DI LUCIO GIORDANO

Lucio

Non è  più il gioco delle parti a cui ci eravamo abituati in questi ultimi due anni. No. Stavolta l’ attacco sferrato qualche giorno fa da Pierluigi Bersani a Matteo Renzi è  duro, circostanziato, chirurgico. Lontani i toni concilianti della ditta che fu . Nell’ intervista al Fatto  quotidiano che ha scatenato la rissa infinita di queste ore  tra renziani e sinistra Pd , l’ ultimo segretario del partito democratico prima dell’ avvento dell’attuale presidente del consiglio ,   non ha fatto sconti. E ha detto  solo la verità. Nient’altro che la verità. Renzi non poteva  che tacere. E ha taciuto. Infatti la reazione,  scomposta, l’ ha affidata ai  suoi. Per inciso, si sono dannati l’anima per trovare argomenti validi,  senza riuscirci. Vuol dire che l’ imbarazzo era evidente. Touché, direbbero i francesi. Stavolta i renziani hanno davvero paura di andare a casa e mollare la poltrona.

Il sistema Renzi. Tutto è incentrato su  questa sintetica frasi pronunciata da Bersani. Una frase DURISSIMA, di tre parole, che vuol dire tutto . E che ha scatenato le polemiche di questi giorni all’interno dell’ormai ex partito democratico, trasformato in una polveriera. Solo nelle ultime ore, si contano a decine  le staffilate tra renziani e sinistra dem. Un botta e risposta con incluso  lancio dell’argenteria, preludio alla rottura definitiva, che si consumerà con la sconfitta del Pd alle amministrative o, al massimo, con la vittoria dei No al referendum costituzionale di ottobre.   Leggete ad esempio  il (solitamente) pacato Francesco Fornaro, sinistra dem. :” Il ministro Franceschini dice di essere contrario all’elettività dei senatori nell’Italicum ma  l’elettività dei senatori era alla base dell’accordo che ci ha portato a votare la riforma costituzionale . E gli accordi si rispettano. Ora la misura è abbastanza colma. Francamente se si tira la corda, poi ognuno è libero di fare ciò che vuole. La pazienza ha un limite”.  Tradotto: la corda si sta spezzando e, allora, buonanotte ai suonatori. Ognun per sé e Dio per tutti.

Risponde Franceschini in un’intervista:  “Chi vuole affrontare il segretario dentro il Pd  lo sfidi al congresso, chi lo vuole sconfiggere nel Paese, lo sfidi alle politiche. Ma usare una riforma attesa da 30 anni per buttarlo giù è un atto contro il Paese”. Domanda: lei Franceschini  è davvero convinto  che stoppare la riforma costituzionale e l’italicum siano un atto contro il Paese? O forse non sono un atto contro il Paese queste due riforme obbrobriose? Massimo Villone, nell’articolo che riporto  in fondo, lo spiega decisamente bene. All’attuale ministro della Cultura, comunque, risponde senza usare mezze misure Gianni Cuperlo: “L’intervista di Franceschini è l’espressione imbarazzante di una profonda disonestà politica e intellettuale”. Parole al cianuro, che sono dei macigni e  danno il polso della situazione. Cioè della bufera che spazzerà via il Pd da qui a poche settimane.

Ma torniamo all’intervista di Bersani, rilasciata  al Fatto quotidiano, e alle naturali considerazioni in controluce. E’ indubbio che Renzi abbia trasformato in maniera pericolosa il suo partito,    alleandosi politicamente  con verdiniani, cuffariani, cosentinani. Una mutazione genetica in piena regola,  da far inorridire tutte le persone oneste che un tempo votavano Pd. Erano certi   di stare in un partito progressista,  ora invece dovrebbero coabitare con una destra di indagati, inquisiti, carcerati. È  altrettanto certo che, come dice Bersani nell’intervista, l’ economia del paese sia  ferma e la produzione industriale  sia crollata in un anno   del 3, 5 per cento .  Ancora. È   realtà  lampante che l’ Italia non investe più ,  che offre solo  lavori precari e mal pagati ai giovani.  I quali poi se ne vanno all’ estero a cercare fortuna, con grave danno per il futuro del Paese stesso.

