DI EMILIO RADICE

EMILIO RADICE

Un’altra ragazza è stata uccisa dal suo ex. E’ un fatto gravissimo ma non è meno grave quanto ha sottolineato la procuratrice aggiunta, Maria Monteleone, in conferenza stampa: nessuno si è fermato a soccorrere la vittima quando chiedeva aiuto e poteva essere salvata. Senza sottovalutare il caso (sullo stalking ho scritto un libro prima ancora che se ne accorgesse il legislatore) azzardo il paradosso: il delitto ha ucciso solo quella povera giovane; la sordità dei possibili soccorritori ha ucciso tutti noi.
Mi capitò qualche anno fa di intervenire in aiuto di un paio di donne rapinate. Ero in via Lincoln, a Palermo, e stavo andando in motocicletta verso il lungomare per prendere un gelato assieme a una mia amica psicologa, Marina Di Pasquale. Dal buio (era passata la mezzanotte) si sentirono delle grida. Marina capì subito: è uno scippo. Io bloccai la moto, scesi e andai incontro al rapinatore.
Ecco, qui faccio una pausa nel racconto per dire una cosa fondamentale: non ero affatto contento di quello che stavo facendo ma DOVEVO farlo. Penso che ci siano occasioni nella vita che ti mettono di fronte a te stesso e ti interpellano: vuoi poter continuare a guardarti in faccia? Vuoi poter essere ancora credibile, dentro di te, quando parli di giustizia, di etica, di comportamenti più o meno corretti? Vuoi essere meritevole della tua propria stima e di quella dei tuoi figli? Vuoi poter scrivere ancora di quel che accade nel mondo senza avere dentro di te la vergogna e la fragilità di una grave omissione civile? E allora quando tocca tocca, e costi quel che costi uno incrocia le dita e si butta.
Quella notte a Palermo mi buttai. Il rapinatore me lo trovai faccia a faccia e trasecolò. Gli feci: dammi la borsa dai, hai già fatto troppo casino, e gliela tolsi dalle mani come fosse la cosa più naturale del mondo. Poi il tipo si riprese dalla meraviglia, cacciò un urlo e una minaccia, riafferrò la borsa che io però non mollai…. La faccio breve: mentre facevo il tira e molla intanto la mia amica aveva chiamato la polizia. All’arrivo delle volanti il balordo mollò il bottino e cercò di scappare, ma venne arrestato. Io tornai verso le donne rapinate per restituirgli le loro cose. Una, una professoressa di Bagheria, era a terra sanguinante: aveva avuto sette coltellate. L’altra era la figlia. L’uomo le aveva colpite mentre tornavano da un concerto di Toquinho.
Questo il racconto. Il seguito fu una onoreficienza e una medaglia (condivisa con Marina) per aver “con coraggio, prontezza e grande senso civico, mettendo a rischio la sua stessa incolumità, soccorso una donna accoltellata, bloccando il malvivente..,. ecc. ecc.”. Ma a tutti ho sempre raccontato la verità: non avevo alcun merito speciale, piuttosto mi ero trovato in una situazione obbligata, in cui non potevo fare altro che quello che ho fatto. Avevo la mia coscienza, i miei occhi, puntati su di me più del coltello di quel disgraziato. Se uno in certi casi non interviene non è più nulla, è morto.
Mi è successo solo un’altra volta di trovarmi in una circostanza analoga, che però adesso non sto a raccontarvi. Ma quello che ho vissuto mi è servito sempre per cercare di decifrare il comportamento di chi invece, leggendo di questo o quel caso sui giornali, ha preferito voltarsi dall’altra parte, far finta di non vedere, non raccogliere una richiesta di aiuto, come l’altra notte alla Magliana. Niente, non sono mai riuscito a capire come uno possa sopravvivere alla propria indifferenza e considero coloro che ne fanno una bandiera dei veri sovversivi. Per quanto mi riguarda prego iddio di non trovarmi ancora a dover sostenere certe prove. Perché lo so, porca miseria, costi quel che costi tocca intervenire
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