DI PADRE MAURIZIO PATRICIELLO
don maurizio patriciello
Si chiamava Marcello. Era un uomo solo. Ed essere solo è terribilmente triste. Un signore che non conosco mi ha scritto: « La solitudine a una certa età è orribile». Credo che sia orribile anche in età giovanile. Marcello era un uomo solo. E in solitudine lo ha trovato sorella morte cinque anni fa. In questi anni Marcello è rimasto a casa senza che qualcuno si accorgesse della sua assenza. Senza che nessuno bussasse alla sua porta. Un uomo solo. Non era vecchio, Marcello, oggi avrebbe 60 anni. Ma perché si rimane soli? Certo, ci sono persone simpatiche che tutti vorrebbero avere come amiche, e altre con il carattere più spigoloso, più complicato, più introverso con le quali non è facile entrare il dialogo. Accade spesso, però, che se si riesce a penetrare in quella che sembrava una corazza, si scopre una persona bella. Magari solo più timida e riservata. “ Il fine è il primo nell’intelletto e l’ultimo a essere raggiunto” scrive Tommaso d’ Aquino. L’ amicizia, il buon vicinato, i rapporti con i parenti e i colleghi di lavoro sono valori da desiderare, volere, perseguire. Con caparbietà. L’uomo è comunione. Gli altri non sono l’inferno, come qualcuno purtroppo ha scritto ma lo specchio dove mi rivedo. Gli altri mi sono indispensabili. Ma gli altri sono diversi da me. Il mio bisogno di dialogare, ragionare, scrivere necessita della presenza dell’ altro. I miei occhi vogliono contemplare la bellezza e niente è più bello dell’ uomo creato a immagine di Dio. Dobbiamo rimparare a tessere rapporti. “ Ciascuno raccoglierà ciò che avrà seminato ” dice san Paolo. È vero. C’è chi, per pigrizia o altro, semina poco o niente. Semina loglio e non grano. Semina grano ma non lo raccoglie al momento della mietitura. È tutto vero. Ma è altrettanto vero che “chi ha ricevuto di più deve dare di più”. In tutti i sensi. Ci sono persone che hanno poca pazienza? Vanno aiutate. C’ è chi non ha imparato a esercitare la prudenza: occorre dargli una mano. O altri che per un nonnulla sono disposti a rompere una amicizia trentennale: occorre impedirglielo. È probabile che chi resta solo al punto da non essere cercato per anni non abbia saputo amare. O, forse, ha ricevuto tante delusioni dalla vita che si è rinchiuso in se stesso come in una fortezza. Non lo so. Non conosco Marcello. Ma so che era un mio fratello. Che anche verso di lui avevo un debito da pagare. So che, come tutti gli esseri umani, aveva diritto di amare ed essere amato. Penso che Marcello abbia atteso fino all’ultimo qualcuno che bussasse alla sua porta. Che il telefono squillasse e una voce gli dicesse: « Ti voglio bene». È inutile, ingiusto, pericoloso, però, incolpare qualcuno. Chi si sente accusato ingiustamente a sua volta soffre. Non deve accadere. La sete di bene deve fare bene a tutti. Purtroppo le luci accese sui drammi della solitudine durano poche ore, poi ritorna il silenzio. E invece occorre chiederci in che modo possiamo venire incontro a questi fratelli. Come aiutarli a non gettare alle ortiche l’ anello che gli fu messo al dito dalla donna che gli disse “si”. Come stargli accanto quando la depressione, nera come la pece, lo ha fatto prigioniero. Come andargli incontro quando la disoccupazione lo ha tagliato fuori dal mondo civile. No, non archiviamo il caso. Marcello non è solo un nome. Marcello è una persona. Marcello è l’ emblema della solitudine che uccide. Marcello è il grido degli uomini e delle donne soli che ci stanno chiedendo aiuto. Magari a bassa voce e con lo sguardo spento. Lasciamoci interrogare. Senza paure e senza complessi di colpa. Ma con il solo desiderio di fare meglio. Vogliamo che nei nostri paesi, nele nostre città opulenti e contraddittorie, nelle nostre parrocchie, nessuno abbia più a soffrire e a morire senza una parola buona sussurrata da una persona cara. Il Vangelo ha sempre ragione. Gesù ha raccomandato di prenderci cura delle persone povere, bisognose di pane e di conforto, di farci voce dei deboli perché i potenti non li sfruttino a loro vantaggio, di visitare gli ammalati e i carcerati, perché sono i suoi amici più cari. Facciamolo. Non accada che la troppa delicatezza e il timore di invadere gli spazi altrui possano trasformarsi in una sorta di noncuranza.
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