In questo quadro è   persino scontato che il Jobs act sia stato un totale fallimento e che gli investimenti sulla forza lavoro siano pari allo zero. Meglio chiudere, delocalizzare o vendere e giocarsi i soldi in borsa . Questo pensano, con toni da sprovveduti provincialotti, gli industriali italiani . Ovvio, infine, che in queste condizioni  la forbice tra ricchi e poveri si allarghi a dismisura.  Inevitabile e del tutto scontato . A Matteo ,  insiste Bersani, non interessa però risolvere i problemi  dell’ Italia.  A lui interessa  solo vincere. E vincere facile, aggiungo: alleandosi con quel gruppo di potere formato da  industriali, banchieri, uomini della finanza. Cioè  da tutta la destra cinica e bara che nemmeno il Berlusconi dei tempi migliori era riuscito a radunare sotto lo stesso tetto. Renzi si. Renzi, almeno in questo, è  stato bravissimo . Con l’ aiuto dell’informazione  più servile della storia della Repubblica, ha provato a piegare l Italia ai suoi voleri e soprattutto ai voleri dei poteri  forti che egli rappresenta. Non ci è  riuscito. E, gli diamo una notizia,  non ci riuscirà più.

Fateci caso, infatti. Più Renzi  è  appoggiato dai gruppi di potere, più le DISTANZE con gli italiani si fanno siderali. Ovunque vada viene contestato. Nessuno sopporta più la sua politica. Chiedete in giro e avrete la conferma che se il suo governo cadesse, ci sarebbero feste di piazza ancora più eclatanti di quando cadde l’esecutivo del padre putativo di Matteo: Silvio Berlusconi, all’epoca alleato con la Lega nord Di Salvini. Anche perché  finora, come l’ex cavaliere, anche Matteo al cittadino italiano non ha risolto un problema, che sia uno. Anzi: i problemi  li ha aggravati. Un fallimento totale, insomma. Un bilancio in profondo rosso. Una carriera compromessa per sempre, la sua. E Bersani a conti fatti ha ragione da vendere. Il suo affondo  a Renzi, nella intervista del fatto, è  stata insomma qualcosa di simile ad un de profundis verso un politico ormai abbandonato da tutti e sostenuto, giusto ripeterlo, solo dai poteri forti.

Che nostalgia,  dunque, di quel PD al 25 per cento . Numeri da leccarsi i baffi. Ora invece,  ben che vada, il partito renziano spostato totalmente a destra non arriverà  nemmeno al 20 per cento. Perché  la base del pd non è  sbigottita della politica di Renzi, come dice Bersani. No. La base progressista del Pd è proprio  scappata.  A votare Matteo restano solo i Marchionne che pagano le tasse alla estero.  Davvero poco per uno che a parole  voleva cambiare verso al Paese. Il rottamatore, al contrario, ha  scelto di rispolverare il Gattopardo:  tutto cambi affinché nulla cambi. Gli è andata bene fino a ieri. Ora non più. E ad ottobre, dopo il referendum costituzionale e la vittoria dei NO,  Matteo  andrà a casa, statene certi. Almeno cosi saranno contenti i suoi figli. Come vedete, anche i gufi mettono al primo posto il bene della prole.

 

 

 

DI MASSIMO VILLONE

Da Tokyo Renzi rassicura il popolo sovrano che la riforma costituzionale non rafforza il presidente del consiglio: lo scioglimento della camera rimane al Capo dello Stato, aumenta il potere dell’opposizione e dei cittadini. Il premier non potrà nemmeno nominare e revocare i ministri. Dunque, nessuno tema l’uomo solo al comando.

È mera rappresentazione. In Parlamento quando si arriva al dunque si vota e ci si conta. I più alla fine vincono. Le garanzie per le opposizioni possono essere di procedimento, non di risultato.

Da Tokyo Renzi rassicura il popolo sovrano che la riforma costituzionale non rafforza il presidente del consiglio: lo scioglimento della camera rimane al Capo dello Stato, aumenta il potere dell’opposizione e dei cittadini. Il premier non potrà nemmeno nominare e revocare i ministri. Dunque, nessuno tema l’uomo solo al comando. È mera rappresentazione.

In Parlamento quando si arriva al dunque si vota e ci si conta. I più alla fine vincono. Le garanzie per le opposizioni possono essere di procedimento, non di risultato.

E possiamo stabilire un assioma: chi controlla la maggioranza controlla il Parlamento. Quindi la domanda vera è: le riforme messe in campo sono costruite in modo tale da consegnare a qualcuno il controllo della maggioranza?

