DI RITA A. CUGOLA
rita a. cugola
Se l’apposito emendamento costituzionale proposto da Abdul Hadi Awang, leader del Parti Islam se-Malaysia (Pas) verrà avallato dal parlamento malaysiano, lo stato settentrionale del Keralan (già fortemente pervaso dall’intransigenza sharaìtica) sarà libero adottare l’hudud. Da anni ormai gli stati del sudest asiatico stanno caldeggiando l’adozione del famigerato codice penale islamico, che tra le opzioni punitive annovera amputazioni e lapidazioni. Le leggi federali alquanto restrittive in tal senso lo avevano finora  impedito; stavolta invece potrebbe essere diverso.
A sorpresa infatti, il premier Najib Razak ha deciso di aderire alla richiesta avanzata dagli islamisti e sebbene ogni delibera in merito sia già stata rinviata al prossimo ottobre, la mossa ha suscitato un certo sconcerto. Non solo nel contesto stesso delle opposizioni, ma anche in seno alla piattaforma alleata del Barisan National (Bn), massima espressione delle comunità cinesi e indiane.

KUALA LUMPUR, 5/12/2013.Members of the ruling party United Malays National Organisation (UMNO) sing during the opening ceremony of the annual general assembly at the Putra World Trade Center (PWTC) in Kuala Lumpur.The ruling party UMNO's six day general assembly 2013 began with the official opening by the party President Najib Razak. THE MALAY MAIL / SHAHIR OMAR

Certo, la coalizione governativa dell’United Malays National Organization (Umno) – l’adesione alla quale   è imprescindibile ai fini del premierato – dovrà superare il quorum dei due terzi parlamentari per riuscire a varare il provvedimento e il successo non è affatto scontato. Ma ovviamente ciò non basta a sfatare l’allarmismo: molti altri stati della multiconfessionale Malaysia (ex protettorato britannico indipendente dal 1957) potrebbero infatti rivendicare la sottomissione ai rigidi dettami della Sharìa.
Abbiamo ripetutamente sottolineato che l’attuazione della legge islamica è in netto contrasto con lo spirito della Costituzione Federale e intaccherà inevitabilmente i rapporti interetnici“, ha commentato Liow Tiong Lai, presidente del Malaysuian Chinese Association (Mca), inglobato nel Bn.
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Tuttavia, assorto nelle tornate elettive del 18 giugno (per l’assegnazione di due seggi parlamentari) e del 2018 (elezioni politiche), il capo del governo non sembra molto disposto a dirimere diatribe trasversali. Del resto, solo ricorrendo alla legislazione controversa e coercitiva risalente all’epoca coloniale è stato in grado di scongiurare il dissenso interno e consolidare il proprio potere.
Ma se ai fini di una vittoria politica il favore della maggioranza musulmana resta fondamentale, la suscettibilità della diverse appartenenze comunitarie non può essere urtata. “L’accordo è stato frainteso“, ha puntualizzato. “Non vogliamo assolutamente consentire l’applicazione integrale dell’hudud ma soltanto alleggerirne le condanne, che comunque verranno comminate esclusivamente ai trasgressori di fede islamica e non dovranno comportare  inutili spargimenti di sangue“.
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Esternazioni non totalmente condivise nell’aula parlamentare. E’ opinione diffusa infatti che  – forse proprio in virtù dei prossimi appuntamenti elettorali –  Razak stia sostanzialmente tentando di distogliere l’attenzione globale dallo scandalo legato al fondo erariale 1Malaysia Development Barhad (1Mdb), passibile di compromettere la sua affidabilità istituzionale. Una vicenda – sempre negata dall’interessato – di cui si sarebbe reso protagonista nel periodo immediatamente precedente le consultazioni popolari del 2013. Per i detrattori, il primo ministro avrebbe infatti beneficiato di uno stanziamento pari a 680 milioni di dollari provenienti direttamente dalle casse statali  e depositati a suo nome presso un locale istituto creditizio.
Najib intende chiaramente evitare che il misfatto si trasformi in un problema nazionale capace di condizionare i risultati alle urne e per questo ha preferito rispolverare l’annosa questione dell’hudud “, ha confermato Lim Kit Siang, alla guida del Democratic Action Party (Dap).

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