DI RITA A. CUGOLA
rita a. cugola
L’Uttar Pradesh  (620 milioni di abitanti) è lo stato più popoloso e arretrato dell’India, tanto da vantare un primato non proprio invidiabile: le abitazioni non dispongono di una stanza da bagno. Per soddisfare i bisogni corporali donne e uomini, anziani e bambini sono quindi costretti a recarsi nelle campagne incolte e sterminate del circondario, in balìa dell’ignoto.
E non è raro che ragazze e bambine scompaiano nel nulla e siano in seguito rinvenute in qualche oscuro anfratto oppure appese a un albero per mano di ignoti. Immancabilmente oltraggiate e uccise, in ottemperanza a un tragico rituale. L’ennesima  vittima in ordine cronologico è una 15enne originaria di Bahraich. L’ultima di una serie apparentemente infinita.
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E’ triste consuetudine che specialmente nelle zone rurali dell’India le donne siano oggetto di violenza. Soprattutto se dalit, paria. Gli uomini di rango superiore si sentono infatti autorizzati a commettere ogni genere di abominio a danno delle cosiddette intoccabili, emarginate prive di voce.
In questo c’è la volontà di non mettere in questione il sistema sociale e presentare il fatto come un mero atto criminale”, ha commentato la scrittrice e attivista indiana Arundhati Roy. “Ma quando lo stupro è usato come mezzo di oppressione di una casta sull’altra diventa uno strumento politico”.
Nonostante una parvenza modernizzatrice, la rigida suddivisione gerarchica non consente alla nazione di ridestarsi da quella sorta di letargia medievale in cui, ormai da tempo immemorabile, si ritrova a languire. Non sarà facile estrapolare la scottante problematica femminile dal contesto rigido in cui è incastrata da millenni. A fronte di alcuni progressi faticosamente registrati nelle aree urbane, le  indiane sono senz’altro da annoverare tra le maggiormente oppresse del pianeta.

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I massacri aumentano costantemente a ritmi vertiginosi, ma in Occidente le notizie relative a tali scempi remoti vengono relegate in un angolo sempre più angusto della memoria, simili a tracce inequivocabili di  un’eco ormai  quasi sul punto di spegnersi. Le donne seguitano a morire circondate dalla medesima indifferenza in cui sono vissute, senza lasciare alcuna traccia di sé in quel mondo che del resto non le ha mai considerate né ne ha saputo avvertire i loro strazianti gemiti di dolore.
In India nascere femmina implica rischiare quotidianamente la vita per i motivi più futili e assurdi: ribellione alla tradizione, sterilità,  conati emancipatori,  sete di apprendimento. Oppure per non aver partorito un figlio di sesso maschile all’uomo raramente scelto per amore.
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Condannate spesso ai matrimoni forzati in tenerissima età, private di ogni dignità sociale e umana, relegate nei recessi della vita pubblica, le appartenenti all’altra metà del cielo  non possiedono gli strumenti sufficienti per condurre una vera lotta di liberazione. Subiscono in silenzio, al pari delle progenitrici. Fantasmi che fluttuano evanescenti e silenziosi avvolti nelle tradizionali vesti dai mille colori.
La polizia locale ha già subito pesanti accuse di lassismo, ma d’altronde i fondamenti della locale macchina di sicurezza sociale risalgono al Codice Penale Indiano dell’epoca colonialista  (XIX secolo). Inoltre, almeno finora, a nulla sono valsi i  reiterati moniti  da parte di associazioni come Human Rights Watch, che già nel 2009 aveva esortato le autorità a una rapida revisione dello statuto istituzionale.
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Sebbene l’India sia ormai annoverata tra i paesi emergenti maggiomente promettenti, lo stupro non può certo essere definito un fenomeno negativo scaturito dall’improvvisa modernizzazione del paese: è il frutto avariato di un retaggio culturale arcaico che conferisce agli uomini un dominio pressochè assoluto sulle donne.
Una realtà troppo crudele che molti insistono ancora a sottovalutare. Del resto è forse più comodo, meno coinvolgente sul piano pratico ed emotivo. Persino  i gruppi femministi di collaudata esperienza preferiscono tacere.  Una strana
apatia da parte di quelle che solo qualche anno amavano invadere le piazze al grido di “Io sono mia: il corpo è mio e lo gestisco io“.

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