La risposta è certamente sì, ma non si trova solo nella riforma costituzionale. Bisogna guardare anche ad altro. È a tutti chiaro che per l’Italicum un singolo partito vincente avrà 340 seggi nella Camera dei deputati, la sola camera politica. Ma chi saranno i prescelti? E sarà possibile al premier imbottire l’assemblea con i suoi fedelissimi? In specie se è anche segretario del partito?

La risposta è ancora sì. L’Italicum si articola in 100 collegi plurinominali, che cioè eleggono più di un candidato. In ciascun collegio i partiti presentano una lista di pochi nomi: collegi piccoli, liste corte, che, si dice, servono a far conoscere i candidati e a favorire la scelta da parte degli elettori. Ma sono anche utili a predeterminare gli esiti elettorali da parte di chi forma le liste: primo fra tutti, il premier-segretario.

Dai collegi dovranno uscire i 340 nomi garantiti dal premio di maggioranza al partito vincente. Ma intanto dobbiamo ricordare che i capilista sono votati insieme alla lista. Per semplicità potremo dire che sono i primi cento che il premier porta a casa, perché certamente nella posizione blindata di capolista a voto bloccato metterà una persona sua, che sarà eletta. Poi per il partito vincente risulterà eletto nel collegio un altro deputato, o più, in base alle preferenze. Essendo pochi i candidati, un’accorta formazione della lista consentirà al premier di mettere nel collegio un paio di candidati a lui vicini, forti e capaci di attrarre preferenze. Completando poi la lista con donatori di sangue che portano voti alla lista, ma non in misura tale da risultare vincenti nelle preferenze: lo studente universitario, la mamma di famiglia, magari persino l’operaio. È la tecnica ben nota di presentare con alcune candidature forti altre volutamente deboli, che non disturbino i candidati veri. Tecnica favorita dalla possibilità di candidare i capilista in più collegi, fino a un massimo di dieci.

La leadership del partito vincente potrà decidere nei collegi non solo il pacchetto dei capilista, ma anche un pacchetto di seconde e terze candidature ad alta probabilità di successo. In tal modo il premier segretario che ha l’ultima parola sulle liste potrà assicurarsi la fedeltà di larghissima parte della rappresentanza parlamentare. Qualcuno sfuggirà, ma senza impedire una solida maggioranza nel gruppo parlamentare. La disciplina di gruppo – unitamente a quella di partito – può mettere ai margini ogni forma di dissenso sopravvissuta alla pulizia etnica praticata con le liste.

In questo scenario, il premier segretario può determinare la scelta del presidente dell’Assemblea, quella del capogruppo e dei presidenti di commissione, e dirigere per interposta persona la conferenza dei capigruppo e l’ufficio di presidenza dell’Assemblea. Sono gli snodi cruciali della decisione parlamentare. Può altresì incidere sull’elezione degli organi di garanzia, a partire da quella del Capo dello Stato, dei giudici della Corte costituzionale, di componenti di autorità.
Inoltre, Renzi dice il vero quando ricorda che è il Capo dello Stato a nominare il primo ministro. Ma chi potrebbe mai nominare se non la persona sostenuta dai 340 blindati dal premio? Nessun altro otterrebbe la fiducia. Ancora, è ben vero che il premier non può direttamente revocare un ministro riottoso. Ma può far votare una sfiducia individuale (ex art. 115 reg. Cam), obbligandolo alle dimissioni. È ben vero che non può sciogliere anticipatamente la Camera. Ma può determinare una impossibilità di funzionamento che costringa il Capo dello Stato a sciogliere: ad esempio con dimissioni cui segua una crisi di governo irrisolvibile per mancanza di una maggioranza alternativa. In più, la riforma offre uno strumento di diretto controllo dell’agenda parlamentare con il voto a data certa su richiesta del governo. Decide l’Assemblea. Ma potrebbe mai decidere contro il volere dei 340?

Il potere personale del premier-segretario non si coglie guardando solo alla legge Renzi-Boschi. È nella sinergia tra norma costituzionale, regolamento parlamentare, legge elettorale, partito. La chiave di volta che traduce quel potere nell’istituzione è il controllo della maggioranza parlamentare costruita e blindata dal premio. La battaglia sul referendum costituzionale è pensata per colpire l’immaginario collettivo con slogan populistici di facile presa. Ma è piuttosto l’Italicum l’architrave del potere nel Renzi-pensiero. Che il premier possa addivenire a modifiche sostanziali è l’ultima illusione della minoranza Pd.

 
 
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