DI FABIO BALDASSARRI
fabio baldassarri
Chi ha studiato teoria delle classi sociali (personalmente ho avuto il privilegio di frequentare un seminario tenuto del compianto prof. Angelo Pagani con cui, nel 1972, detti l’esame di sociologia alla Statale di Milano), sa che molta acqua è passata sotto i ponti da quando il positivista Auguste Comte coniò il termine di “fisica sociale” per indicare un nuovo, sebbene ancora fumoso, campo di studi. Nato nell’anno della Rivoluzione francese (1789), costui aveva respirato l’ossigeno dell’Illuminismo prima di arrivare, intorno agli anni ’30 dell’Ottocento, a elaborare un pensiero che poi prese forma, più compiutamente, con Karl Marx e Frederich Engels. Ma in Comte, riguardo alla teoria delle classi, agirono soprattutto le suggestioni degli Stati Generali in cui era divisa la Francia della Rivoluzione (il clero, l’aristocrazia, la popolazione urbana e rurale) nonché il modello di organizzazione sociale ipotizzato da Henry Saint Simon di cui fu discepolo. Il prof. Pagani, però, credo mi avrebbe a questo punto suggerito un salto più lungo per riprendere il discorso da François-Noël Babeuf (detto Gracco) e il proto-comunista Filippo Buonarroti per arrivare, appunto, fino a Marx ed Engels. L’avrebbe suggerito, un salto del genere, non tanto per ignorare i passaggi di un secolo tanto importante da partorire la Rivoluzione Francese, Napoleone Bonaparte e la Comune di Parigi, ma per ricordare che nella storia a volte ci sono strappi e accelerazioni, persino nel pensiero, che mutano il corso degli eventi.
Per Marx ed Engels si trattò, senz’altro, della rivoluzione industriale e della nascita del proletariato diffuso nelle fabbriche. Si può dire, cioè, che il “ceto medio” verrà a collocarsi come nuova formazione sociale tra i proprietari dei mezzi di produzione (i capitalisti) e i salariati (il proletariato) nella produzione industriale di merci, e non fu neppure paragonabile alla borghesia tradizionale perché, fin dall’inizio, si trattò di un ceto composito formato da fornitori di servizi, burocrati, professionisti, lavoratori autonomi, tecnici e colletti bianchi (in Italia ne scrissero ampiamente, tra il 74 e il 76, Libertini, Syilos Labini, Golino e Turone) ma, prima di tutto, da consumatori: il capitale, cioè, da quel momento avrebbe avuto sempre più bisogno non solo dell’accumulo di ricchezze verso l’alto e di salari contenuti verso il basso, ma di un ceto medio abbiente che garantisse il consumo delle merci: un ceto con mezzi economici adeguati per aderire a modelli di consumo basati su una produzione che non era sempre di stretta necessità, ma veniva imposta (anche con moderne tecniche pubblicitarie) come stile e modello di vita.
Faccio queste sommarie riflessioni dopo aver letto un articolo su La Stampa del 28 u.s. del prof. Antonio Maria Costa, economista e docente con numerose esperienze di livello internazionale. Il prof. Costa, difatti, con quell’articolo sollecita un ulteriore aggiornamento del pensiero a partire dal titolo “La classe media tradita dalla globalizzazione” e dal sottotitolo “Nei Paesi ricchi orfani dello sviluppo si affermano fanatismo e paura”. Badate: non è uno scherzo aggiornare la riflessione proprio a partire da tali affermazioni. Sorge subito qualche interrogativo su un filone – quello del socialismo democratico e laburista europeo, ma anche quello del comunismo italiano – che si esercitò per molti decenni nella costruzione di alleanze fra proletariato e ceto medio come modalità per portare al governo con libere elezioni (ottenendo, cioè, la maggioranza dei voti) chi intendeva battersi per una società più giusta e più equa.
Si tratta di un pensiero che in Italia, se non in tutto il comunismo e socialismo (che fu anche massimalista), trovò radici “in fieri” persino nell’Antonio Gramsci dei “Quaderni del carcere” laddove, considerando con metodo analitico la realtà del Paese, indicava la necessità di costruire alleanze per un progetto egemonico basato sulla consapevolezza della questione meridionale, della questione contadina e della questione cattolica. Tutte cose che tagliavano di traverso la concezione pura e dura della lotta di classe e confidavano sulla possibilità di relazioni costruttive fra corpi sociali insediati, per loro natura, anche nel ceto medio (basti pensare al piccolo commercio e alla piccola proprietà rurale, ben diversamente trattate da Stalin nella Russia dei soviet). Ed è noto che negli anni di maggior successo del Pci, l’azione politica si sostanziò proprio nella costruzione di alleanze fra operai, contadini e ceto medio con un occhio alla dottrina sociale dei cattolici fino all’ipotesi di introdurre “elementi di socialismo” (E. Berlinguer) nella vita della nazione.
