Naturalmente è una corsa, ora, ad appropriarsi il merito di questa svolta. L’Italia è un paese generoso nel distribuire meriti e un po’ riluttante a stabilire colpe, ma non si può fare a meno di ricordare che si è giunti all’arbitrato internazionale con tre anni almeno di ritardo, e uno di questi tre va nel conto del governo in carica. Il merito più grande è quello che va riconosciuto allo stesso Girone, alla sua paziente disciplina, alla sua caparbia resistenza, ai suoi diplomi via Skype, alla forza semplice e profonda della sua famiglia.
Né si possono disconoscere i meriti dell’India, il cui governo nazionalista ha accettato l’arbitrato, ha aperto uno spiraglio al possibile ritorno di Girone in patria, ha affidato, nonostante le ferie della Corte Suprema, a una sezione speciale l’attuazione della sentenza con cui la Corte arbitrale aveva stabilito il 29 aprile il rientro di Girone. Magnanimità ? Anche calcolo politico del pragmatico Narendra Modi: ha atteso che scadesse a dicembre la presidenza, a capo della Corte Suprema, di Dattu, un magistrato del Kerala. Ed ha atteso che lunedì 16 maggio si tenessero le elezioni in Kerala. Che hanno visto la sconfitta del Partito del Congresso e di Oomen Chandy, il grande accusatore dei marò. Il centrosinistra di quello strano Stato che è il Kerala passa la mano a un governo ancora più a sinistra. Ma il partito induista, maggioritario in quasi tutti gli altri Stati dell’Unione indiana, si affaccerà per la prima volta con qualche seggio nel parlamento del Kerala. Via libera, nonostante le ferie, per sbarazzarsi di una questione ereditata senza entusiasmo da Narendra Modi, per liberarsi di due indagati scomodi, di un’inchiesta maldestra, e di qualche complicazione internazionale.
E dunque, fine dell’odissea ? Certo, la vicenda viene svelenita dal sapere entrambi i marò a casa. Continua, però, il sequestro giudiziario. Ci vorranno ora altri due anni di discussioni sulle questioni di diritto internazionale, alla Corte arbitrale dell’Aja, per stabilire se a giudicare i due marò debba essere un tribunale italiano oppure un tribunale indiano. Che vuol dire che Latorre e Girone dovranno, alla fine, attendere sei anni per vedere realizzarsi il primo diritto di ogni imputato: avere un giudice, in grado di trasformare un’accusa pendente su di loro – e calunniosa, per un militare, accusato di aver sparato su persone innocenti e inermi – in un giudizio, colpevoli o innocenti. A nostro parere non c’è tribunale al mondo, italiano o indiano, che potrebbe condannarli sulla base di prove evidentemente contraffatte, e di indizi schiaccianti che provano la loro innocenza, e la morte dei due pescatori in circostanze diverse, almeno cinque ore dopo il tentativo di abbordaggio pirata sventato dai due marò. Qualcosa ci dice che il processo sia un fine corsa sgradito sia all’India che all’Italia. Entrambe hanno troppi scheletri nell’armadio. L’India per tre anni e mezzo non solo non è riuscita a rinviarli a giudizio, ma neppure a formulare un capo d’imputazione. L’Italia che per quieto vivere non ha mai creduto alla loro innocenza ha solo da perdere da un dibattito in aula che rivelerebbe sbagli, omissioni, silenzi. Un processo su quello che avvenne il 15 febbraio di quattro anni fa diventerebbe inevitabilmente un processo in cui il vero banco degli imputati sarebbe quello in cui siedono i rappresentanti dei due Paesi, non quello dei due marò. Forse Italia e India si accorderanno prima, in un’intesa extragiudiziaria che eviti ad entrambi imbarazzi, che dietro parole altisonanti –storica amicizia, ragione e buon senso, eccetera – fornisca una comoda via d’uscita: chi ha dato ha dato e chi avuto ha avuto. E i due marò resteranno gli unici a pretendere, processo o meno, una verità piena che ristabilisca anche nelle carte l’onore che non hanno mai perduto.  il tempo.

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