DI AMLETO DE SILVA
DE SILVA
“Nel settembre 2006 il fondo Amaranth, che per ironia della sorte doveva il suo nome a un fiore che «non muore mai», dovette essere chiuso dopo aver perso quasi sette miliardi di dollari in pochi giorni, la perdita più impressionante della storia del trading (un’altra ironia: i trader di quel fondo lavoravano nel mio stesso edificio). Pochi giorni prima dell’evento, la società dichiarò che gli investitori non avevano niente di cui preoccuparsi perché in azienda lavoravano dodici persone specializzate in gestione del rischio: gente che utilizza modelli del passato per produrre misure contro i rischi legati alle probabilità di un evento del genere. Anche se fossero stati centododici, non ci sarebbe stata alcuna differenza: il fondo sarebbe comunque crollato. Evidentemente non si possono ottenere più informazioni di quelle offerte dal passato. Se comprate cento copie del New York Times non credo che possiate aumentare la conoscenza del futuro.” Ecco, questa è il pezzo tratto da “Il cigno nero” di Taleb che mi è venuto in mente durante la maratona di Billions, la serie di questa settimana, che già il mese prossimo dovrebbe andare su Sky Atlantic.
http://tvzap.kataweb.it/rubriche/171207/billions-il-ritorno-di-damian-lewis-il-roscio-di-homeland/
Leviamoci subito il pensiero: vale la pena vederla, anche se non è una serie memorabile. E non lo è soprattutto perché, secondo me, la mitizzazione dei personaggi è un’occasione sprecata: sarebbe stato molto più divertente vedere come funzionano davvero questi fondi d’investimento “ammerigani”, col loro poraccismo da vincenti a tutti i costi, ma è una cosa che ha già provato a fare Scorsese in Wolf of wall street. Personalmente, ritengo che il mondo della finanza, anche a livelli altissimi (e per “livelli altissimi” non mi riferisco alla qualità umana di chi ci lavora, ma alla quantità di denaro che viene movimentata), venga raccontata meglio da serie come l’originale The Office, quello con Gervais, ma resta il fatto che è solo la mia opinione. Detto questo, è anche chiaro che agli autori di Billions, alla fine, poco importava raccontare del mondo della finanza: la storia è la lotta senza fine né quartiere tra Bobby Axelrod, capo della Axe, una potentissima società finanziaria, e il suo arcinemico Chuck Rhoades, il procuratore che cerca d’incastrarlo per reati tipo insider trading e cose del genere. Ciliegina sulla lotta, il fatto che la moglie del procuratore lavori come psicologa “cotta e mangiata” (vale a dire che aggiusta i trader al volo quando vengono colti da qualche crisi) per Axelrod. Ci lavora, in verità, da prima di conoscere il marito, ma ciò non toglie il fatto che il conflitto di interessi ci sia eccome. Dite che è per questo che Rhoades ce l’ha col finanziere? O è semplicemente invidioso che, nonostante le offerte di lavoro che riceve per passare al settore privato, in una vita intera di lavoro sontuosamente retribuito non guadagnerebbe neanche la milionesima parte di quello che Axelrod ha già accumulato? O forse c’entra il fatto che il procuratore è calvo, grasso e anzianotto e invece Axelrod è snello, alto e affascinante? Tutto può essere: resta il fatto che i due si rincorrono per tutta la serie, tirandosi colpi bassi e cercando di struggersi a vicenda.
Le banalità non mancano: cose tipo “noi che lavoriamo coi soldi almeno creiamo posti di lavoro, e invece voi sbirri, che siete al soldo dei politica? Eh?”. Insomma, a certi dialoghi manca soltanto la scritta SVEGLIAAAAA!!! e le didascalia GUARDA AXELROD CHE ASFALTA RHOADES!!! CLIKKA QUI!!!!, ma nonostante queste fesseriole, la serie, alla fine regge. Merito degli attori, sicuramente, perché Rhoades è Paul Giamatti, ingrassato, invecchiato e dall’aspetto meno noiosamente liberal, Axelrod è interpretato da Damian Lewis, l’indimenticato roscio di Homeland, e la moglie di Rhoades e psicologa del roscio è Maggie Siff da Sons of Anarchy. Aggiungeteci un cast di comprimari di buon livello e la serie ve la sparate in grazia di Dio: meglio se siete fan di Will Coyote e Beep Beep, perché in fondo la serie è tutta lì. Basta saperlo e ci si diverte senza problemi. Giusto segnalare il cameo di James Hetfield e i Metallica (più per curiosità che per il dialogo, scontatissimo), ma soprattutto quello di uno dei miei idoli di sempre: il grande Nick Apollo Forte, quello che in Broadway Danny Rose di Allen cantava l’indimenticabile Agita! (Agita, my gumbà, in the banzòn, when I eat he gets a treat like a canzòn). E confesso che un brividuccio me l’ha dato Giamatti citando una delle più belle canzoni di Bob Dylan, Gotta serve somebody: you’re gonna have to serve somebody, yes indeed. You’re gonna have to serve somebody, it may be the devil or it may be the Lord, but you gonna have to serve somebody.

Damian Lewis

 

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