DI MARISA CORAZZOL

marisa corazzol

( Nostra corrispondente a Parigi)
La Francia attraversa un periodo di tensioni sociali senza precedenti e quel che appare a molti come una beffa imperdonabile è che tutto ciò stia avvenendo mentre al potere del Paese c’è un governo socialista e all’Eliseo un presidente che ha vinto la sua elezione per aver promesso ripetutamente che, una volta eletto, avrebbe lottato alacremente contro le derive liberiste che stavano già da diversi anni inghiottendo in un vortice discendente tutta l’economia reale francese.
Ma, da quell’aprile 2012 ad oggi, la crescita economica promessa è rimasta al palo, è cresciuta la disoccupazione (all’11% ad oggi), sono aumentati i poveri e gli emarginati (tre milioni e mezzo secondo le cifre ufficiali) e, al contempo, per centinaia di migliaia di giovani sono drammaticamente crollate le opportunità  di inserirsi nella vita attiva se non attraverso lavori precari, interinali e di sempre più breve durata, anche se dovutamente in regola sul piano dei contributi versati.
La minaccia di deflazione è reale. L’unica rendita per lo Stato è l’alto livello di imposizione fiscale e, come tutti sanno, mentre per le famiglie crolla il potere d’acquisto, Hollande fa il “VRP” per la vendita dei suoi super armamenti ai Paesi in guerra, in Medio Oriente, in Israele, alle Monarchie del Golfo, all’Iran.
E, ciliegina sulla torta, agli ingenti danni che i lavoratori sempre più precarizzati hanno fin qui subìto, il Presidente Hollande ed il suo Premier Manuel Valls – in stretta collaborazione con la Commissione Europea – decidono di presentare una proposta di legge di riforma del welfare francese, già gravemente intaccato dalla “governance” di Sarkozy. Consci però della forte opposizione che quella legge avrebbe incassato, la impongono applicando l’art. 49.3 costituzione, bay passando il dovuto dibattito parlamentare.
Da quel momento, ossia dagli inizi di marzo, è quindi scoppiata una vera e propria rivolta sociale con “les nuits debout” sulla Piazza della Repubblica a Parigi e con centinaia di manifestazioni e cortei in tutto l’Esagono organizzati da ben sette organizzazioni sindacali, CGT in testa.
Manifestazioni, scontri con le forze dell’ordine, feriti da una parte e dall’altra delle “barricate”, scioperi dei trasporti, dei camionisti, dell’aviazione civile, dei lavoratori del pubblico impiego, delle poste, occupazione e blocco di porti e delle raffinerie hanno “colorato” la Francia come un “maggio sessantottino” che hanno spinto molti eletti del Partito Socialista francese a scrivere una lettera al Presidente Hollande in cui dicono “ Come stupirsi di tutta questa rabbia, sempre più viva e sempre più incisiva, come stupirsi delle mobilitazioni che si moltiplicano, quando un governo nato dalla sinistra e dagli ecologisti, dopo i dibattiti sulla perdita della cittadinanza che avevano già profondamente mortificato la Francia, proponga una riforma del Lavoro fondata sull’inversione della gerarchia delle norme e si assume anche la facilità di licenziare?”
“Come stupirsi, in un tale momento di grave mancamento democratico, cui si oppone una vibrante aspirazione di partecipazione popolare, che l’uso dell’articolo 49.3 della Costituzione, sin dall’inizio, su un problema così tanto importante per la vita quotidiana sia vissuto come un diniego di democrazia?”
“Questi orientamenti e queste decisioni non possono trovare alcuna via d’uscita positiva per la Francia ed è per questo che Le chiediamo, Presidente, di agire senza più tardare affinché si restauri il dialogo con tutti affinché si esca da questa crisi. Perché è possibile uscirne nell’interesse generale.

