DI STEFANIA ZILIO

stefania zilio

Nel leggere l’ennesima violenza battuta in prima pagina dai quotidiani, proposta in apertura dai telegiornali e presente nelle homepage dei più grandi portali mondiali mi sono chiesta fino a che punto il diritto e il dovere dell’informazione sia giusto.
C’è un limite alla diffusione di episodi crudeli, oppure confezionare notizie è un dovere a prescindere dalle conseguenze?
33 uomini stuprano una donna in Brasile e tre vicentini ammazzano un micio con la fiamma ossidrica, news che concludono la settimana.
Non voglio fare un processo alla morale altrui, la retorica non frutta che impassibilità come la filosofia dell’ovvio. Che si tratti di barbarie umana o meglio di disumanità è fuori discussione, ma tutto questo non potrebbe scatenare un effetto boomerang emulatore?
Ad ingolfare il sistema ci pensa l’autopromozione. Gli atti di violenza sono ripresi e postati sui social in tempo reale, dove l’humus fertile ricettivo è pronto a battere le mani.
Possiamo forse negare l’esistenza del principio di causa ed effetto ? Se colpiamo una palla di biliardo questa ne colpirà delle altre, le quali a loro volta saranno spinte a colpirne di varie, una sequenza concatenata di causa ed effetto. E’ quello che i sociologi chiamano “Effetto Werther” il tragico ed angosciante fenomeno di emulazione. Dopo la pubblicazione del libro “ I dolori del giovane Werther” di Goethe, ci fu un afflusso improvviso di suicidi in tutta Europa per emulazione: per non soffrire più d’amore bastava togliersi la vita, come fece il protagonista del libro. Ma non fu un caso isolato, analogamente in Italia nel 1802 si proibì la pubblicazione del romanzo di Ugo Foscolo “ Le ultime lettere di Jacopo Ortis” per il verificarsi dello stesso fenomeno. Il punto è che la sofferenza chiama sofferenza e la violenza fa altrettanto.
Ma perché alcune persone fanno cose simili ed altri no? Lo psichiatra Tomas Harris direbbe: “ .. la risposta si trova da qualche parte là nel passato.. “ Ogni teoria può essere disintegrata, contraddetta e frammentata , ciò che mi fa paura è che ci potremmo anestetizzare di fronte a queste continue violenze. Disapprovando l’altro, ma restando impassibili, rischiamo di trovarci nella condizione che fu dei nostri cari nonni quando durante la Guerra , molti accettarono supinamente gli atteggiamenti crudeli perché facenti parte della natura umana, per poi depositarli nel cassetto della memoria sotto il nome: “L’inevitabile corso degli eventi storici e i sintomi di una storia che procede per corsi e ricorsi.”
Queste informazioni terrificanti ledono, a parer mio, la struttura sociale assumendo una complessità crescente di distruzione dell’uomo e dei suoi bisogni primari: quello di amare ed essere amati per esempio. Ci doliamo dei fatti accaduti, ma come reagiamo ? E’ vero che certe cose sono sempre esistite, forse però non avevano luogo nel salotto di casa sullo schermo di un televisore, al lavoro in 10 pollici di schermo e in auto in un palmare. I bambini che hanno accesso a tutte queste informazioni non sono in grado di gestirle, devono ancora imparare a gestire genitori , fratelli, amici di scuola, come possiamo pretendere che elaborino con la coscienza di un adulto gli atti di violenza di assassini e stupratori ? Finzione o realtà si chiederà il bambino alla vista di immagini atroci o notizie drammatiche e non vorrei che alla nota citazione: il fumo fa venire il cancro pensassero: “ O è tutta colpa della primavera?”
Non possiamo trovarci sotto la pioggia chiedendoci se è umida mentre ci sta inzuppando. Sono raggelanti certi articoli e da qualche parte dovrà riemergere quella moralità collettiva , istituzionalizzata che non accetta compromessi, che non baratta la responsabilità difendendosi con un misero e sterile “ E’ un diritto – dovere di cronaca!”

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