DI CARLO PATRIGNANI
carlo patrignani
Chissà quale dei due schieramenti del Sì e del No al referendum alla riforma costituzionale del Governo Renzi metterà, semmai saltasse in mente a qualcuno, nel proprio Pantheon dei grandi del passato, l’azionista Emilio Lussu che, all’indomani del varo della Costituzione, espresse così la delusione sua e del Partito d’Azione: “abbiamo lavorato per mesi per generare un mostro”. Forse nessuno dei nessuno dei due vista l’atavica antipatia che fu riservata, dalla Dc, a quel manipolo di laici irriducibili che erano gli azionisti, bollati da Palmiro Togliatti come ‘cojoni’.
Improvvisamente, infatti, alla vigilia del referendum istituzionale con cui il 2 giugno ’46 il popolo italiano scelse la Repubblica e bocciò la Monarchia, si assiste a una singolarissima gara tra i due schieramenti del Sì e del No al referendum di ottobre sulla riforma costituzionale predisposta dal Governo Renzi: arruolare nelle proprie fila i grandi della storia. I protagonisti dell’ex-Pci, Pietro Ingrao, Enrico Berlinguer e Nilde Iotti per il Sì e dal mondo cattolico, il costituente don Giuseppe Dossetti per il No. E con loro i vecchi partigiani: l’Anpi schierata per il No e singoli per il Sì, oltre intellettuali, storici, giuristi. Al di là delle singole opinioni nel merito del progetto di riforma del Governo, quel che emerge dal dibattito, assai concitato, è il vuoto di memoria storica: fatto questo non casuale.
La Costituzione ‘più bella del mondo’, in vigore dal 1° gennaio ’48 con cui i Costituenti scelsero la ‘Repubblica parlamentare’ scaturì dall’accordo tra i grandi partiti di massa, Dc, Pci e Psi: e prevalse sul modello istituzionale del Pd’A: la ‘Repubblica Presidenziale’. Modello che prevedeva l’elezione diretta, a suffraggio universale, del Presidente della Repubblica che essendo al tempo stesso Capo del Governo, sarebbe stato costretto a presentarsi con un programma di governo per cui il compromesso programmatico non sarebbe avvenuto tra diversi candidati alla presidenza e dopo le elezioni ma prima delle elezioni fra alcuni partiti che si sarebbero dovuti accordare per la candidatura di un candidato cui affidare l’incarico.
In tal modo se non un sistema di due partiti, si sarebbero avute necessariamente coalizioni ben visibili e l’elettore avrebbe deciso da chi farsi governare.
A rileggere articoli e interventi di quei tempi con i quali gli azionisti Riccardo Lombardi e Pietro Calamandrei sostenevano le ragioni della ‘Repubblica presidenziale’, si scoprono difetti e magagne poi emerse, di un sistema, la Repubblica parlamentare’ da cui “[…] le democrazie di tipo occidentale devono guardarsi come dalla morte”.
Il ‘mostro’ denunciato da Lussu era insito nei partiti organizzati, e di massa, che avrebbero spostato “la lotta politica dal Parlamento all’interno dei partiti e del potere politico dal governo alle direzioni dei partiti”, generando la devastante ‘partitocrazia’ che insieme a governi deboli, imbrigliati da mille contrappesi, avrebbe reso la sovranità popolare sempre meno sovrana.

REFERENDUM

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