DI SILVIA GIROTTI

silvia girotti

 

Correva l’anno 1980. Era il 28 maggio. Milano era bagnata dalla pioggia. Una giornata uggiosa di una fredda primavera.
Alle ore 11,00 cinque colpi di pistola freddarono in via Salaino Walter Tobagi.
Un commando di terroristi appartenenti alla Brigata XXVIII Marzo, Marco Barbone, Paolo Morandini, Mario Marano, Francesco Giordano, Laus e Manfredi De Stefano.
Ero piccola, ma ricordo quella notizia trasmessa poco dopo la tragedia: “Hanno ucciso un portavalori”.
“Papà cosa vuol dire?”.
“Che hanno strappato alla vita un uomo libero”.
Poco più grande compresi che quel portavalori, morto appena 33enne, oltre alla moglie e a due bimbi piccoli, aveva lasciato un vuoto importante nel giornalismo e nella letteratura.
Nella mia anima un proposito.
Avrei voluto scrivere in quel modo fatto di testa e cuore, di cultura e sensibilità, di verità e passione. Un modo libero. Senza paura.
Forse un convincimento.
Entrato giovanissimo all’Avanti, Tobagi passò quasi subito al quotidiano cattolico Avvenire.
“Quando lo assunsi, nel 1969, mi accorsi di essere davanti a un ragazzo preparatissimo, acuto e leale – disse di lui il direttore Leonardo Valente – ricordo le lunghe e piacevolissime chiacchierate notturne alla chiusura del giornale. Non c’era argomento che non lo interessasse, dalla politica allo sport, dalla filosofia alla sociologia, alle tematiche, allora di moda, della contestazione giovanile”.
Il suo interesse era rivolto principalmente alla politica e al movimento sindacale. Si dedicò con fervore alle vicende di terrorismo, a cominciare dalla morte di Giangiacomo Feltrinelli e dall’assassinio del commissario Calabresi. Osservava da giornalista attento e riflessivo ogni movimento eversivo.
Le sue potenzialità le espresse pienamente dopo il ’72, nel periodo del Corriere della Sera.
“Tobagi sul tema del terrorismo non ha mai strillato. Però, pur nello sforzo di capire le retrovie e di non confondere i capi con i gregari era un avversario rigoroso. Il terrorismo era tutto il contrario della sua cristianità e del suo socialismo. Aveva capito che si trattava del tarlo più pericoloso per questo paese. E aveva capito che i terroristi giocavano per il re di Prussia. Tobagi sapeva che il terrorismo poteva annientare la nostra democrazia. Dunque, egli aveva capito più degli altri: era divenuto un obiettivo, soprattutto perché era stato capace di mettere la mano nella nuvola nera” (Giampaolo Pansa).
Negli ultimi articoli intensificò le analisi su certe realtà urbane a Milano, a Genova, a Torino.
A scorrere con occhi attenti alcuni dei suoi pezzi quali “Come e perché un ‘laboratorio del terrorismo si è trapiantato nel vecchio borgo del Ticinese”, “Vogliono i morti per sembrare vivi”, “Bilancio di 10 miliardi all’anno per mille esecutori clandestini”, e “Non sono samurai invincibili”, si ha la sensazione che alle parole abbia voluto affidare quella specifica conoscenza acquisita nella sua breve vita giornalistica, fotografando realtà che molti non sapevano o non volevano vedere.
Delle Br scrisse:
« La sconfitta politica del terrorismo passa attraverso scelte coraggiose: è la famosa risaia da prosciugare, tenendo conto che i confini della risaia sono meglio definiti oggi che non tre mesi fa. E tenendo conto di un altro fattore decisivo: l’immagine delle Brigate rosse si è rovesciata, sono emerse falle e debolezze e forse non è azzardato pensare che tante confessioni nascono non dalla paura, quanto da dissensi interni, sull’organizzazione e sulla linea del partito armato »
La sera prima di essere assassinato, Walter Tobagi presiedeva un incontro al Circolo della stampa di Milano sul caso Isman e sulla responsabilità del giornalista posto di fronte all’offensiva delle bande terroristiche.
“Chissà a chi toccherà la prossima volta”.
Dodici ore più tardi il suo corpo giaceva sull’asfalto, coperto da un lenzuolo intriso di pioggia e sangue, accarezzato dall’ultimo tocco amorevole di papà Ulderico.
Grazie Walter.
La tua eredità fatta di conoscenza e coraggio sarà la mia stella se mai dovesse capitarmi d’incontrare la paura, travestita da prudenza.
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