DI FABIO BALDASSARRI
fabio baldassarri
I ministri finanziari del G7 riunitisi qualche giorno fa in Giappone, pur avendo descritto l’andamento di una pesante situazione cui si aggiunge il rischio Brexit (non dimentichiamo che i centri della politica economica e finanziaria, vista la globalizzazione, poggiano ancora su Wall Street a New York e sulla City a Londra) avevano passato la mano ai capi di governo di Usa, Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Giappone e Canada. Dunque, lor signori si sono riuniti esattamente a Ise, ancora in Giappone, per produrre questo risultato: niente. Se guardiamo la foto di rito del summit (una tavola rotonda intorno alla quale siedono Obama, Merkel, Renzi, Hollande, Cameron, Abe e Trudeau) e paragoniamo questa immagine alle determinazioni che ne sono venute fuori, verrebbe da ripetere la famosa frase del film “Gli intoccabili”: solo chiacchere e distintivo. E vediamo perché.
Nessuno, fra i commenti che ho potuto leggere, ricorda che questo summit in passato si chiamava G8, mentre adesso è tornato a chiamarsi G7. La presenza della Russia, l’ottava componente, risulta difatti da tempo sospesa. Questi commentatori si sono guardati bene dal ricordare che la sua presenza non era determinata da fattori economico-finanziari (al tempo trascurabili) bensì dalla potenza militare e dall’importanza geopolitica. Dunque sorvolano sul fatto che la caduta del muro di Berlino (1989) anziché rimuovere la questione della potenza militare e politica della Russia, l’ha riproposta e, con Putin, più forte e più bella (?) che pria in chiave geopolitica e militare perché la caduta del comunismo ha modificato di ben poco la sua posizione nel mondo. Merito di Putin? Oppure ci sono stati errori strategici anche da parte dei partner del G7 che hanno permesso il ricostituirsi di una situazione del genere? Risposta non pervenuta.
Gli illustrissimi premier avrebbero poi dichiarato che la crescita è “priorità urgente” dimenticando di aggiungere che una crescita basata sui modelli di consumo occidentali, una volta allargata al resto del mondo porrebbe problemi di disponibilità delle risorse, di redistribuzione della ricchezza (ma su questo terreno anche in occidente non si scherza) e di ecosostenibilità. Hanno eluso, cioè, quanto discusso non più di sei mesi fa nella conferenza di Parigi (Cop21) quando si è posto il problema dei cambiamenti climatici partendo dall’obbiettivo di limitare il riscaldamento globale. Il cherichiede l’adozione non solo di provvedimenti antinquinamento ma un riequilibrio fra i paesi del G7 e il resto del mondo in termini di produzione industriale con previsioni, su scala mondiale, che mirano percentualmente al ribasso anziché al rialzo e, dunque, il venire in primo piano di un progetto di società basata su modelli di consumo nuovi e alternativi.
La sensibilità pelosa di lor signori, infine, non ha eluso i problemi posti dalle guerre, dai profughi in fuga dal Medioriente e dall’immigrazione dovuta a un’insostenibile povertà in Africa (quell’insieme che, con immagine assai efficace, papa Francesco ha definito la “terza guerra mondiale a pezzi”) e, per questo, hanno lanciato un accorato je accuse contro i fondamentalisti, i terroristi, e i guerrafondai. Tutto giusto! Ma la domanda è questa: esisterebbero questi fondamentalisti, terroristi, e guerrafondai in misura così rilevante se tra gli esponenti del G7 non ci fosse chi ha provocato il marasma della guerra in Iraq, e finanziato o sostenuto gli armati che si andavano raccogliendo in Medioriente e in Africa fino a diventare eserciti e califfati? E poi: con quali armi? con quali supporti? chi li ha riforniti? chi ci ha guadagnato? Non hanno niente a che fare, con tutto questo, l’Arabia Saudita e gli emirati del Golfo Persico? Non c’entra nulla l’involuzione autoritaria e anticurda della Turchia? E non sono forse gli Usa i principali alleati di questi soggetti? E non sono la Francia e la Gran Bretagna ad aver avviato, nel 2011, il processo di dissoluzione in Libia che, adesso, vede la Cirenaica saldarsi con le mire espansionistiche dell’Egitto in una regione ricca di petrolio?
Lasciamo perdere, per una volta, le inerzie e le contraddizioni dell’Unione europea nel grande gioco globale e il tentativo delle alleanze occidentali di chiudere le ganasce intorno a paesi di enorme rilevanza strategica come la Russia, o di importanza economica ridotta come la Grecia ma importantissimo front-office verso la Turchia e il Medioriente. Lasciamo perdere se (è il caso di Obama) si è arrivati solo da poco all’accordo con l’Iran sul nucleare e, di fronte alle reazioni dell’orso russo, si è riconsiderata la situazione in Siria. Qualcuno, per esempio, si è accorto che nel momento di maggior crisi Israele è scomparsa dai primi piani dello scacchiere internazionale? E’ evidente che non possiamo sapere tutto. Ma sarebbe stupido se ci limitassimo ad avere fiducia in chi, nelle segrete stanze, dovrebbe porre riparo a eventi decisivi e importanti per le sorti dell’intero pianeta. Nelle segrete stanze, si sa, sono sempre più quelli che fanno affari e/o sono pagati per studiare nuovi raggiri. Bisognerebbe, semmai, uscire in campo aperto, anche con analisi autocritiche (sebbene sia quasi impossibile pretendere tanto), ma forse basterebbe che i premier del G7 non si limitassero ad alti lai e avanzassero proposte di soluzioni concrete, ragionevoli e condivise, ai problemi di cui hanno discusso.
Ecco: dal G7 di Ise in Giappone, al contrario, emerge la rappresentazione scenografica di quei problemi (così, almeno, dicono i commentatori), ma non pare vengano poste in campo soluzioni che possano essere apprezzate, appunto, come concrete, ragionevoli e condivise. Si sono viste, cioè, tante pacche sulle spalle tra occidentali, e cerimoniose accoglienze con i più autorevoli esponenti del Sol Levante intorno ai santuari delle vittime di Hiroshima e Nagasaki.
E allora? Per ora (ma solo per ora perchè dopo non si sa) buona fortuna.

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