Prima di tutto dal punto di vista democratico, tenendo conto della fortissima opposizione che questa legge di riforma suscita nel Paese : al Parlamento, come nella stragrande maggioranza della popolazione e dei sindacati. Possiamo uscirne ritrovando il cammino dell’ascolto, smettendo di voler imporre delle disposizioni pericolose e retrograde per le condizioni di vita dei lavoratori e rinunciando all’uso del 49.3. (…)
Il nostro senso di responsabilità in quanto parlamentari ci spinge oggi, Presidente, a sollecitarLa all’azione, perché non vi è alcun disonore nel dover accogliere le aspirazione del popolo,  a fare delle scelte coraggiose in direzione della pacificazione e della costruzione collettiva. Esiste un cammino in grado di riunire in Francia come al Parlamento. Ostinarsi, oggi, a girarsi dall’altra parte, fa correre alla Francia gravi pericoli per il suo futuro”.
La lettera dei deputati a François Hollande ha, apparentemente, portato i suoi primi frutti, poiché ieri il segretario generale della CGT, Philippe Martinez, in una ospitata sul canale BFMTV, ha dichiarato:
 “per la prima volta, dopo due mesi, ho ricevuto una telefonata di Manuel Valls.”

Che cosa si siano detti, tuttavia, resta un mistero, poiché il sindacalista si è chiuso dietro l’affermazione “conversazione segreta”. Ma, fra le righe, il leader della CGT lasciava intendere che quella telefonata possa sfociare in una ripresa del dialogo fra i due al fine di trovare degli accordi ragionevoli, visto che Philippe Martinez non parla più esplicitamente del ritiro puro e semplice della legge « El Khomri ».
« L’articolo 2 sull’inversione delle norme è il punto di blocco », ha però affermato il sindacalista, riprendendo parola per parola le dichiarazioni del suo omologo Jean-Claude Mailly di “FO” (Force Ouvrière) che ha fissato su quell’articolo il preambolo per la ripresa dei negoziati col governo.
Ma Philippe Martinez ha emesso ulteriori e maggiori riserve, quando ha, altresì affermato che «  bisogna ridiscutere il licenziamento economico, del perimetro, degli accordi di competitività ». E che cosa resterà della legge, allora? « Il conto di attività personale (TFR), ma bisogna anche ridiscutere sulla medicina del lavoro, migliorare i diritti dei salariati e dei loro rappresentanti sindacali nelle imprese. » Ed, infine, si è indignato nei confronti di « tutti quelli che tentano di rinchiudere la CGT nel campo dei contestatari ». « Dico a Manuel Valls che esistono molteplici soluzioni per fermare i blocchi e le mobilitazioni. La prima è sospendere immediatamente l’applicazione di questa legge. Torniamo a discuterne per migliorarla. Lo diciamo sin dall’inizio! »
Ora, si tratta di un bluff o o della reale volontà di uscire da questa situazione a dieci giorni dall’inizio dei campionati europei di calcio 2016? « Questa settimana, ha affermato Martinez, sono previsti diversi scioperi su tutto il territorio ed  in molte imprese. E’ un crescendo continuo. Ma se il governo « apre la porta » ci fermiamo subito. Ora, tutto è nelle mani del governo», ha ripetuto Philippe Martinez, difendendosi di essere l’agitatore ed il “gran manitù” della mobilitazione che dura da tre mesi. « Il movimento è là – le nuits debout –  e noi non impediremo mai a francesi di manifestare e di esprimersi. Io spero che la Francia possa vincere la partita … contro la legge El Khomri».
Intanto, da stasera e a macchia di leopardo, si fermeranno treni regionali, treni ad alta velocità e trasporti pubblici locali. Molti voli continueranno ad essere cancellati da e per Parigi e altre manifestazioni con altri cortei sono previsti nelle maggiori città metropolitane.
Come ad indicare che il più grande “match” che si preannuncia nel “Pays des droits de l’homme et du citoyen” non è quello che manderà in rete un pallone, ma ben altro: è il rispetto della storia sociale e civile di un Paese che da “Pays des Lumières” deve vincere – per tutti i cittadini europei – il campionato del Lavoro e di tutti i lavoratori.
Il “jobs act” di Hollande ha, però, un aspetto positivo: aver riacceso in Francia la fiaccola che tiene in mano la statua della libertà di Bartholdi, la quale , dalla “rive gauche” della Senna, volgendo lo sguardo a “Marianne”  che “posa” sulla Place de la République e perché no, anche sulle note di Gaber, torna a ricordare a questa Europa china al becero “mercato del lavoro” che “libertà non è star sopra un albero: libertà è partecipazione”.

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