DI STEFANIA DE MICHELE
stefania de michele
Se riuscissimo almeno a individuarli, prima ancora di cacciarli, i mercanti nel Tempio, già saremmo a metà dell’opera. L’operazione è difficile perché le tecniche di mimesi si sono raffinate e la voglia di autoassoluzione degli ‘italiani, brava gente’ è cresciuta. La storia ci viene incontro per dirci che niente di nuovo si crogiola sotto il sole. L’esempio principe arriva dal premier Matteo Renzi, che ha rubato la maglia alla squadra avversaria, l’ha indossata e ne è pure diventato capitano. Segretario del partito democratico, espressione della sinistra che non ha più paura di governare. Da crederci perché indossa la casacca. Fatto addirittura meglio del garibaldino Nino Bixio, che – tra la visione d’élite di Cavour e quella romantico-democratica di Garibaldi – si erse e disse: “Sorgo in nome dell’Italia e della concordia”. Almeno Bixio non aveva rubato la maglia. In compenso, da democristiano ante litteram, propose di inquadrare le camicie rosse nell’esercito regolare e, per questo, ottenne pure la promozione a Generale.
Ai banchetti della CGIL, dove in questi giorni si raccolgono le firme per i referendum contro il Jobs Act, la disciplina di voucher e licenziamenti, si potrebbe perciò firmare anche perché Renzi si tolga la casacca non sua. Proposta di fantapolitica: raccolta di firme perché il presidente del Consiglio sia costretto a prendere la tessera ad honorem di Forza Italia, Ncd e affini. Vale anche per la minoranza Pd, i panchinari del team tarocco della sinistra italiana, che – sempre sul jobs Act – fecero battaglia parolaia, salvo poi votare la fiducia al Governo per ‘senso di responsabilità’. Responsabilità barricadera, che porta a scomodare uno che di rivoluzioni (discutibili o meno, è un altro argomento) se ne intendeva: “Chi non sta da una parte o dall’altra della barricata è la barricata”, diceva Lenin.
Sfondare le barricate dei finti progressisti italiani è però faccenda complicata. Menar le mani in piazza come fanno i francesi contro la loro riforma del lavoro non fa parte dell’estetica italica. Molta fatica e troppo rischio. E’ sfiancante anche andare a votare. L’irritante formula assolutoria è sempre la stessa: “Tanto non cambia niente”. In Italia non c’è voglia di rivoluzione. Al massimo qualche rivolta che, da Masaniello in su, è provocata dai morsi della fame. L’Italia integrata nel sistema, quella che arriva a Palazzo (o giù di lì), ha più ironia e cultura, oltre che mezzi e collusioni. Come tal Togliatti detto il Migliore che, nel 1947, al partigiano Pajetta che aveva occupato la Prefettura di Milano in un tentativo di golpe all’amatriciana, rispose: “E adesso cosa te ne fai?”. Corsi e ricorsi perché la rivoluzione vera, quella che cambia il colore del cielo per adeguarlo alle esigenze della gente, non è patrimonio della cultura italica. Che è invece figlia orgogliosa di Cavour e dei suoi epigoni di minore caratura. In fondo, al compromesso e all’autoinganno quotidiano siamo abituati. E’ storia nota. Tanto da fare dire proprio al Conte Camillo Benso, padre fondatore della Patria: “Meno male che abbiamo fatto l’Italia prima di conoscerla”.
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