DI ANDREA PROVVISIONATO  (da Bruxelles)
andrea provvisionato
Il Belgio è paralizzato e diviso. Lo sciopero dei lavoratori delle ferrovie e dei mezzi pubblici, sta letteralmente bloccando gran parte del Paese, in particolar modo il sud. Solo ieri oltre 400 kilometri di fila sulle autostrade. Con la capitale Bruxelles messa in ginocchio sia dallo sciopero, che dalla mezza maratona cittadina.
I belgi sono così, non si fanno mancare nulla. E amano condire ogni cosa con le storiche e ancestrali divisioni di un Paese mai nato. Mentre i lavoratori del sud, i valloni, sono sul piede di guerra contro il governo del liberista Michel. I loro cugini del nord, i fiamminghi, nicchiano. Non scioperano, nelle fiandre il 90% dei mezzi ferroviari e pubblici funziona regolarmente. Non capiscono che necessità ci sia di fare sciopero ora, quando si è già decisa la data del D-Day. Quel famigerato 7 ottobre quando il Belgio tutto scenderà in piazza contro le politiche neoliberiste di Michel, che come la Francia di Hollande, pensa di ovviare a un Paese a crescita zero riformando il lavoro e tagliando lo stato sociale. Insomma contro le solite ricette in chiave austerity degli eurocrati che hanno affondato la Grecia. E che stanno lentamente affondando Italia e Francia.
I “terroni Valloni” dal canto loro accusano i “polentoni fiamminghi” di servilismo verso un governo che parla più fiammingo che francese. E cercano un alleato dai lontani parenti parigini. Così martedì 31 maggio i ferrovieri e gli aeroportuali valloni effettueranno uno sciopero congiunto con quelli transalpini. L’intento è quello di paralizzare il cuore dell’Europa. Bloccando e rallentando l’arteria commerciale principale del Vecchio continente. Quella linea rossa che unisce Parigi con Amsterdam verso nord e la capitale francese e quella tedesca verso sud.
Ma se sul fronte dei ferrovieri, i sindacati più forti e numerosi in Belgio, il Paese è diviso, nelle altre categorie c’è unità di intenti. Due giorni fa si è svolto lo sciopero dei secondini che lamentano un sovraffollamento delle carceri a seguito degli arresti antiterrorismo. I poliziotti lamentano la scarsità di mezzi e stipendi. Il pagamento degli straordinari dovuti alle mille operazioni antiterrorismo non è mai arrivato. I lavoratori della sicurezza negli aeroporti lamentano le stesse carenze. E poi ci sono i precari, i portuali a giornata, i professori e le maestre. Naturalmente gli studenti.
C’è però da annotare una sostanziale differenza con l’Italia. Qui come in Francia l’opinione pubblica si chiede cosa stia succedendo. In televisione e sui giornali è un continuo dibattito. E non si notano discussioni infantili del tipo “o mangiate la minestra o me ne vado”, “i veri partigiani siamo noi e gli altri sono tutti repubblichini”. Si discute di futuro, di nuove generazioni, di ricette economiche, di dignità sul posto di lavoro. Il segretario generale del sindacato socialista Marc Calice, l’equivalente della nostra CGIL, parla così quando un arguto giornalista di un quotidiano vicino al governo di Michel gli chiede se sia giusto che lo sciopero dei professori abbia bloccato la sezione d’esami degli studenti: “Io non riesco a immaginare altra alternativa all’azione diretta per colpire l’economia. Per dare fastidio al potere economico e politico conosco solo lo sciopero. Questo è l’unico modo per aumentare la consapevolezza tra i leader. Fargli capire che devono cambiare il loro atteggiamento”. Per concludere: “È un peccato che la nostra società stia andando sempre più verso l’individualismo. Abbiamo perso il senso di solidarietà. E per rispondere alla sua domanda, gli studenti sono con noi, sanno che solo uniti si costruisce il futuro ”.

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