DI RITA A. CUGOLA
rita a. cugola
L’ipotesi di proteggere gli Stati Uniti da eventuali attacchi missilistici con testate nucleari sovietiche (la cosiddetta Strategic Defence Initiative, focalizzata sull’impiego di armi al suolo e nello spazio) era già stata ventilata il 23 marzo del 1983 dall’allora presidente Ronald Reagan: allettante per molti (la strategia del surclassamento tecnologico avrebbe magari  potuto accelerare la caduta dell’Unione), ma rimasta inattuata. Vennero infatti costruiti solo alcuni prototipi a scopo puramente dimostrativo, relegati poi in un angolo e presto inghiottiti dall’oblio.
Occorrerà del resto attendere l’inizio del XXI secolo e la concomitante ascesa di George W. Bush alla presidenza per assistere a una parziale rivalutazione del progetto. Soprassedendo all’Abm Treaty (trattato antimissili siglato tra Mosca e Washington il 26 maggio 1972 e in vigore dal 3 ottobre successivo), l’intraprendente ex governatore del Texas si affrettò – tra il 2002 e il 2004 – a istituire una base difensiva in Alaska, suscitando inevitabilmente un certo allarmismo all’interno del Cremlino.
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L’idea di realizzare uno scudo missilistico atto a tutelare l’Europa da eventuali aggressioni da parte dell’Iran (i razzi Shahab-3 di cui dispone  potrebbero facilmente colpire l’area meridionale del continente) va invece esclusivamente attribuita all’attuale inquilino della Casa Bianca Barack Obama, fautore, nel 2009 dell’European phased adaptive approach (Epaa).
Un piano  inedito elaborato congiuntamente ai vertici della Nato – articolato in quattro tappe distinte ed esteso al 2020 – che in virtù dell’estrema modellabilità (garantita tra l’altro dall’installazione del sistema su 29 navi appositamente dispiegate nel Mediterraneo) avrebbe potuto risultare operativo con largo anticipo rispetto ai tempi prestabiliti (nel 2011 anziché nel 2018). E a differenza di quanto accaduto in passato, non sarebbe risultato passibile di compromettere i rapporti diplomatici con la Russia.
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E’ la ragione per cui – incuranti dei reiterati moniti da parte di Mosca – gli Stati Uniti hanno recentemente provveduto ad accendere il radar missilistico posizionato in Romania (a breve dovrebbe essere attivato anche quello stanziato in Polonia).
Una mossa invisa al leader russo Vladimir Putin: “Continuano a ripeterci che non si tratta di  una minaccia diretta a noi, che l’obiettivo non è il nostro paese“, ha ribadito, “ma non è affatto cosi: è sufficiente apporre una piccola modifica per rendere offensivo l’apparato. Fino a poco tempo fa  gran parte dei rumeni ignorava di essere al centro della traiettoria, non ne conosceva le implicazioni a livello pratico. Il risultato è che ci troviamo costretti a valutare azioni incisive volte alla salvaguardia della nostra integrità nazionale. Comunque per il  momento non reagiremo alla provocazioni. Non compiremo alcuna  manovra almeno finché non avremo constatato la presenza di missili nelle aree limitrofe”.
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Sostanzialmente, insomma, gli Usa non avrebbero alcun motivo di attentare alla sicurezza russa. Lo stesso timore di possibili rappresaglie in terra europea da parte del governo iraniano sarebbe assolutamente infondato per lo Zar : del resto, lo storico accordo sul nucleare stipulato con Teheran il 14 luglio dello scorso anno avrebbe dovuto rassicurare in tal senso. Ma non è accaduto.
I missili che formano lo scudo potrebbero facilmente raggiungere parecchie località russe”, ha sottolineato. “Stiamo continuando a ripetere, in una sorta di mantra, che così ci obbligheranno a rispondere, ma è inutile. Nessuno vuole ascoltarci o trattare con noi“.
Non è escluso che qualora il Pentagono e relativi partner del Patto Atlantico dovessero continuare a inseguire obiettivi finalizzati ad alterare gli equilibri militari  a danno della Federazione, il Cremlino decida di defilarsi dall’Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty concordato l’8 dicembre 1987 da Reagan e Mikhail Gorbačëv), volto a bandire dal Vecchio Continente lo schieramento di missili balistici a raggio intermedio.
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