DI STEFANIA DE MICHELE
stefania de michele
Chi sbaglia, paga. E, chi non paga, sarà costretto a farlo dalla legge. La notizia sta nel fatto che le maglie si stringono e, in caso di pignoramento, i creditori potranno aggredire non solo stipendi e pensioni accreditate, ma anche il saldo del conto corrente. Il dispositivo non è ancora norma cogente: la possibilità di rivalersi sui risparmi del debitore è infatti al centro di un emendamento, presentato dai relatori Mauro Marino (Pd) e Karl Zeller (Svp), al decreto sui rimborsi per i risparmiatori truffati dalle banche salvate dallo Stato. L’emendamento è attualmente all’esame della Commissione Finanze di Palazzo Madama e sarà votato il 7 giugno prossimo. Vita dura per chi non onora i debiti: se la modifica passa, il creditore potrà soddisfare il suo diritto con l’unico limite di lasciare sul deposito poco più di 1.300 euro. Adesso la normativa prevede invece la possibilità di pignorare stipendi e pensioni per una somma eccedente i 1.344 euro, cioè 3 volte l’importo dell’assegno minimo. Esempio: su uno stipendio di 2.500 euro, il debitore può vedere prendere il volo circa 1.150 euro, senza però temere per il proprio conto corrente. Con la legge in cantiere, la cifra pignorabile potrebbe al contrario dilatarsi sino a lambire i risparmi di una vita. La ratio c’è e non fa una grinza: chi sottoscrive un patto, deve rispettarlo. Sorge il dubbio su chi saranno i reali destinatari della misura draconiana. Certo non gli imprenditori off shore. Neppure i ricchi nullatenenti che intestano le proprietà a società di comodo all’estero o le affidano al gioco delle scatole cinesi. Tra i cattivi pagatori e al contrario efficientissimi agenti di recupero del credito ci sono gli istituti di credito, messi sempre al riparo dall’ombrello statale. Se poi, come le banche, i creditori ‘al dettaglio’ avessero potuto parcheggiare le cifre a rischio di insolvenza in fondi di investimento (obbligazioni collateralizzate) e vendere così i propri debiti, la crisi dei ‘subprime al dettaglio’ avrebbe sfasciato – più di quel che è stato – la tenuta sociale. Sullo sfascio che c’è stato e ha generato la crisi mondiale, le banche hanno guadagnato tre volte: dai mutui non solvibili, dal fondo e dalla eliminazione del rischio. Anche lo Stato non sembra poi tanto preciso. Le regole stringenti valgono infatti soprattutto per i sudditi. Nessun approccio drastico sembra esserci se il debitore è la Pubblica Amministrazione: sino al 2015 i giorni medi per il saldo fattura degli enti pubblici nei confronti delle imprese private sono stati 165 (maglia nera nella classifica dei partner dell’Unione Europea). Le aziende che restano in piedi sono dunque le epiche eroine di uno spicchio di economia, penalizzata dal lassismo debitorio statale. L’emendamento però incombe. Se dovesse passare, potrebbe avere una sua funzione pedagogica. Anche perché educare dal medio-basso, prosciugando i conti, è meccanismo che nella sostanza – se si è contratto un debito – non è possibile contestare.
Pignoramenti
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