DI SILVIA GIROTTI
silvia girotti
Il rapporto pubblicato dall’ISTAT lo scorso 20 maggio fotografa un’Italia malata e triste.
Non cresce. O almeno non a sufficienza. Non investe e non s’innova. Sindrome da stagnazione secolare che sopravviene in tutte le economie sviluppate che non investono capitali in ricerca e nuove tecnologie, ingredienti essenziali per l’avvio di un nuovo ciclo produttivo.
La cura? Ne abbiamo parlato molte volte: occorrono investimenti sostenuti in settori strategici e di rete, occorre ripensare il lavoro, proiettandolo verso un modello più giovane e flessibile.
C’è bisogno in sostanza di attuare una pianificazione sinergica, volta ad aumentare la produttività e a ridistribuire la ricchezza. Solo così potremmo tornare ad essere competitivi.
“La produttività – come ha detto Paul J. Meyer, fondatore del Success Motivation Institute – non è mai casuale. È sempre il risultato di un impegno verso l’eccellenza, di pianificazione intelligente e di sforzi concentrati”.
E la crescita di un Paese passa per la sua capacità di incrementare nel tempo il valore della produzione per addetto. Le economie statunitense e cinese ne sono un esempio.
Il Rapporto 2016 evidenzia inequivocabilmente come il tessuto produttivo italiano sia costituito di piccole imprese delle quali è il 20% a produrre l’80% del fatturato.
Le aziende sono vecchie. Le start up incidono solo per lo 0,21% circa nel fatturato totale è sono poco più di 4.750.
In Inghilterra incidono per l’11% e sono circa 47.000.
L’Italia appare come un late comer di una Silicon Valley in cui il tech è già storia, in confronto al “finitech”, la tecnologia applicata alla finanza che solo nel Regno Unito produce un fatturato pari a 20 miliardi di sterline.
Che tristezza parlare in termini negativi di economia… mi angustia perché è al mio Paese che faccio riferimento. Un Paese che stenta a rifiorire, nonostante la sua inestimabile bellezza. Un Paese che potrebbe, con le giuste infrastrutture, coniugare, come nessun altro al mondo, l’Arte alla Tecnologia, la Cultura alla Ricerca, il Paesaggio alle Energie Rinnovabili.
La storia insegna che da second comer agli inizi della Seconda Rivoluzione Industriale, l’Italia compie il suo catching up e raggiunge il centro del sistema in un balzo che ha dello straordinario, reso possibile dalle riforme di Governo che ripensano il sistema bancario, incentivando il sostegno alle industrie.
Oggi come allora i presupposti per avviare un nuovo take off ci sono.
Bisogna intervenire velocemente sulle leggi e sulla diffusione della banda larga. Imbrigliare le start up in un tessuto normativo troppo rigido ne determina il fallimento.
È necessario pensare, imitando il modello inglese, a un networking che ne segua lo sviluppo fino al consolidamento, attirando, laddove necessario, capitali esteri.
La strada non è poi così impervia.
Va ripensato, a sostegno della crescita, il sistema di finanziamento che deve orientarsi verso forme più dirette, distaccandosi, almeno in parte, dal credito bancario, creando un equilibrio tra bank e market oriented.
Pensiamo al domani nel presente, forti delle esperienze del passato.
L’innovazione in fondo non è che epilogo e prologo di un cerchio che continuamente si rigenera, protendendo un’estremità verso l’alto, come in una spirale.
È così che mi piace vedere l’economia. Una scienza che, se correttamente applicata, è in grado di condurre la vita sociale sul pianeta verso modelli sempre più etici ed equilibrati di sviluppo.
L’innovazione, quale espressione creativa della conoscenza, va coltivata e curata con amore.
Sono queste due virtù a permettere all’Universo di replicare sé stesso, originando nelle coscienze il concetto di futuro.
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