Naturalmente non ci si può fermare qui. Ci furono anche ritardi e tentennamenti, divisioni e sottovalutazioni, non ultima l’adesione tardiva al disegno “Per un’Europa libera e unita” che solo nel 1976 portò in Parlamento, come indipendente nelle liste del Pci, Altiero Spinelli: l’autore del “manifesto di Ventotene” scritto con Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann durante il confino. Ma la domanda resta: perché l’arresto di cui parla il prof. Costa, perché la frenata di questi anni? Non certo per la disattenzione nei confronti del ceto medio che, anzi, qualche volta fu espressa in termini di adesione persino esagerata a un moderatismo francamente eccessivo. Forse – questa sembra la suggestione che proviene dal suo articolo – perché sono venute meno le condizioni di partenza, ovvero si sta manifestando il sacrificio del ceto medio, nei paesi ricchi, pur di mantenere la crescita delle disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza imposta della finanza anziché dalla produzione e dalla circolazione delle merci o, meglio ancora, perché la produzione e la circolazione delle merci comporta, nel mondo globalizzato, una concorrenza non più compatibile col miglioramento della vita per i tanti dei paesi ricchi e, dunque, chi è avido di denaro e patrimoni non fa più distinzioni fra ceto medio e classe operaia spingendo tutti al livellamento verso il basso. La conclusione è che nei paesi ricchi, per reazione, si sta affermando (come recita il sottotitolo di Costa) il fanatismo e la paura, vedi (aggiungo io) lo spostamento di voti a destra persino degli operai, con la ripresa del nazionalismo e la xenofobia indotta dalla speranza di salvarsi dal resto del mondo adottando politiche di chiusura, autoritarie e populiste.
Ma adesso, prima di concludere, vediamo da dove traggono origine le considerazioni del prof. Costa. Da una vasta esperienza internazionale (l’ho già detto) senz’altro, perché costui ha ricoperto ruoli di rilievo nelle istituzioni internazionali per decenni: all’Unione Europea, alla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (EBRD), all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo (OECD) e, per quasi un decennio, a capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC) con sede a Vienna. Ma – colpo di scena – l’opera che più in dettaglio ha partorito queste sue considerazioni è un romanzo, come se l’autore non avesse potuto farlo diversamente: “Scaccomatto all’Occidente”, Mondadori Editore, anno 2015. Sembra, voglio dire, che di quanto il prof. Costa sa (appreso in sedi e ambienti addentro le cose del mondo) si possa parlare solo per verosimiglianza. Il tomo, ben 527 pagine, racconta difatti la storia di un certo Pierre G. Bosco, giornalista che durante un’inchiesta su operazioni finanziarie sospette in Europa, dovrà confrontarsi con tre domande che mettono a dura prova il suo idealismo europeista. L’euro, una necessità che nessuno ama, è destinato a unire l’UE oppure a provocarne la disintegrazione? La Germania, oggi superpotenza continentale, salverà l’Europa, oppure finirà per distruggerla per la terza volta in un secolo? L’Occidente, assediato dall’imperialismo russo, dall’Islam radicale e dall’espansionismo cinese, riuscirà a mantenere l’egemonia strategica sul pianeta oppure no? Leggerò il libro anche perché da un commento che ho trovato tra alcune presentazioni, vengo a sapere che il lettore dovrà accompagnare il protagonista in incontri nelle sedi del potere mondiale: dalla BCE alla Commissione di Bruxelles, dall’Eliseo al Parlamento europeo, dalla Cancelleria tedesca alla Casa Bianca, dal palazzo del governo di Riyad al Giardino dei Giardini di Pechino. Magari imparerò qualcosa di nuovo e difficilente accessibile con mezzi ordinari. Mi interesserà, particolarmente, conoscere quale parte è riservata agli Usa dall’autore. Ci sarà, spero, qualcosa sulla politica adottata dagli Stati uniti con il crollo del muro di Berlino e dopo l’attentato alle Twins Towers! Non si farà finta che un ruolo degli Usa nell’insieme di queste vicende non esista o che, addirittura, possa risultare trascurabile!
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