DI RITA PANI

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È bellina la bambina, tutti la vogliono adottare. “Dolce! Piccola! La voglio” digitano veloci le dita commosse sui Social, elargendo cuoricini come se piovesse. Così come si fa quando ci si ritrova di fronte alla foto di un cucciolo di lemure con gli occhioni spalancati, o un gattino peloso che fa tenerezza. È bellina la bambina in braccio al suo salvatore, in braccio al giovane carabiniere, in braccio alla poliziotta che amorevolmente la allatta sorridendole con il  biberon in mano. Povera piccola, ha perso sua madre ed è arrivata orfana fin qua. La morte le ha dato la possibilità di una vita migliore. Forse. “Favour lascia Lampedusa, pronta per l’adozione.” Favour va incontro alla vita, e spero che sia una di quelle degne d’essere vissute, fate pure di nulla ma di tanto amore. Era bellina la bambina, così bellina che non si poteva non utilizzarla per la propaganda. Tanto bella, da poter abbellire una nazione intera. L’Italia generosa, che si commuove, che s’indigna, che piange e soprattutto che prega. Favour lascia Lampedusa, e la grancassa smette di suonare. Scende impietoso il silenzio sulla nuova strage, sull’ultima ecatombe. Tacciono le anime commosse, si fermano le dita né lacrime né cuoricini. Nemmeno la voglia di gridare: “Mai più”, come quella volta in cui un migliaio di anime rimasero sotto il mare, con la promessa mancata di ripescarle tutte, per sistemarle sotto la terra che tanto desideravano calpestare. Perché tanto si sa, che strillare, soffrire, indignarsi e vergognarsi è inutile quando non c’è alcuna volontà di porre fine al massacro. Anzi, c’è ancora qualche illuminato editorialista che suggerisce la soluzione: “Lasciarli morire in mare.” E anche questa frase è utile alla propaganda, perché ci si potrebbe quasi trovare qualcosa di eroico nell’immagine di un corpo che galleggia in mare, vinto dalla forza della natura che ha provato a combattere. Ma purtroppo non è sempre così. In mare si muore schiacciati da altri disperati che provano a salvarsi la vita. Si muore intossicati dagli scarichi dei motori. Si muore di stenti, si muore ustionati. Si muore ammazzati da chi hai pagato per salvarti la vita. E tutto questo non si può dire, perché non ha nulla di eroico, e nulla di romantico. Come non si può dire che Favour avrebbe ancora sua madre con sé, se solo si permettesse la libera circolazione delle persone, se si combattesse per far sì che chi riesce a scappare dalla devastazione che gli abbiamo donato in cambio delle loro risorse, fondamentali per il nostro benessere fasullo, potesse scegliere di salire su un aereo e scappare via. Ieri quaggiù al porto la gru scaricava 45 cadaveri da una nave. 629 superstiti erano felici d’essere arrivati in questo non luogo. L’elicottero, come sempre ronzava. Qualcuno è riuscito a scappare, salendo a passi veloci la strada dove abito io. Li vedo quelli che riescono a fuggire, tutti uguali: snelli, con le scarpe troppo grandi o scalzi, con le magliette pulite e lo zainetto in spalla. A volte tengono stretto un pallone o una bottiglia d’acqua. Vorrei dirgli di fermarsi, di tornare indietro, di farsi accudire perché oltre la salita non troveranno nulla di buono, nessuna promessa, nessun domani, se non la fine orribile che tocca a tutti loro: la schiavitù, sia essa nei campi di agrumi o al semaforo a chiedere l’elemosina sotto l’occhio vigile del loro padrone. O anche peggio, chissà, a diventar concime sotto un albero d’olivo.
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