DI GIOVANNI BOGANI
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“Ogni volta che suona il telefono, ho ancora l’impressione che sia Stanley Kubrick”. No, non sono i vaneggiamenti di un folle, ma dell’unica persona che le telefonate di Kubrick le riceveva davvero, ad ogni ora del giorno e della notte: Emilio d’Alessandro.
Stanley Kubrick, il regista di “2001 Odissea nello spazio” e di “Shining”, viveva isolato, in una grande casa in Inghilterra, dove montava lui stesso i suoi film. Uno dei pochissimi ad avere accesso a quel regno – a conoscere i segreti, le debolezze, i dolori, le gioie del sovrano – era lui, Emilio.
Emilio d’Alessandro non è un intellettuale, né un uomo di cinema. Nato a Cassino nel 1941, fugge a Londra per evitare il servizio militare. A Londra rimane, si sposa, fa il pilota di auto da corsa, poi il taxista privato. Un giorno, la svolta. La stretta di mano con Stanley Kubrick che gli cambia la vita. Da allora, sarà per trent’anni il suo samurai.
Questa storia l’ha scoperta uno scrittore appassionato di Kubrick, Filippo Ulivieri. Che ha scritto, con Emilio, il libro “Stanley Kubrick e me”, edito dal Saggiatore. Poi, è il regista Alex Infascelli a puntare una telecamera davanti a Emilio, e a fargli raccontare la sua storia. Il film si chiama “S is for Stanley”, David di Donatello come miglior documentario dell’anno. Lunedì uscirà in sala, ma soltanto per un giorno. Venerdì scorso è stato presentato al Bellaria film festival – che si conclude stasera, con il premio alla carriera al montatore Franco Quadri. Insieme ad Alex Infascelli e ad Ulivieri, c’era Emilio.
Ma come iniziò tutto? Perché Kubrick scelse proprio lei?
“Un giorno d’inverno del 1970, le strade di Londra sono ghiacciate. La compagnia di taxi per cui lavoro mi chiede se me la sento di attraversare tutta la città per portare un oggetto su un set. Certo, dico io. Scopro che l’oggetto è la scultura di un enorme fallo, per il set di ‘Arancia meccanica’. Lo consegno. Mi dicono: un signore ti vuole ringraziare”.
Sapeva chi fosse?
“No! Mi disse: hello, I am Stanley Kubrick. E io: I am Emilio d’Alessandro! Era vestito casuale, pensai: sarà un giardiniere…”.
Poi iniziò a lavorare con lui.
“Feci non solo l’autista, ma il suo tuttofare. Lui scriveva dei bigliettini, e io facevo quello che c’era scritto. Dal nutrire gli animali, che amava moltissimo, a controllare la consegna delle migliaia di candele per il set del film ‘Barry Lyndon’. Nella seconda casa dove ci trasferimmo, c’erano 129 stanze. E io ero il responsabile di tutto”.
Ma i suoi film, racconta nel documentario, non li vedeva.
“Dovevo lavorare troppo! Non potevo assentarmi per due ore per vedere un film. Li ho visti ‘dopo’, i film di Stanley. E ho capito quanto fossero dei capolavori”.
Di che cosa parlavate?
“Di cinema, mai. Ma mi chiedeva tutto su quello che succedeva nel mondo. Mi chiedeva ‘Emilio, perché secondo te succede questo? E questo?’, riferendosi alle notizie del telegiornale”.
Vide arrivare molti attori in casa?
“Ryan O’ Neal, Jack Nicholson, Marisa Berenson, e poi Tom Cruise e Nicole Kidman, o Matthew Modine, Spielberg, George Lucas, Nino Rota… Stanley non era un eremita, come è stato scritto. Solo che non andava al ristorante; il ristorante era da lui”.
A volte lei teneva testa a Stanley…
“No, però se mi chiedeva un parere, dicevo la mia. Mi chiese come mi sembrasse Jack Nicholson, e gli dissi: Stanley, he’s ok, ma perché non prendi Charles Bronson?”.

Emilio d’Alessandro

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