DI FRANCESCO ERSPAMER
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La voragine avvenuta nel Lungarno sta dimostrando che il renzismo sta evolvendo nella dittatura dell’incapacità. Come scrisse Eugenio Montale, pochi mesi dopo la marcia su Roma, ci sono momenti in cui l’unica cosa che si può affermare con certezza è “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Svegliamoci!
renzismo
di Francesco Erspamer – 26 maggio 2016
Impossibile trovare su La Repubblica o sul Corriere della Sera una denuncia delle responsabilità del PD per la voragine apertasi sul Lungarno, in vista di Ponte Vecchio. Tutta colpa del destino cinico e baro, spiegano i media, o tutt’al più di generazioni di incuria, insomma del carattere degli italiani e dunque di nessuno. Come se non contasse nulla chi sia effettivamente al governo di una città o di un paese e come se le responsabilità dei dirigenti si limitassero, se pure, a ciò che fanno male e non includessero ciò che non fanno o che non sanno fare. C’è una parola inglese che i renziani, altrimenti innamorati di qualsiasi americanismo, hanno evitato accuratamente: ed è “accountability”, ossia il dover rispondere di ciò accade (tutto ciò che accade) quando si accetta o assume una posizione di potere. Perché senza accountability restano solo le intenzioni, difficilmente dimostrabili e facilmente alterabili e che per questo in passato venivano lasciate al verdetto di Dio. Agli uomini spettava invece, e spetta, solo il giudizio sui fatti.
I fatti sono che Firenze è da dieci anni un feudo di Renzi e che sotto il suo ferreo controllo è l’impresa che avrebbe dovuto gestire le tubature scoppiate ieri – Publiacqua. Nel cui consiglio di amministrazione ci sono stati personaggi di scarsissima competenza specifica: come l’allora giovanissima Maria Elena Boschi, poi promossa a ministro e di fatto a vice-premier, o come Erasmo De Angelis, un giornalista in seguito promosso alla direzione dell’Unità e poi, a causa di un drammatico calo di vendite, spostato a Palazzo Chigi. Emblematico il caso dell’ex amministratore delegato Alberto Irace, che ha seguito Renzi a Roma a dirigere l’Acea: una della maggiori imprese nazionali in mano a un quarantenne che come unico titolo ha un diploma conseguito all’Istituto Tecnico Industriale di Castellammare di Stabia e che, molto peggio, nel suo curriculum online  ha ritenuto opportuno vantare alcuni mesi di liceo passati nel 1984 in una scuola del Wisconsin, manco si fosse trattato di un incarico al MIT o al Caltech.
È attraverso questo borioso provincialismo, attraverso questo rampantismo senza qualità, che Renzi controlla il paese, convinto che la competenza, la precisione e la preparazione siano inutili vincoli, anzi ostacoli sul cammino dei vincenti: la deregulation economica e morale che caratterizza ovunque il liberismo ha assunto in Italia anche la caratteristica di un degrado della professionalità.
Ma il problema non sono le Boschi, i De Angelis, gli Irace, neppure i Renzi. Gente come loro esiste dappertutto: disprezzano i comuni mortali e pensano che tutto gli sia dovuto. Il problema è chi gli dà il potere, ossia gli italiani. I fiorentini, in particolare, ai quali si deve l’ascesa di una percentuale troppo alta della peggior classe dirigente che il paese abbia mai avuto.
Non prendiamoci in giro: le cose vanno così perché un 20% della popolazione non vuole altro: sanno benissimo che in un sistema fondato sulle regole e sul rispetto della legge non sarebbero nessuno. È il restante 80% che deve svegliarsi. Quelli che si apprestano a votare alle amministrative e che, pur scontenti, oscillano fra il proposito di astenersi e quello di turarsi il naso e rivotare i candidati piddini. Perché? Perché giornali e telegiornali ripetono ossessivamente che tanto sono tutti uguali e che se non lo sono è perché quelli dell’opposizione sono tutti, in un modo o nell’altro, dei fascisti. Anche i partigiani che pensano di votare no allo stravolgimento della Costituzione ideato da Boschi (proprio l’ex dirigente di Publiacqua di cui sopra).
Intanto l’Italia letteralmente sprofonda: nella corruzione, nell’incompetenza, nell’ignoranza, nella maleducazione, dissipando con terrificante rapidità un enorme patrimonio civile, etico e culturale accumulato da generazioni, e che una volta perso non sarà recuperabile: tutto programmaticamente rottamato in nome del dogma del mercato e del mito del successo. Però, ci dicono, occorre rassegnarsi per evitare i rischi di un ritorno del fascismo: quello d’un tempo, manganelli e camicie nere, che mai tornerà e che per questo è così comodo vantarsi di poterlo fermare, e quello nuovo, inventato qualificando in quel modo chiunque osi resistere alla globalizzazione e alla libera circolazione dei capitali, delle merci e dei lavoratori.
Non c’è molto tempo. Ci sono un governo e un partito che stanno portando l’Italia alla rovina e alla perdita della sua identità. Non è il momento di domandarsi se lo facciano apposta o siano soltanto degli arroganti, inetti come sempre gli arroganti. Non è il momento di domandarsi chi abbia iniziato questa deriva o se gli oppositori siano in grado di fermarla. Come scrisse Eugenio Montale poco meno di un secolo fa, pochi mesi dopo la marcia su Roma, ci sono momenti in cui l’unica cosa che si può affermare con certezza è “ciò che non siamo, ciò che nonvogliamo”. Stiamo vivendo uno di quei momenti: il momento di proclamare con forza che non siamo piddini, che non siamo renziani. Tutto il resto, bisognerà affrontarlo: ma solo dopo che ci saremo liberati da questa dittatura dell’incapacità.
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