DI LUCA SOLDI

luca soldi

Se il segretario rientra nei ranghi e mostra il volto gentile e dialogante non è detto che subito dopo la minoranza voglia firmare il famoso assegno in bianco. Allo stesso tempo sembra che il motto “non ci sono alternative” funzioni bene e così la volontà di far emergere le criticità della riforma costituzionale, rimane ancora nascosta. Evidenziando i limiti degli uni e degli altri. Uno per tutti, Pierluigi Bersani che in questi giorni, è stato visto “molto preoccupato”. Questa volta le sue dichiarazione, però, non hanno suscitato l’ilarità di un tempo: “Tra la nostra gente cresce la voglia di votare no, e più Renzi e la Boschi insistono con questi toni, più gli indecisi si spingono verso il no. In questo clima a ottobre ci saranno solo macerie nel campo democratico, comunque vada”. Ma le osservazioni cadono nel vuoto. Le critiche restano lettera morta. Il sentimento che suscitano, sono spesso di commiserazione. Così, le flebili richieste di spacchettamento delle norme considerate controverse, finiscono nel nulla. Non esce neppure l’evidenza di una campagna referendaria iniziata malissimo. E tutto questo si esplicita in una base sempre più lontana, disorientata, divisa fra quelli disposti a tutto pur di stare sul carro del vincitore e gli altri, quelli rimasti, quelli, appunto che si ripetono di continuo: “Non ci sono alternative, tutti gli altri sono peggio”. Tutto questo mette in evidenza che il sentimento, la passione, la voglia di partecipare appaiono un optional. Così circoli e segretari, quando non si nascondono, si trovano costretti a giocare ad altro.
La minoranza risponde a chi la accusa di essere strumentale, o di cercare pretesti per il no al referendum, con alcuni fatti. “Sull’Italicum non abbiamo votato la fiducia alla Camera, e io mi sono dimesso da capogruppo”, ricorda Roberto Speranza, ricordando come rimasero pesanti anche i no di Bersani ed Enrico Letta. L’occupazione principale pare ancora quella di guardare alle altre anime del Pd – come i giovani turchi o l’Areadem di Franceschini – che potrebbero, se volessero, aprire una riflessione nella maggioranza che guida il Pd.
Ma come al solito opportunisticamente aspetteranno a subito dopo le amministrative. Cosi Bersani ed i suoi, in attesa, restano orientati verso una strategia che non prevede nessuno schieramento esplicito per il sì o per il no. “Siamo per il ‘si ma’, per il ‘sì forse’”, ha detto un senatore bersaniano.
A loro pesa quanti ha evidenziato Eugenio Scalfari, nei giorni scorsi, che ha sentenziato: “la riforma costituzionale insieme all’Italicum non funziona, c’è una curvatura plebiscitaria che va corretta”. Di qui la decisione, maturata all’indomani del ballottaggio in Austria, con il candidato della destra estrema a un passo dalla vittoria, di lanciare l’affondo sull’Italicum: non più la richiesta di piccole correzioni, come il premio alla coalizione e non alla lista, ma il rilancio dell’antica proposta dell’Ulivo e poi del Pd sul doppio turno di collegio alla francese.
foto di Luca Soldi.
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